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Il pane, le rose e molto di più

NPDonne, Lisa Ziri racconta Nemoris

Questa mattina il barcamp Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” ha ospitato la testimonianza di Lisa Ziri, della start-up al femminile Nemoris, nata nel 2011, e ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Questo il racconto della sua esperienza.

Che cos’è Nemoris?

E’ la nostra startup tecnologica al femminile. A #Npdonne racconto la storia della sua nascita, dovuta al fallimento dell’azienda per cui lavoravamo io e la mia socia Silvia Parenti. Siamo una matematica e un ingegnere elettronico, eravamo nell’R&D e sviluppavamo software. Trentotto anni, mamme, donne, poche speranze di trovare il lavoro qualificato che cercavamo, abbiamo deciso di approfittare di tutto il tempo libero dato dalla cassa integrazione/contratto di solidarietà per esplorare se ci fosse la possibilità di fare qualcosa in proprio.

Mio marito è avvocato (uno dei pochi con un grande interesse per l’informatica :-) ) e quindi mi sono trasferita da lui per capire come lavorava e se per caso ci fosse un qualche bisogno a cui i software attuali non rispondevano. In realtà ci siamo accorte che gli avvocati hanno grossi problemi nel gestire l’archiviazione digitale dei loro file. I sistemi presenti sul mercato erano dei gestionali che avevano molte funzionalità non utilizzate mentre mancava un sistema che permettesse davvero di risparmiare tempo e tenere le cartelle in ordine e trovare tutto anche a distanza di anni. Noi non avevamo una soluzione, allora abbiamo riallacciato i contatti con le università e cominciato a frequentare le comunità open source. Abbiamo studiato libri e nuovi linguaggi, cambiando totalmente prospettiva. Con la nostra idea ci siamo presentate ai progetti di sostegno alle imprese tecnologiche Spinner e We Tech Off e ci hanno confermato che l’intuizione era buona. Ci hanno dato molto in termine di formazione alla gestione di un impresa: noi il software lo sapevamo fare ma per fare una start-up ci vuole anche dell’altro.

Alla fine abbiamo realizzato un software, ilexis, che utilizza le tecniche del web semantico per archiviare automaticamente i file di tipo legale: in pratica i dati importanti vengono estratti dal file senza che l’utente abbia bisogno di reinserirli e le informazioni vengono archiviate semanticamente, permettendo poi delle ricerche di tipo semantico, che cercano cioè di capire l’ambito dell’informazione richiesta ed cercano i file non per semplici chiavi ma per significato. Abbiamo poi visto che questo tipo di motore può essere applicato a vari ambienti e ora stiamo realizzando personalizzazioni per diversi ambiti documentali.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Di avere e contribuire a creare dei role model per donne imprenditrici in campo tecnologico. Nei progetti di sostegno allo sviluppo di imprese innovative ci sono pochissime imprese con un’alta percentuale femminile e quasi nessuna con imprenditrici che siano anche mamme.

Mi racconti chi eri prima della tua svolta geek?

Sono sempre stata un po’ geek (mi definisco nerd con i tacchi, anche se ormai non li porto quasi più). Quando guardo The big bang theory rido come una pazza perché riconosco perfettamente me e i miei amici. Adoro la fantascienza, ho studiato matematica, lavoro nel mondo del software, sperimentato servizi web ancora in beta per curiosità, conosciuto mio marito napoletano facendo un gioco di narrazione su internet, creato legami tramite i social network, ho un blog, amo l’open source e ho molta fiducia che la tecnologia sia un aiuto notevole per costruire un mondo migliore.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Senza la rete non saremmo riusciti a fare Nemoris. Ci ha permesso di accedere alle comunità open source per trovare la soluzione puntuale al problema che cercavamo di risolvere, la maggior parte dei servizi che utilizziamo per lo sviluppo e la gestione dell’azienda sono in cloud, lavoriamo ognuno da casa propria collegandoci via skype, ci facciamo pubblicità sui social network.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Perché, sono separate? :-) Il mio lavoro è sia offline che online, ma anche la mia vita personale. Abbiamo scelto di fare di Nemoris un’azienda “leggera”, con una spiccata tendenza “ecocompatibile” perché è lo stile di vita che cerco di condurre nella vita di tutti i giorni. So che c’è molto il mito della startup “solo lavoro pazzo, niente vita personale”, ma io e la mia socia abbiamo deciso di avere un equilibrio con la vita privata, ad un certo punto stacchiamo per stare con la nostra famiglia o per andare in palestra e magari riprendiamo a lavorare la sera o il fine settimana. In estate andiamo al mare o in montagna e lavoriamo con il portatile e gli ereader per leggere documentazione anche sulla spiaggia. Lavoriamo continuamente, ma così riusciamo a prolungare il tempo della “villeggiatura lavorativa” per permettere ai nostri figli di stare più tempo a contatto con la natura in un ambiente più rilassato.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Direi! Intanto la conciliazione tra lavoro e famiglia è veramente molto più semplice dal punto di vista pratico, ti porti il lavoro dove vuoi. Questo non vuol dire che sia semplice dal punto di vista organizzativo. A volte rimpiango i tempi in cui tornavo magari tardi dal lavoro da dipendente, ma a quel punto staccavo del tutto. Qui è una ricerca continua di equilibrio, ma ne vale la pena. Naturalmente niente di questo funziona se tutto il lavoro domestico e della cura dei figli cade sulla donna, bisogna collaborare. Poi è importante per trovare altre persone che condividono la tua esperienza e il tuo stile di vita. Anche se nessuna delle tue conoscenze ha fondato una start-up nel tuo campo, magari in qualche altra parte del mondo è una cosa comune, ti puoi ispirare. E infine ti permette di partire da poco, trovare strumenti per cominciare un’attività a buon mercato. Poi si deve crescere, con tanto impegno, ma non è il lavoro che ci spaventa, vero?

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

 

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Ventiquattropercento

Nel 2009, le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati, coniugati dopo un divorzio) sono 3 milioni 115 mila, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più.

Lo dice l’Istat in un report sulle condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio, uscito qualche settimana fa (lo potete leggere qui).

In particolare, c’è un dato di genere che colpisce molto e che voglio sottolineare:

dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%).

E ancora:

la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Ho scelto alcuni passaggi della ricerca e li propongo qui di seguito commentandoli soltanto con i grassetti, come è mia consuetudine quando mi mancano le parole oppure quando me ne vengono in mente troppe.

Marcate differenze di genere: più donne tra i genitori soli

Il tipo di famiglia in cui vivono evidenzia importanti differenze di genere . Le donne si trovano più spesso a svolgere il ruolo di genitore solo (35,8%, contro solo il 7,3% degli uomini); gli uomini, invece, mostrano una maggiore propensione a formare una nuova unione coniugale o di fatto (sono in una famiglia ricostituita il 32% degli uomini, contro il 23,3% delle donne) o a vivere da soli (43% contro solo il 25,4% delle donne).

Peggiori condizioni economiche per le donne

Nel 2008, rispetto alla popolazione complessiva di 15 anni e più, i redditi equivalenti dei separati, divorziati e riconiugati mostrano quote più elevate in corrispondenza del primo e dell’ultimo quinto della distribuzione (rispettivamente il 21% e il 23,4%). Tale diseguaglianza, però, è imputabile principalmente alla composizione per genere di ciascun gruppo: le donne, infatti, nel 24,5% dei casi hanno redditi equivalenti compresi nel quinto più povero della distribuzione, mentre gli uomini si ritrovano più spesso in quello più ricco (il 29,3%).

Le donne vivono in famiglie con condizioni economiche meno agiate rispetto a quelle degli uomini, anche a parità di situazione familiare, eccezion fatta per chi vive in famiglie ricostituite (siano esse formalizzate tramite un nuovo matrimonio, o una convivenza di fatto). In questo caso, infatti, la percentuale di quanti si collocano nell’ultimo quinto della distribuzione dei redditi equivalenti è pressoché analoga (il 26,2% degli uomini e il 24,9% delle donne).

Le donne che vivono sole mostrano una situazione più eterogenea, trovandosi più frequentemente sia nel quinto più povero (23,1%), sia nei quinti più ricchi (23% e 21,8% rispettivamente nel quarto e ultimo quinto). Ben il 34,5% degli uomini che vivono da soli appartengono, invece, al quinto più ricco. Decisamente svantaggiata è la condizione economica delle madri sole (il 27% è nel quinto più povero) e delle donne che dopo la separazione o il divorzio vivono in altri tipi di famiglia (il 27,7% è nel quinto più povero). Gli uomini che vivono in altri tipi di famiglia, al contrario, mostrano avere una condizione economica più agiata (il 24,8% è nel quinto più ricco).

Tra le donne che hanno sciolto l’unione coniugale, la percentuale di chi vive in famiglie a rischio di povertà (24%) è più alta rispetto al totale delle donne con almeno 15 anni (19,2%) e soprattutto rispetto alle coniugate (15,6%). Gli uomini separati, divorziati o riconiugati, invece, vivono in famiglie a rischio di povertà in misura (15,3%) pressoché analoga a quella della popolazione maschile con almeno 15 anni (15,8%). Le quote più elevate di donne a rischio di povertà si evidenziano tra le single (con un rischio di povertà pari al 28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Gli indicatori di disagio economico confermano lo svantaggio delle donne

Se, accanto alla distribuzione dei redditi, si considerano anche gli indicatori di deprivazione non monetaria, pur confermandosi un quadro più svantaggiato per le donne, emerge che la quota di uomini separati, divorziati o riconiugati che vivono in famiglie con almeno tre sintomi di disagio economico (tra quelli previsti dall’indicatore sintetico definito dall’Eurostat) è pari al 17,5% ed è superiore sia a quella relativa al totale degli uomini con almeno 15 anni (14,9%), sia a quella che si calcola per i coniugati (12,7%). Lo svantaggio delle donne separate, divorziate o riconiugate rimane comunque marcato, con un valore dell’indicatore che raggiunge il 24,4%.

In particolare, il 13,6% degli uomini che hanno sciolto un’unione vive in famiglie che sono in arretrato con il pagamento di bollette, mutuo, affitto o altri tipi di debito, mentre questa stessa condizione è condivisa dal 20% delle donne; il 7,3% non riesce a permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, contro il 10,4% delle donne; infine, l’11,2% non riesce a scaldare la casa adeguatamente, contro il 14,1%.

Tra le donne, inoltre, è particolarmente alta la percentuale di coloro che vivono in famiglie che non riescono a sostenere una spesa imprevista di circa 750 euro (44,3%) o arrivano a fine mese con grande difficoltà (26% delle donne che hanno sciolto un’unione e 30,8% delle monogenitore), mentre per questi indicatori di deprivazione gli uomini mostrano livelli rispettivamente analoghi o migliori rispetto a quelli della popolazione con almeno 15 anni.

La situazione economica peggiora, soprattutto per le donne

Al momento della separazione la maggior parte degli uomini sono occupati (83,1%), mentre le donne occupate sono il 61,4% (il 52,7% a tempo pieno, l’8,7% part-time). Le donne non occupate sono per lo più casalinghe (22,7%), o in cerca di occupazione (11,5%, contro il 5,6% degli uomini).

Il 76,3% degli individui che hanno vissuto lo scioglimento di un’unione non cambia condizione occupazionale nei due anni successivi alla separazione. Tra coloro che, al contrario, modificano la propria posizione nel mercato del lavoro, si osserva più frequentemente la transizione da inattivo a occupato (9,4% degli individui), soprattutto per le donne (che rappresentano il 78,2% di coloro che iniziano a lavorare a seguito dello scioglimento dell’unione). Tra gli altri tipi di transizione, si osserva che il 5,2% ha cambiato datore di lavoro, il 3,7% ha cercato lavoro ma non lo ha trovato, e il 2,9% ha smesso di lavorare.(…)

A veder peggiorare le cose sono soprattutto le donne (il 50,9%, contro il 40,1% degli uomini) e coloro che al momento dello scioglimento non avevano un’occupazione a tempo pieno (condizione in cui si trova il 52,3% delle persone in cerca di occupazione, il 53,9% degli inattivi e il 61% degli occupati a tempo parziale); tra gli occupati a tempo pieno è più elevata la percentuale di individui che mantengono la stessa condizione economica (46,2%). (…)

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Fattore D

Nell’aprile 2010 scrivevo il post  Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.

Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.

La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).

Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.

Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.

Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.

Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).

Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati

Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli

La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.

Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri

Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).

Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.

Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:

Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.

E poi ancora:

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Facile, no?

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#2eurox10leggi: la storia di Alice

Articolo37 aderisce al blogging day di #2eurox10leggi, l’iniziativa nata sul web per dare voce a 10 proposte di legge che le donne chiedono alla politica.

Questo è il mio piccolo contributo.

Quando Alice (nome di fantasia) mi ha raccontato la sua storia, ho pensato che poteva succedere anche a me.

Conosco Alice dai tempi della scuola media. Stesso banco per tre anni, poi alle superiori le nostre strade si sono divise. Lei ha scelto una scuola tecnica che le potesse assicurare già da dopo il diploma un posto di lavoro, io il liceo già sapendo di voler fare l’università in un’altra città.

Ci siamo perse di vista per lungo tempo, ma sapevo comunque dei suoi studi e del suo lavoro. Fino a quando ci siamo incontrate di nuovo: io già mamma, lei sul punto di sposarsi e con l’idea di avere presto un bambino.

Mi ha chiesto del lavoro, di come facevo a fare tutto. Insomma, le solite cose.

Poi le ho chiesto di parlarmi del suo lavoro. Ero curiosa di sapere da lei, che lavorava da quasi quindici anni, come stava andando.

Alice mi ha detto che, pur lavorando a tempo pieno e ormai da tempo sempre nello stesso ufficio, ha dovuto aprire una partita Iva. In questo modo risulta essere una consulente di quello studio.

Succede, però, che Alice rimanga incinta. Succede che Alice continui a lavorare fino a qualche giorno prima del parto, perché lei una consulente di quello studio, quindi non le spetta il congedo maternità.

Alice mi racconta che va tutto bene, che è contenta, poi un giorno vengo a sapere che è diventata mamma.

In uno dei miei viaggi, decido di andarla a trovare, ma quando le telefono mi dice che dobbiamo combinare l’incontro in base ai suoi impegni di lavoro.

Sul momento non capisco, anzi faccio finta di non capire, poi quando ci vediamo la situazione mi è più chiara.

Alice, pur essendo da poco mamma, deve comunque garantire una certa presenza in ufficio così si è organizzata con il marito e la mamma per poter andare qualche ora al lavoro. Del resto lei è una consulente.

Non la faccio lunga perché la storia di Alice è uguale a molte altre che leggiamo sui giornali, che le amiche delle amiche ci raccontano, che ho scritto in questo blog. 

La cosa assurda è che Alice è una consulente del lavoro, quindi conosce bene i suoi diritti, così come il suo datore di lavoro che, magari, li suggerisce a qualche sua cliente, ma non ad una sua dipendente.

Forse non sarà e non basterà una legge a cambiare questa storia, però almeno proviamoci. Se non ora, quando?

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WithandWithin.com, donne creative in movimento

Due donne, due mamme formato 2.0. Sono Paola Innocenti e Laura De Benedetto della community al femminile WithandWithin.

Paola Innocenti, mamma single incasinata, perde il lavoro dopo il terzo figlio e si inventa WithandWithin constatando che non esistono canali di promozione professionali per donne che vogliono reinventarsi professionalmente dopo i 40 anni.
Laura De Benedetto, moglie, mamma, lavora nel Marketing del settore web advertising. E’ presidente dell’associazione di networking professionale ToscanaIN e social networking addicted con oltre 10.400 contatti diretti su LinkedIN.

Laura sarà tra le protagoniste de  “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma sabato 15 ottobre alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).

In attesa di ascoltarla, ecco cosa ha raccontato, insieme a Paola, dell’esperienza di questo social  network tutto al femminile, lanciato solo poche settimane fa.

Come nasce WithandWithin? Chi lavora al progetto? Da quali esperienze professionali provenite?

WithandWithin è una community che nasce come strumento di condivisione e incontro tra donne. Intende diventare uno strumento di promozione professionale di esperienze e competenze tipicamente femminili non valorizzate dal mercato convenzionale del lavoro. Le donne infatti posseggono incredibili risorse che messe a disposizione con creatività di altre donne possono diventare non solo occasioni di risparmio ma anche fonti di guadagno!

Al progetto lavora Paola Innocenti, fondatrice che arriva dal settore sviluppo prodotti / merchandisingche sta collaborando con donne come me Laura De Benedetto (e uomini :-) ) che provengono da esperienze nel mondo web e appassionate di social media marketing.

Mi racconti chi eri prima del tuo social network?

Sono veramente web addicted! Internet e i social network sono la mia passione e il mio lavoro! Ma sono anche, come tutte le donne, moglie, mamma, impegnata nel lavoro e nel sociale e, come tutte le mamme, vorrei un mondo migliore a misura di donne vere che vedono ogni giorno come una sfida, una gimcana tra scuola materna, ufficio, spesa in una società costruita su orari ed esigenze maschili (ahimè).

Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Vivo la nascita di una start-up con le sue difficoltà e, con l’entusiasmo di tutte (soprattutto le utenti) i suoi successi. Posso capire se è possibile un mondo virtuale diverso sperando che nel frattempo cambi anche quello reale! Con WithandWithin vorrei fare networking con altre donne che utilizzano la rete per reinventarsi con creatività una nuova vita professionale.

Come è stato accolto il social network?

La versione italiana è andata online il 19 settembre e, la settimana dopo, è partita quella inglese. Abbiamo già oltre 600 utenti registrate, tanti oggetti in scambio (abiti dismessi dei bambini, scarpe e borse che ci hanno stufano, bellissime case in Marocco, Sicilia, Toscana) e vetrine professionali interessanti e sfaccettate (dall’avvocato all’estetista, dall’ingegnere alla wedding planner). E, per il momento, tutto tramite il passaparola delle utenti tester che hanno invitato le loro amiche dunque invitiamo anche voi ad entrare nel nostro / vostro spazio, darci un feedback e invitare le vostre amiche ad utilizzarlo: più siamo e più networking facciamo!

In cosa è diverso rispetto a Linkedin?

WithandWithin, a differenza di LinkedIN, è aperto anche alle donne che amano cucinare, vendono marmellate, hanno un agriturismo ed un blog ossia alla promozione di lavori atipici e/o professioni in cui il target principale sono le donne stesse (vacanze, alimentazione, ecc.). Poi LinkedIN è uno spazio professionale al 100% riservato per lo più a manager inserite prevalentemente in azienda mentre WithandWithin è una community dove le donne possono condividere anche esperienze di vita personale (per esempio le malattie del bambino, le ricette per la crescita, ecc.) con la certezza di essere capite. Non solo! L’area dello scambio consente di dare nuova vita ad oggetti dismessi o di condividere la propria casa, in linea col cambiamento dei sistemi di consumi vuoi per l’attuale crisi che per le logiche sempre più collaborative degli stessi, facilitate dalle novità introdotte dal web.

Chi sono le donne che si iscrivono? Quale è il profilo tipo?

Le donne iscritte a WithandWithin sono donne diversissime tra loro: dalla studentessa che fa la baby-sitter nel tempo libero all’affermato architetto, dalla social media manager alla coach d’impresa, dall’imprenditrice alla casalinga). O ancora mamme che hanno la passione per le ricette, creano bijoux o hanno un blog e vogliono farlo sapere ad altre donne.

Cosa cercano e cosa offrono?

Cercano lezioni di lingue straniere da madrelingua (tedesco, inglese, ecc.), baby- oppure dog-sitter, rammendatrici, ecc. e danno in cambio favole originali e personalizzate, consiglie come personal shopper o di arredamento, lezioni su come creare un profilo su LinkedIN (nel mio caso, dato che sono tra le utenti più connesse in Italia :-) .

Cosa racconterai all’iniziativa di sabato e cosa pensi che possa ti aspetti dal nostro evento?

Vorrei presentare in breve le sezioni CONDIVIDI, GUADAGNA e SCAMBIA adesso a disposizione su WithandWithin e, per ognuna, fare degli esempi interessanti ed originali di utenti che utilizzano la community al meglio per esprimersi, risparmiare e guadagnare.

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Unovirgoladue, dalla cinepresa al web

Una docu-inchiesta per raccontare lo stato (difficile) dell’essere madre in Italia. L’esperienza di Unovirgoladue, questo il titolo del documentario divenuto blog e poi anche libro per le Edizioni Ediesse, sarà raccontata da Silvia Ferreri a “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma sabato 15 ottobre alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).

Maternità e lavoro: un matrimonio impossibile? Dal documentario Uno virgola due alla blogosfera” è il titolo del suo speech.

Questa l’intervista a Silvia, che ringrazio per la pazienza e la collaborazione.

Come nasce il tuo documentario?
Il mio documentario nasce dall’esigenza di raccontare quel disagio che spesso sentivo raccontare dalle donne che parlavano dei problemi che una gravidanza potesse causare al lavoro. Era per me un mondo sconosciuto e mi ricordo che rimasi scioccata, mi affacciai a quel mondo come ad un giardino mai visto prima. Pensavo di trovare donne felici e gioia e, invece, vidi un sacco di sofferenza. La gravidanza spesso era fonte di stress e dolore per le donne che al lavoro perdevano qualcosa.

Hai avuto difficoltà nel reperire le testimonianze?
Sì, molta difficoltà. Le donne fanno molta fatica a parlare di questo dolore…è intimo, è una violenza troppo forte e spesso si sentono in colpa. Per questo non parlano. Molte mi scrivevano e mail, ma la mail non ti mette in gioco. Poi quando si arrivava all’intervista video, tutte quelle che mi avevano mandato mail si sono tirate indietro. Cercare le testimonianzw è stato un lavoro di un anno.

Il documentario è anche un libro. Quanto le parole hanno contribuito a completare ciò che avevi raccontato con le immagini?
Hanno contribuito molto. Intanto per quelle interviste che non ero riuscita a girare, ma che appunto sono riuscita a raccontare e poi perché mi ha permesso di raccontare tutto l’iter del documentario, delle sue difficioltà e di come fare questa ricerca abbia cambiato me e tutte le persone che lavoraravano con me.

Di questa tua esperienza professionale c’è un evento o una storia che ti ha colpito in maniera particolare?
Tutte le storie sono forti e mi hanno colpito. La cosa che più mi colpiva non erano tanto i racconti dolorosissimi e terribili quanto la voglia il desiderio delle donne di raccontarlo. Ci sono donne che mi hanno detto “Sei la prima persona che davvero mi ascolta, la prima a cui la mia storia interessa davvero”. Si rischia l’isolamento sia al lavoro, sia tra gli amici che spesso non hanno voglia di sentire una persona “pesante” sia in famiglia. Se l’uomo che hai accanto non è pronto ad accogliere e capire questa tua sofferenza ,vieni emarginata anche a casa. Si chiama doppio mobbing. E’ pazzesco ma è così.

Ora il blog si chiama mater et labora e racconti la tua esperienza di mamma. Se una giornalista ti intervistasse come mamma, cosa le racconteresti di questa tua esperienza, quali difficoltà ci sono per una donna che fa questo lavoro, come concili le due cose?
Le difficoltà principali sono tre. Sono il mio assillo e la mia croce.
La prima è quella che ci accomuna quasi tutte. La precarietà. Lavoro in televisione, ma vivo nel terrore che il mio contratto non venga rinnovato. Con un figlio tutto diventa amplificato.
La seconda è quella di aver perso completamente la mia creatività, ovvero non sono ancora riuscita a cominciare un nuovo libro o un progetto che potrebbe assorbirmi troppo. Finito il lavoro in televisione non riesco a fare altro.
E qui veniamo alla terza. Il senso di colpa. Ogni minuto in cui sono lontana dalla televisione è dedicato a lui. Quindi tutto il resto si annulla che sia un nuovo progetto creativo o una lezione di pilates. Lo so devo trovare un equilibrio, ma forse lui è ancora troppo piccino. Mio marito mi spinge continuamente a fare, scrivere, uscire, meditare, fare un massaggio, non so qualunque cosa mi possa far bene e mi possa ridare un po’ del mio tempo. Lui è molto presente e abbiamo una stupenda baby sitter che vive con noi, eppure io non mi ritiro mai. In questo ho ancora molto a imparare.

Cosa ti aspetti dalla nostra iniziativa?
Un bell’incontro tra donne e non solo. E un po’ di sana cucina bolognese che non vedo l’ora::)

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Mammafelice…di blog e di fatto

Professione blogger: una scelta possibile?” è il titolo dello speech che Barbara Damiano, alias Mammafelice terrà a “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma sabato 15 ottobre alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).

In attesa di conoscerla e ascoltarla, ringrazio Barbara per la bella chiacchierata.

Come nasce Mammafelice?
Mammafelice è nato quando sono rimasta incinta. Gli ingredienti: un contratto di lavoro a termine (non rinnovato), tanta voglia di continuare a lavorare, una gravidanza difficile, trascorsa sempre a letto. Questo blog è stata l’occasione per riprendermi la mia vita, dedicarmi del tempo di qualità e avviare un progetto lavorativo tutto mio, che senza l’obbligo di riposo, non avrei potuto realizzare. E’ stato, insomma, un insieme di eventi sfortunati che mi hanno dato lo slancio per cambiare la mia vita.

Mi racconti chi eri prima del tuo blog?
Prima del blog ero sempre io. Sono blogger da sempre, da quando esistono i blog, ma ero anche una donna che lavorava sodo.
All’interno di Mammafelice ho provato ad inserire le competenze che possedevo da prima: sono stata una consulente di marketing, una formatrice e un’organizzatrice di eventi. Questo mi ha aiutato ad acquisire competenze trasversali che ho potuto rendere, oserei dire, un po’ più divertenti.

L’idea, però, come è nata?
Quattro anni fa era difficile pensare di diventare blogger di professione, ma se ne scorgevano gli spiragli, soprattutto grazie all’esempio delle blogger statunitensi. Io avevo un’idea, volevo svilupparla, volevo rischiare il tutto per tutto. Il mio obiettivo era diventare felice facendo qualcosa che mi permettesse di farmi valere come professionista, ma anche di godere la mia maternità appieno.
Ho dunque investito tempo e denaro per perseguire il mio sogno, e ho cercato di non risparmiarmi mai, soprattutto quando occorreva fare fatica senza ancora previsione di guadagno.

Nel tuo blog scrivi che hai lavorato duramente per un anno prima di diventare blogger di professione. Che consigli daresti a una mamma o a una donna che vuole cercare nel web una nuova vita professionale?
So cosa si prova ad essere mamma in Italia, e quanto sia forte il desiderio di lavorare da casa facendo un’attività che ci renda anche autonome e soprattutto ci soddisfi. Tuttavia il desiderio spesso non basta (ma è indispensabile).
Per cercare una nuova vita professionale in Rete, occorre prima di tutto possedere una professionalità specifica anche fuori dalla Rete: competenze tecniche, comunicative, commerciali, di marketing…Un blog è un’attività che richiede forte specializzazione, o forti investimenti che sopperiscono, ad esempio, alle mancanze tecniche.
La facilità con cui si può gestire un blog, nasconde in sé grandi complicazioni tecniche da tenere sempre a mente. Oltre alla professionalità, aggiungerei anche energia, voglia di fare, creatività, dedizione… ovvero un carattere risoluto, ottimista, propositivo ed entusiasta, che produce nuove idee e non ha paura di sperimentare o di sbagliare.

In questi anni da blogger c’è qualcosa (un evento o una storia) che ti ha colpito in maniera particolare?
Ho la fortuna di avere un blog femminile, e ogni giorno scopro storie e avvenimenti che mi colpiscono profondamente. Amicizie, maternità, storie di dolore e di felicità totali, modi di vivere creativamente. Ogni giorno il blog mi regala una nuova pagina di emozioni, e provo un’immensa gratitudine per ciò che mi accade.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?
Porto me stessa, le mie debolezze e le mie vittorie. Porto i miei pasticci, la quotidianità, la mia faccia. Non ho voluto separare la mia vita offline dalla mia vita online: ho raccontato me stessa attraverso la mia scoperta della felicità, cercando di vivere creativamente la mia vita digitale, così come quella reale. Ho mescolato le mie vite e ho lasciato che le persone vi entrassero dentro e vi attingessero a piene mani.

Come riesci a gestire la conciliazione dei tempi?
Dormendo poco. Cosa che, immagino, potrebbe rispondere qualsiasi mamma che abbia un lavoro autonomo. Il tempo dedicato a mia figlia vince sempre sulle mie scadenze di lavoro. Per questo motivo mi trovo spesso a lavorare a tarda notte, ma grata per avere la possibilità di farlo. Non meno importante: mio marito. Come dico sempre, è meglio sposare l’uomo giusto subito, ovvero qualcuno che ci appoggi e che abbia il desiderio di fare fatica insieme a noi.

Cosa racconterai a Le nuove professioni delle donne e cosa pensi che possa darti questa iniziativa?
Proverò a raccontare le competenze necessarie, a mio parere, per intraprendere la professione di blogger in Italia. Ma proverò anche a raccontare i motivi per cui, secondo me, vale la pena tentare: le soddisfazioni, le emozioni, la bellezza di questo mestiere sì incerto, ma incredibilmente vitale. La felicità a cui dobbiamo sempre puntare, la possibilità di scrivere nuovi capitoli della nostra vita senza dire mai la parola ‘fine’.

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Ed io rinascerò

Per molte di noi la maternità è un punto di svolta: fisico, emotivo e – capita sempre più spesso – anche professionale (lasciamo il lavoro perché costrette o perché non riusciamo a conciliare i tempi della famiglia con quelli dell’ufficio).

La storia di oggi nasce (è proprio il caso di dirlo) da una sala parto, dove insieme ad un bambino è nata anche la consapevolezza per una donna di reinventarsi un lavoro.

La storia è quella di Michela, meglio conosciuta in rete come Mammaeconomia. La seguo da tempo sui social media (abbiamo twittato compulsivamente nei giorni della prima manovra di Ferragosto) e così le ho chiesto di raccontare la sua storia.

Ringrazio Michela per questa sua testimonianza. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

MUOIO, MUOIO, MUOIO. MA POI RINASCO

Le ostetriche lo raccontano così “quando la mamma urla “Muoio”, vuol dire che il bambino sta per nascere”. E allora perché smentirmi? Perché non essere standard?

Anche io ho urlato MUOIO mentre bimbopatato nasceva in quel momento intenso e indescrivibile in cui non sei più solo tu.

Lo dicono tutti e lo dico anch’io: bimbopatato mi ha cambiato la vita. 

Ho 32 anni, una laurea in economia e diverse esperienze di lavoro alle spalle. Tutte più o meno fallimentari, le prime forse perché ero troppo giovane e la delusione di un mondo del lavoro non proprio come lo immaginavo mi ha travolta.

In generale la mia è una storia affettiva splendida e una storia professionale dissestata. Ho fatto l’analista di mercato, la praticante (schiava) commercialista, la responsabile amministrativa a tempo indeterminato fino al momento di rottura, fino a quel MUOIO che mi ha fatta rinascere.

Insieme ad Ernesto, bimbopatato è il suo nome nell’universo 2.0, sono arrivate altre cose, tra cui la possibilità di fare il tirocinio da giornalista in un nuovo canale televisivo.

E all’improvviso mi si è aperto un mondo! Ho deciso che non avrei accettato di abbandonare il piccolo a 4 mesi per buttarmi sul lavoro e ho fatto una cosa che la Michela di prima avrebbe assolutamente condannato: ho rifiutato il posto fisso e ho scelto un contratto a progetto. Ma sono stata chiara: ho rinunciato a dei diritti e ho chiesto minori doveri (ad esempio una gestione flessibile della mia presenza in redazione).

Mio marito è direttore di un quotidiano online e gestisce da remoto la redazione, così senza nonni e senza risorse economiche abbiamo riorganizzato la nostra vita professionale intorno ad Ernesto.

Abbiamo trovato un “equilibrio precario” che ci rende tutti felicissimi, perché stiamo tantissimo insieme, facciamo lo stesso lavoro, ci confrontiamo e progettiamo.

E poi sono successe altre cose: non mi ricordo nemmeno perché una sera, avevo da poco ripreso a lavorare dopo la maternità, ho deciso di aprire un blog e un account twitter e ho iniziato a raccontare la mia storia di vita precaria e contenta, a scrivere liberamente di quello che mi interessa e che conosco bene. Insomma mi sono creata l’occasione per misurarmi con le mie competenze e capacità, nessuno mi aveva mai dato modo di farlo. L’unico che ha sempre visto la Michela che vedo io ora era mio marito, ma io lo mandavo a quel paese dicendogli che in me vedeva troppe capacità ottenebrato dagli occhi dell’amore.

Ma dal momento in cui sono uscita dalla sala parto a oggi io ho perso quella patina di rassegnazione professionale che mi stava distruggendo.

E intanto sono pronta per nuovi cambiamenti…

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Fuori mercato

Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.

Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).

Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):

La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…) 

In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.

L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.

Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.

Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.

L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.

Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).

In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.

In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.

La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.

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Una mamma a progetto

La storia di oggi arriva da Milano. Elle (è l’iniziale del suo nome) è una mamma “a progetto”.  A pochi giorni dal suo rientro in azienda, dopo il periodo di maternità, le viene comunicato che gli obiettivi del progetto sono stati raggiunti. Un modo gentile per darle il benservito.

Pubblico la sua storia tra due date significative: ieri la festa dei lavoratori, domenica 8 maggio quella della mamma.

Ringrazio Elle per avermi raccontato la sua storia. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

Ero segretaria di redazione presso una casa editrice di Milano. Dal 2009 avevo contratti a progetto rinnovati di anno in anno. L’ultimo iniziava il 1 marzo 2010 e si concludeva il 31 dicembre 2010.
A giugno sono andata in maternità, e il 10 luglio è nata la mia bambina. Dopo i 4 mesi di maternità obbligatoria ho deciso di attaccare l’astensione facoltativa, soprattutto perchè per lavoratori a progetto, oltre ad essere solo di 3 mesi, è possibile usufruirne esclusivamente nel primo anno di vita del bambino. Quindi, sarei dovuta tornare a lavorare il 17 febbraio 2011 (il contratto a progetto viene prolungato di 180 giorni in caso di gravidanza).

L’8 febbraio mi viene comunicato, tramite raccomandata, che il mio contratto è chiuso, in quanto gli obiettivi del progetto sono stati raggiunti. Nella raccomandata non si faceva comunque cenno al fatto che avevo ancora da ricevere i 2/3 del compenso contratto. Attualmente ho intrapreso una causa con l’azienda.

Sono stata davvero male in quel periodo, mi è crollato il mondo addosso. Ancora una volta mi sono trovata fuori dal mondo del lavoro e non in un bel periodo (economicamente e politicamente parlando). Per fortuna non avevo iscritto la bimba all’asilo nido, così le ho evitato un periodo di stress da inserimento inutile.

Ero contenta di tornare a lavorare, il mio lavoro mi è sempre piaciuto perché ha responsabilità ed è vario. Ora non so bene dove sbattere la testa, come pormi (dire o no di essere mamma??), vorrei trovare un lavoro part time, ma in linea con i miei studi… insomma non è una bella situazione.

Per fortuna il mio fidanzato per ora può sopportare questa situazione, ma è chiaro che non potrà essere così in eterno. E ora speriamo che la bimba riesca ad entrare nel nido comunale!

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