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Il pane, le rose e molto di più

E’ la stampa, bellezza!

La lunga testimonianza di oggi è di una donna, giornalista pubblicista, che, dopo la maternità, è stata costretta a scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Per me la storia di Elle (è l’iniziale del suo nome) è importante perché restituisce anche uno spaccato del lavoro giornalistico in Italia: sottopagato, precario e sfruttato.

Ringrazio Elle per avermi raccontato la sua storia. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

Ciao Mara, ti devo dire la verità. Ho difficoltà a raccontare la mia storia, c’è ancora rabbia, amarezza e delusione per tutto quello che mi è accaduto, ma, soprattutto odio fare la vittima, perché in fondo, io, dal baratro, sono riuscita a risalire.

Sono una giornalista pubblicista, vivo nel profondo sud dove, per entrare nel settore della comunicazione e poter conquistare il famigerato tesserino dell’ordine, devi scendere a compromessi vergognosi. Subito dopo la mia laurea in lettere, conseguita con il sogno di diventare insegnante, ho ceduto alla proposta di lavorare per una emittente privata della mia città. Dopo qualche remora (la tv e l’esposizione in video mi terrorizzavano), ho pensato di cogliere al volo quest’opportunità lavorativa, che, nel 1997, consisteva in 400mila lire, in cambio, un contratto di collaborazione continuativa. Non avevo compreso però che nel tempo e soprattutto per quella cifra, avrei dovuto lavorare per tutta la giornata.

Dopo qualche anno di sofferenza perché non riuscivo ad ottenere il tesserino, arriva il salto di qualità. Un’altra emittente, molto più nota, mi promette un contratto a tempo indeterminato. Emozionatissima, mi lancio in questa avventura. Altra delusione, stipendio da fame e lavoro a nero per almeno altri tre anni, sempre h24, perché, secondo la logica aziendale, una vera giornalista deve essere sempre presente e a disposizione del direttore, a prescindere da tutto e da tutti. Ho accettato la linea editoriale, single e con difficoltà economiche, non potevo permettermi di buttare all’aria quell’opportunità lavorativa. Nel 2004, mi viene offerto, anzi imposto, di trasferirmi in un’altra città poco distante. Ma sì, mi dico, nonostante l’imposizione, difficile da ingoiare, cerco di vederci qualcosa di positivo, e inizio felice del fatto che finalmente l’editore parla di contratto…il mio sogno. Mi sono buttata a capofitto nella realizzazione di questa sede, nell’avventura del satellitare e, a dire la verità, il cambio città inizialmente mi fa stare bene e mi offre nuovi stimoli. La sede, nel frattempo, si amplia, dopo un paio di anni in cui non esistevano festività e dopo che a mala pena durante il giorno riuscivo a fami una doccia e rientrare in ufficio fino alla mezzanotte, arrivano i rinforzi, altri colleghi e la speranza di fare qualche turno più umano da sopportare. Mi sbagliavo, la mole lavorativa resta pesantissima, il palinsesto si arricchisce di programmi ed ovviamente è impossibile abbandonare l’ufficio prima della mezzanotte.

Nel febbraio 2006 arriva la svolta: il contratto di 750 euro lordi, il tesserino di pubblicista ed un fidanzato. Farà sorridere, ma da quel momento la presenza di questa persona sarà determinante per la rottura definitiva con l’azienda. Si scatena una sorta di guerra, fatta di riunioni con rimproveri in quanto, il mio fidanzato (ora marito) viene considerato un elemento di disturbo, colui che ha trasformato il modo d’essere, facendomi diventare maleducata e irrispettosa. Mi viene chiesto di rientrare nella sede della mia città, rifiuto ed arrivo anche a comunicare di licenziarmi. Mi sembrava assurda questa richiesta, arrivata, guarda caso, proprio mentre sto traslocando in una nuova casa col mio compagno.

Dopo qualche mese, presa dai preparativi del matrimonio, scopro di aspettare un bambino. Avevo 37 anni quando è accaduto, scoppiavo dalla gioia perché per un bel po’ di anni ho pensato che per questo mestiere fatto molto speso di vagabondaggi, non avrei mai avuto questa possibilità. Sono stata costretta ad abbandonare il lavoro e ad andare in maternità anticipata, da subito ho iniziato ad avere disturbi seri. Oddio, inizialmente ho lavorato, ma, nonostante i miei problemi fisici, i turni erano lo stesso massacranti. Decido, su suggerimento del mio ginecologo di inviare un certificato che attesta i problemi di questa gravidanza e in cui viene espressa la necessità di farmi svolgere lavoro di ufficio.

La risposta dell’azienda non si fa attendere: dopo qualche giorno arriva una diretta elettorale, il mio compito è quello di realizzare in toto (nei contenuti e nei titoli) i tg della giornata. Inizio il turno alle 6.30 di mattina e finisco dopo la mezzanotte, ininterrottamente, senza pausa. Il giorno dopo, di turno, da sola, comincio a non sentirmi bene, avverto l’azienda, mi rispondono che non ci possono fare niente, il tg deve essere trasmesso. Vado in maternità anticipata.

Ad otto mesi dalla nascita del mio piccolo, scopro di essere nuovamente incinta, lo comunico, la risposta dell’editore è che sta pensando seriamente di non assumere più donne. Del resto, mi sottolinea il direttivo intero, una giornalista deve fare una scelta nella vita, famiglia o lavoro. Una filosofia , questa, che li porterà a rifiutarmi il part time. Cosa faccio? Non ho molte alternative, vivo in una città che non è mia, con i familiari lontani da me, gestisco tutto da sola, forse anche il part time sarebbe stato ridicolo, perché con quella somma non averi coperto le spese dell’asilo o baby sitter per entrambi i figli. E poi, il pensiero di rientrare e lavorare affianco a colleghi con i quali non esistevano più rapporti, mi faceva stare male, anche fisicamente. Decido di dimettermi.

Oggi sono riuscita a dare un taglio netto al passato, a scrollarmi di dosso i sensi di colpa, perché, quando si scatena un meccanismo simile a quello vissuto da me, alla fine ti ammali, ti maceri dentro, inizi a pensare che è tutta colpa tua se si è scatenato questo putiferio, e se nessuno ha avuto comprensione per te, a partire dai colleghi. Sarà pur vero che in qualche maniera avrò contribuito a scatenare tutto questo astio, ma credo, anzi, ne sono convinta, nessuno, neanche il peggior lavoratore dovrebbe essere trattato in questo modo. Ancora oggi racconto controvoglia quest’avventura, anzi, sai cosa penso? Mi sembra che la stessa parola che mi viene in mente, mobbing, sia stata mobbizzata.

Ho dato un taglio netto al passato e nonostante mi renda conto che le difficoltà sono tante, visto che in casa non navighiamo nell’oro, mi sento bene. Ho riconquistato la mia dignità e finalmente, dopo tanto tribolare, faccio quello che più mi piace. Ho messo su un semplice portale, l’ho realizzato completamente da sola e ne vado orgogliosissima. Lo curo come se fosse un terzo figlio. Certo, non è ancora fonte di guadagno, scrivo di notte, quando i bimbi mi danno un po’ di tregua, ma quando ho letto il primo articolo che un quotidiano ha dedicato a questo nuovo servizio ideato da me..che soddisfazione!!!

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Un anno in dieci articoli

Nell’anno che si è da poco concluso i giornali si sono occupati del tema donne e lavoro quasi esclusivamente per raccontare storie di mobbing, parlare di tassi di disoccupazione, precariato e trattamenti economici discriminanti.

In questi mesi ho raccolto numerosi articoli sul tema per una mia ricerca e in questo post voglio segnalare, a partire da quello che ho scritto in un altro mio blog, i dieci articoli per me più significativi sperando che il 2011 ci riservi qualche buona notizia:

Caso Boleso-Red Bull

Rapporto della Banca d’Italia

Rapporto del Ministero del Tesoro sul welfare

I dati Ocse sull’occupazione femminile

Chiara Saraceno e le donne a caccia del lavoro

Quote rosa e Pubblica Amministrazione

Il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum

La lettera di Costanza Fanelli a Emma Marcegaglia

Le mamme part time di Stefania Bauce’

Onorevoli mamme

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