Ventiquattropercento

Nel 2009, le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati, coniugati dopo un divorzio) sono 3 milioni 115 mila, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più.

Lo dice l’Istat in un report sulle condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio, uscito qualche settimana fa (lo potete leggere qui).

In particolare, c’è un dato di genere che colpisce molto e che voglio sottolineare:

dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%).

E ancora:

la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Ho scelto alcuni passaggi della ricerca e li propongo qui di seguito commentandoli soltanto con i grassetti, come è mia consuetudine quando mi mancano le parole oppure quando me ne vengono in mente troppe.

Marcate differenze di genere: più donne tra i genitori soli

Il tipo di famiglia in cui vivono evidenzia importanti differenze di genere . Le donne si trovano più spesso a svolgere il ruolo di genitore solo (35,8%, contro solo il 7,3% degli uomini); gli uomini, invece, mostrano una maggiore propensione a formare una nuova unione coniugale o di fatto (sono in una famiglia ricostituita il 32% degli uomini, contro il 23,3% delle donne) o a vivere da soli (43% contro solo il 25,4% delle donne).

Peggiori condizioni economiche per le donne

Nel 2008, rispetto alla popolazione complessiva di 15 anni e più, i redditi equivalenti dei separati, divorziati e riconiugati mostrano quote più elevate in corrispondenza del primo e dell’ultimo quinto della distribuzione (rispettivamente il 21% e il 23,4%). Tale diseguaglianza, però, è imputabile principalmente alla composizione per genere di ciascun gruppo: le donne, infatti, nel 24,5% dei casi hanno redditi equivalenti compresi nel quinto più povero della distribuzione, mentre gli uomini si ritrovano più spesso in quello più ricco (il 29,3%).

Le donne vivono in famiglie con condizioni economiche meno agiate rispetto a quelle degli uomini, anche a parità di situazione familiare, eccezion fatta per chi vive in famiglie ricostituite (siano esse formalizzate tramite un nuovo matrimonio, o una convivenza di fatto). In questo caso, infatti, la percentuale di quanti si collocano nell’ultimo quinto della distribuzione dei redditi equivalenti è pressoché analoga (il 26,2% degli uomini e il 24,9% delle donne).

Le donne che vivono sole mostrano una situazione più eterogenea, trovandosi più frequentemente sia nel quinto più povero (23,1%), sia nei quinti più ricchi (23% e 21,8% rispettivamente nel quarto e ultimo quinto). Ben il 34,5% degli uomini che vivono da soli appartengono, invece, al quinto più ricco. Decisamente svantaggiata è la condizione economica delle madri sole (il 27% è nel quinto più povero) e delle donne che dopo la separazione o il divorzio vivono in altri tipi di famiglia (il 27,7% è nel quinto più povero). Gli uomini che vivono in altri tipi di famiglia, al contrario, mostrano avere una condizione economica più agiata (il 24,8% è nel quinto più ricco).

Tra le donne che hanno sciolto l’unione coniugale, la percentuale di chi vive in famiglie a rischio di povertà (24%) è più alta rispetto al totale delle donne con almeno 15 anni (19,2%) e soprattutto rispetto alle coniugate (15,6%). Gli uomini separati, divorziati o riconiugati, invece, vivono in famiglie a rischio di povertà in misura (15,3%) pressoché analoga a quella della popolazione maschile con almeno 15 anni (15,8%). Le quote più elevate di donne a rischio di povertà si evidenziano tra le single (con un rischio di povertà pari al 28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Gli indicatori di disagio economico confermano lo svantaggio delle donne

Se, accanto alla distribuzione dei redditi, si considerano anche gli indicatori di deprivazione non monetaria, pur confermandosi un quadro più svantaggiato per le donne, emerge che la quota di uomini separati, divorziati o riconiugati che vivono in famiglie con almeno tre sintomi di disagio economico (tra quelli previsti dall’indicatore sintetico definito dall’Eurostat) è pari al 17,5% ed è superiore sia a quella relativa al totale degli uomini con almeno 15 anni (14,9%), sia a quella che si calcola per i coniugati (12,7%). Lo svantaggio delle donne separate, divorziate o riconiugate rimane comunque marcato, con un valore dell’indicatore che raggiunge il 24,4%.

In particolare, il 13,6% degli uomini che hanno sciolto un’unione vive in famiglie che sono in arretrato con il pagamento di bollette, mutuo, affitto o altri tipi di debito, mentre questa stessa condizione è condivisa dal 20% delle donne; il 7,3% non riesce a permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, contro il 10,4% delle donne; infine, l’11,2% non riesce a scaldare la casa adeguatamente, contro il 14,1%.

Tra le donne, inoltre, è particolarmente alta la percentuale di coloro che vivono in famiglie che non riescono a sostenere una spesa imprevista di circa 750 euro (44,3%) o arrivano a fine mese con grande difficoltà (26% delle donne che hanno sciolto un’unione e 30,8% delle monogenitore), mentre per questi indicatori di deprivazione gli uomini mostrano livelli rispettivamente analoghi o migliori rispetto a quelli della popolazione con almeno 15 anni.

La situazione economica peggiora, soprattutto per le donne

Al momento della separazione la maggior parte degli uomini sono occupati (83,1%), mentre le donne occupate sono il 61,4% (il 52,7% a tempo pieno, l’8,7% part-time). Le donne non occupate sono per lo più casalinghe (22,7%), o in cerca di occupazione (11,5%, contro il 5,6% degli uomini).

Il 76,3% degli individui che hanno vissuto lo scioglimento di un’unione non cambia condizione occupazionale nei due anni successivi alla separazione. Tra coloro che, al contrario, modificano la propria posizione nel mercato del lavoro, si osserva più frequentemente la transizione da inattivo a occupato (9,4% degli individui), soprattutto per le donne (che rappresentano il 78,2% di coloro che iniziano a lavorare a seguito dello scioglimento dell’unione). Tra gli altri tipi di transizione, si osserva che il 5,2% ha cambiato datore di lavoro, il 3,7% ha cercato lavoro ma non lo ha trovato, e il 2,9% ha smesso di lavorare.(…)

A veder peggiorare le cose sono soprattutto le donne (il 50,9%, contro il 40,1% degli uomini) e coloro che al momento dello scioglimento non avevano un’occupazione a tempo pieno (condizione in cui si trova il 52,3% delle persone in cerca di occupazione, il 53,9% degli inattivi e il 61% degli occupati a tempo parziale); tra gli occupati a tempo pieno è più elevata la percentuale di individui che mantengono la stessa condizione economica (46,2%). (…)