BESame mucho

Un titolo un po’ sopra le righe per un post che affronta un tema di cui, invece, si parla spesso fra le righe.

Qualche giorno fa il Cnel e l’Istat hanno presentato Bes 2013, il primo rapporto sul Benessere equo e solidale. Dei 12 capitoli che compongono il rapporto propongo qui di seguito alcuni estratti da quello su Lavoro e conciliazione dei tempi di vita.

Il post è un po’ lungo, ma penso valga la pena leggerlo. Come al solito, non commento se non con l’uso dei grassetti:

Gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane del Paese, soprattutto nel campo del lavoro femminile e dei giovani. Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica.

Anche le diseguaglianze nell’accesso al lavoro (territoriali, generazionali e di cittadinanza) si sono ulteriormente accentuate con la crisi. Fa eccezione il divario occupazionale tra uomini e donne, perché la crisi ha colpito maggiormente le occupazioni maschili nell’edilizia e nel manifatturiero: ciò nonostante, il divario di genere resta tra i più elevati d’Europa.

E’ interessante, peraltro, notare come diversi sono gli elementi che determinano la soddisfazione per uomini e donne: per i primi il guadagno è l’aspetto che raccoglie più giudizi positivi, mentre le seconde sono più soddisfatte degli aspetti relazionali, dell’orario e della distanza casa-lavoro. Infatti, per le donne la qualità dell’occupazione non può ignorare le difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare sia in riduzione seppur lenta, la percentuale di donne con un sovraccarico di ore dedicate al lavoro (retribuito o meno) non diminuisce, così come non aumenta il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli. Le condizioni peggiori delle donne meridionali fanno supporre che ad alimentare l’insoddisfazione sia anche la carenza di servizi.

La partecipazione al lavoro e la misura della disoccupazione
Nel 2011, su 100 persone da 20 a 64 anni residenti in Italia, solo 61 risultano occupate, 2 in meno di quanto registrato nel 2008, dopo una cresita durata oltre un decennio. La differenza tra il tasso di occupazione dell’Italia e quello dell’Unione europea, che non si era ridotta neppure negli anni della congiuntura favorevole, si è ampliata con la crisi sino a raggiungere 7,4 punti percentuali. Questa radicata arretratezza si deve soprattutto alla scarsa occupazione delle donne italiane, il cui tasso di occupazione non raggiunge il 50%, cioè 12 punti percentuali sotto la media Ue27, e al Mezzogiorno, ove il tasso di occupazione non raggiunge il 48%, ben 21 punti meno della media europea.

Il mercato del lavoro per sesso, età e territorio
La caduta del tasso di occupazione maschile (che nel 2004 era pari alla media europea e dal 2008 è inferiore a essa di oltre 2 punti) ha fatto sì che il tradizionale svantaggio delle donne si sia attenuato, attestandosi sui 23 punti percentuali, un valore comunque molto alto.

Se il gender gap si è ridotto, sia pure in una fase di decisa contrazione dell’occupazione e di forte aumento della mancata partecipazione al lavoro, altre due ben radicate disuguaglianze nell’accesso al lavoro, quella territoriale e quella generazionale, si sono ulteriormente acuite negli anni recenti. La differenza tra il tasso di occupazione del Mezzogiorno e quello del Nord è andata aumentando da 18 punti percentuali nel 2004 a quasi 22 punti nel 2011, con un’accentuazione negli anni di crisi, sicché nel 2011 su 100 persone da 20 a 64 anni residenti nel Mezzogiorno neppure 48 lavorano (in Campania il tasso di occupazione totale raggiunge appena il 43%). Se consideriamo soltanto il tasso di occupazione femminile, il divario diventa abissale: poco più del 33% nel Mezzogiorno contro oltre il 60% nel Nord.

Rispetto al genere le diseguaglianze territoriali, decisamente elevate, non aumentano: nel 2011 si va da un tasso inferiore all’8% per gli uomini nel Nord a quasi il 42% per le donne nel Mezzogiorno.

La condizione occupazionale dei cittadini stranieri
La crisi economica ha acuito le diseguaglianze anche sotto un altro profilo, peggiorando la condizione occupazionale degli stranieri in misura maggiore di quella degli italiani. A causa della minore presenza di giovanissimi e di anziani, il tasso di occupazione degli stranieri residenti in Italia è sempre stato molto superiore a quello degli italiani: dal 2005 al 2008 lo scarto si è aggirato sui 9 punti percentuali. Nel 2011 la differenza si è ridotta a meno di 6 punti, ma soltanto per la forte caduta del tasso di occupazione dei maschi stranieri (da 87% a 81%), mentre quello delle donne straniere è aumentato di un punto (da 52% a 53%). Ciò si spiega con il fatto che la crisi ha colpito in modo molto acuto due settori, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ad alta intensità di lavoratori stranieri maschi, mentre non ha intaccato la domanda di lavoro domestico e di cura, ove sono concentrate le lavoratrici straniere.

(…) il tasso di mancata partecipazione delle donne straniere era superiore a quello delle donne italiane anche prima del 2009, non tanto per la carenza di domanda di lavoro domestico e di cura, quanto per la presenza di una rilevante fascia di donne straniere che sono disoccupate o, pur disponibili, non cercano attivamente un impiego per la difficoltà di conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari, a causa della mancanza di sostegni familiari per la cura dei propri figli.

La qualità del lavoro per sesso, età, territorio e nazionalità
Innanzitutto, le donne sperimentano una più elevata instabilità dell’occupazione, con una maggiore incidenza del lavoro a termine (nel 2011 era in tale condizione quasi il 21% delle donne contro meno del 18% dei maschi) e una minore probabilità di stabilizzazione del rapporto di lavoro nel corso di un anno (nel 2011 poco più del 18% contro oltre il 23% dei maschi).

Le donne sono più svantaggiate per quanto riguarda i bassi salari e la probabilità di svolgere un lavoro che, di regola, richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto: infatti, la percentuale di lavoratrici dipendenti che percepiscono una paga inferiore di due terzi rispetto al valore mediano è superiore di quasi 4 punti percentuali a quella dei lavoratori maschi e quella di laureate e diplomate sovra-istruite rispetto alla qualificazione del lavoro svolto è superiore di circa 2 punti a quella dei laureati e diplomati maschi. Nonostante la crisi, però, entrambe le diseguaglianze restano praticamente stabili negli ultimi anni.

La conciliazione con le attività di cura familiare
La qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare. (…) le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli.
Il livello di istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari: infatti, il gap rispetto alle donne senza figli si riduce progressivamente al crescere del titolo di studio.

(…) la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare svolto dalla coppia in cui entrambi siano occupati diminuisce dall’80% nel 1988-1989 a meno del 74% nel 2002-2003 e del 72% nel 2008-2009. Nelle coppie con figli l’indice di asimmetria è più elevato, ma si riduce in maggior misura nel corso degli anni.

Infine, una diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza di adeguati servizi possono provocare un sovraccarico di impegni lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e relazionali.

Nel Mezzogiorno la percentuale di donne “sovraccariche” è più elevata, tranne che per quelle senza carichi familiari (…).

La soddisfazione sul lavoro per età, sesso, territorio e nazionalità
Se la soddisfazione media di uomini e donne è simile, differenze di genere si riscontrano sulle singole dimensioni: gli uomini presentano una prevalenza di giudizi positivi per il guadagno, mentre le donne mostrano una maggiore soddisfazione per gli aspetti relazionali e per la possibilità di conciliare il lavoro con i tempi di vita (l’orario e la distanza casa-lavoro). Ciò potrebbe dipendere da differenti criteri di selezione iniziali nella scelta del lavoro, con una maggiore attenzione all’aspetto economico da parte della componente maschile e una verso l’avere tempo a disposizione per fronteggiare i maggiori carichi familiari da parte di quella femminile.

Fattore D

Nell’aprile 2010 scrivevo il post  Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.

Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.

La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).

Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.

Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.

Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.

Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).

Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati

Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli

La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.

Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri

Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).

Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.

Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:

Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.

E poi ancora:

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Facile, no?

Fuori mercato

Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.

Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).

Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):

La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…) 

In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.

L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.

Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.

Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.

L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.

Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).

In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.

In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.

La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.

Quel gran pezzo dell’Emilia

Più numerose, più longeve, più dedite alla famiglia e più istruite, ma lo stipendio è più basso e si fa più fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro. E’ la fotografia delle donne che vivono e lavorano in Emilia Romagna così come è stata scattata dal Servizio Controllo strategico e statistica della Regione.

Scrivo ancora della mia Regione (d’adozione), perché in occasione dell’8 marzo è stata presentata “Le donne in Emilia-Romagna“, una ricerca che prende in esame struttura demografica, salute e fecondità, occupazione, redditi e retribuzioni, istruzione, rappresentanza nelle posizioni decisionali.

Riporto i dati del volume in sintesi (come sempre i grassetti sono miei) che riguardano la sfera occupazionale, però se volete saperne di più, leggete qui:

L’occupazione e i redditi

Analizzando i dati sull’occupazione, emerge come in Emilia-Romagna la crescita registrata dal 1999 al 2009 sia da collegare sostanzialmente alla componente femminile: il saldo positivo registrato in quest’intervallo di tempo (213mila unità) è per quasi due terzi (130mila) ascrivibile alle donne. Un dato interessante: nel 2009 (anno della grande crisi), dopo un decennio di crescita costante, l’occupazione femminile ha raggiunto quota 864mila unità (44,2% dell’occupazione complessiva), registrando addirittura un aumento rispetto al 2008 di 4mila unità. Tutto questo in netta controtendenza rispetto alla componente maschile, che ha visto nel 2009 un saldo negativo di 28mila occupati.
Per quanto riguarda le persone in cerca di impiego, coerentemente con il calo occupazionale, si è registrato nel 2009 un aumento nella fascia maschile (48mila persone), ma anche di quella femminile (aumentata ancora di più: 50mila, nonostante l’incremento di occupazione). Emerge così una sorta di antinomia al femminile, dove in tempo di crisi crescono sia le occupate che le disoccupate. Un fatto che potrebbe essere spiegato con la ricerca di entrate aggiuntive per la famiglia da parte delle donne, per far fronte alla contrazione dei redditi maschili. Sulla “tenuta” dell’occupazione femminile può aver influito anche la disponibilità delle donne a cambiare l’orario di lavoro pur di mantenere l’impiego. Una “tenuta”, tuttavia, che si è verificata 2009 e non oltre: il primo trimestre del 2010 ha registrato il punto più basso tanto per l’occupazione maschile (-70mila unità rispetto al 2008) che per quella femminile (-51mila rispetto al 2009).
Rispetto alla situazione nazionale (46,4%) ed europea (media Ue 27 – 58,6%), l’Emilia-Romagna nel 2009 ha raggiunto un tasso di occupazione femminile (61,5%) notevolmente più elevato. Si è ancora lontani, tuttavia, dai livelli di alcuni Paesi del nord, come Danimarca (73,1%), Svezia (70,2%), Regno Unito (65%).

Part-time

In Emilia-Romagna, analogamente a quanto accade in Italia e negli altri paesi europei, l’occupazione part-time presenta una componente di genere molto marcata: è per l’88,9% femminile e il 24,8% delle occupate ha un lavoro a tempo parziale, contro a un 4,3% degli uomini (2009). Se da un lato il ricorso al part-time può essere visto come un’opportunità che favorisce l’entrata e la permanenza nel mercato del lavoro, dall’altro non bisogna trascurare il fatto che questa modalità di lavoro può ripercuotersi negativamente sui percorsi di carriera e sulla possibilità di indipendenza economica.

Retribuzioni

La differenza di genere segna la voce “stipendio”: pur scorporando dai dati l’effetto legato al part-time, le donne percepiscono una retribuzione netta mensile (escluse altre mensilità e voci accessorie non percepite regolarmente) più bassa di quella degli uomini. Complessivamente, le donne hanno uno stipendio medio mensile inferiore di 302 euro rispetto a quello dei colleghi uomini. Un differenza che sale a 509 euro per le dirigenti, a 391 per i quadri, scende a 261 per le impiegate per risalire a 318 per le operaie.

I tempi di lavoro all’interno della famiglia

Nonostante la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rimangono ancora forti divari nella distribuzione dei carichi di lavoro domestico tra donne e uomini. In Emilia-Romagna gli uomini dedicano in media 6 30’ ore settimanali al lavoro domestico contro le 25 delle donne (media nazionale 5 40’ – 27 30’). La conciliazione fra lavoro di cura e lavoro retribuito continua quindi a essere il problema più rilevante per le donne occupate, non soltanto in relazione alla crescita dei figli, ma – data la struttura per età dell’Emilia-Romagna – anche in rapporto all’accudimento degli anziani.