Fatti più in là

Nei giorni che precedono l’8 marzo sui giornali e in tv è tutto un parlare di donne. Mi è capitato di leggerne tanti, alcuni li ho coservati, altri mi hanno fornito lo spunto per qualche post. Come questo di Monica D’Ascenzo uscito sul Sole24Ore proprio alla vigilia della festa della donna.

Ha ragione Monica, però, quando scrive: “Una settimana all’anno dedicata alle donne, però, non è sufficiente e lo si può leggere fra i numeri dell’ultima indagine Istat. L’occupazione femminile a gennaio è tornata sui livelli della primavera del 2006”.

L’ho contattata e questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ringrazio Monica per la disponibilità e per la cortesia.

Nel dicembre 2009 l’Istat ha pubblicato l’indagine multiscopo “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato  adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili” (ne ho parlato già qui). Le ultime pagine dell’indagine sono dedicate alle donne che lavorano, alle loro attese come madri e  alle criticità connesse ai percorsi professionali. Tra i dati che emergono e che ricorrono anche in statistiche e studi più recenti colpisce che l’arrivo di un figlio incida sulla stabilità occupazionale delle donne.

In particolare, dopo la maternità facciamo fatica a rientrare nel mondo del lavoro e, se precarie, abbiamo più difficoltà a mantenere l’occupazione o a stabilizzarci. 

In Italia le donne contano per il 60% dei laureati, inoltre le studentesse hanno in media voti più alti e si laureano più velocemente. Si ha riscontro di questo anche nei concorsi per l’accesso a professioni come l’avvocatura o la magistratura. Non c’è, invece, alcuna corrispondenza con la presenza delle donne a livelli manageriali nelle aziende, perché sopravvivono i tetti di cristallo difficili da sfondare. Il vero problema è che una donna su quattro rinuncia al proprio lavoro con la nascita del primo figlio perché in Italia mancano le strutture sociali che permettano di conciliare, senza eccessivi sacrifici,  la sfera familiare e quella professionale.

Qualche mese fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia per offrire a chi lavora più tempo ed energia per la famiglia (questa la  notizia in un articolo su Repubblica). In Italia si parla tanto di famiglia e di politiche per la famiglia, però temi come la conciliazione dei tempi sembrano non trovare spazio nell’agenda politica. Perché?  

L’8 marzo scorso le parti sociali e il ministero del Lavoro hanno siglato l’avviso comune che apre il percorso tecnico per introdurre, in tutti i livelli di contrattazione, forme di flessibilità family-friendly e di conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Orari rimodulati, lavoro a tempo parziale, forme di telelavoro, congedi parentali rimodulati e una gestione più attenta dei permessi sono solo alcune delle leve su cui potranno contare le parti per definire, entro i prossimi tre mesi, le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione. Il prossimo anno sarà fatta una verifica dello stato di attuazione. Ma i cambiamenti all’interno delle aziende restano ancora troppo lenti.

Tu scrivi di economia. Negli ultimi due anni il tema che tiene banco è la crisi. Può esserci una lettura al femminile della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? 

La crisi economica ha colpito duramente l’occupazione femminile scesa dal 47,2% al 46,4%. D’altra parte in Italia le donne contano per il 60% dei contratti “precari”, che sono i primi a essere tagliati in caso di crisi. Il risvolto positivo è stato che le donne hanno dimostrato di potersi reinventare meglio e più degli uomini. Non è un caso, infatti, se negli ultimi anni è aumentata l’iniziativa imprenditoriale femminile. Inoltre per gli uomini esiste una sorta di identificazione con il proprio lavoro, che li mette in crisi nel momento in cui la sfera professionale viene a mancare.

Nel tuo ultimo libro “Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei cda” fai il punto sulla questione quote rosa nei consigli di amministrazione. Il tema è tornato d’attualità con la proposta di legge di qualche mese fa che ha riacceso il dibattito. A che punto siamo in Italia?  

La proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca è attualmente all’esame della commissione finanze della Camera. Manca solo il via libera del Governo perché possa venire approvata in via legislativa, quindi senza passare al voto in aula. Se arrivasse il sì dell’esecutivo, prima della pausa estiva potrebbe diventare legge ed entro una decina d’anni avremmo un terzo dei cda delle società quotate composto da donne. 

Aggiungi un posto al nido

In questi giorni sto leggendo “La cultura degli italiani” (Editori Laterza, 2010), una conversazione di Tullio De Mauro con il giornalista Francesco Ebani sullo stato di salute della nostra cultura.

Una lettura piacevolissima, dove ricorre molto spesso, come ovvio che sia visto che a parlare è un ex Ministro della Pubblica Istruzione, il tema della scuola e dell’apprendimento. Nelle prime pagine De Mauro parla di come nell’Italia degli anni ’60 ci si rese conto dell’importanza della scuola dell’infanzia (i grassetti sono miei):

Si capì che la mancanza di scuole pre-elementari era uno scoglio fondamentale per un paese che volesse navigare nel mondo moderno, staccandosi dagli ancoraggi del mondo contadino.

Più avanti sostiene:

La domanda sociale è forte, legata sia a fattori estranei alla scuola, come il lavoro di entrambi i genitori, sia all’utilità per i bambini di socializzare.

Poi il caso vuole che sul Sole 24 Ore di lunedì 3 gennaio esca l’articolo di Cristiano GoriAll’asilo si gioca con un futuro incerto“, che invito a leggere. Nella seconda parte del pezzo si legge (i grassetti sono sempre miei):

In Italia, la discussione pubblica sui nidi viene abitualmente affrontata nel dibattito su famiglia e ruolo della donna. Un dibattito peculiare – ad esempio, i benefici dell’asilo per il suo vero utente, il bambino, non sono mai considerati – e dai tratti ricorrenti.
I toni sono sovente concitati e i ragionamenti astratti, si discute il generico modello di società che si desidera e si trascurano gli interventi effettivamente realizzati; dunque, aspri confronti in merito all’utilità dei nidi per la società italiana e scarso interesse a capire, per esempio, se l’attuazione del piano nidi sia effettivamente servita alle famiglie in carne ed ossa.

E poi ancora:

I servizi alla prima infanzia richiedono al bilancio pubblico uno sforzo marginale e producono effetti positivi su aspetti decisivi per il futuro dell’Italia: la capacità di apprendimento delle nuove generazioni, l’occupazione femminile, le opportunità per chi proviene da contesti svantaggiati. Negli altri paesi europei il loro rafforzamento costituisce un obiettivo condiviso dai diversi schieramenti politici, di cui il governo centrale si è assunto la responsabilità. Da noi, se nulla cambierà, l’obiettivo dei prossimi anni sarà evitare di indietreggiare rispetto a oggi.
Esiste anche un’altra possibilità. Il 2011 potrebbe vedere la battaglia ideologica sulla famiglia prendersi un meritato riposo e gli sforzi convergere verso il concreto rafforzamento di un’utile infrastruttura sociale, cioè i nidi.