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Istat.it – Rapporto annuale 2012
La ventesima edizione analizza condizioni e prospettive del Paese e approfondisce i temi della comepitività e delle disuguaglianze0
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Dal rapporto emerge un Paese segnato dalle disparità.
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Istat: al Sud povera una famiglia su 4 | Cronaca | www.avvenire.it22 maggio 2012. stampa quest’articolo segnala ad un amico feed. RAPPORTO ANNUALE. Titolo Articolo. Istat: al Sud povera una famigli…0
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Precari oltre il 35% dei giovani e salari fermi da vent’anni. La …10 ore fa … Questo articolo è stato pubblicato il 22 maggio 2012 alle ore 11:23. … dell’Istat, Enrico Giovannini, presentando i…0
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@Codacons “Il 40% delle famiglie è in difficoltà” http://ow.ly/b4Lg1 La denuncia dell’associazione dopo aver letto i dati Istat0
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IL MANIFESTO – attualità – Istat: viviamo quanto gli svedesi ma la …
Istat: viviamo quanto gli svedesi ma la recessione galoppa. redazione 22.05. 2012. Presentato l’annuale Rapporto Italia dell’Ist…0
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Rapporto Istat: in Italia tempi difficili per giovani e donne
6 ore fa … E’ l’immagine dell’Italia che emerge dal Rapporto Istat 2012 presentato stamani a Roma. … Lo rileva l’Is…0
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Il dato più allarmante riguarda la condizione femminile:
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Non è un Paese per donne e giovani e il … – La Repubblica
10 ore fa … I siti di Repubblica … RAPPORTO ISTAT 2012 … l’ascensore sociale è bloccato da lungo tempo, dagli anni ’60, r…0
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Istat: l’Italia in affanno<br>giovani e mamme sempre ultimi – Italia – l …
9 ore fa … Lo rivela il rapporto annuale 2012 dell’ Istat. I matrimoni sono in continua diminuzione (poco più di 217 mila nel 201…0
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I dati Istat fotografano l’Italia nel 2012: la situazione femminile è ancora drammatica http://bit.ly/KJ3oFC0
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#istat #occupazionefemminile le dimissioni in bianco coincidono con una #gravidanza: cioè non sono libere0
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#istat: #Italia torna ad essere divisa in classi sociali http://wp.me/pdeu0-4NR via @wordpressdotcom0
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L’Istat ha fotografato l’Italia, ma adesso ha il problema di trovare qualcuno che sappia sviluppare il rullino. #twitandshout0
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coppie in cui la #donna non percepisce un reddito: Francia 10,9%,Spagna il 22,8%, Ue27 19,8%. In Italia 33,7%: ISTAT http://goo.gl/G7GrU0
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Istat: in 1 coppia su 3 donna non guadagna e cura da sola famigliaE’ quanto emerge dal Rapporto annuale 2012 dell’Istat. In una su quattro, la donna guadagna meno del partner, ma lavora molto di …0
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Con gli occhi di Silvia
Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.
La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.
Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):
Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?
Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.
Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.
Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”, ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.
Conciliare poi il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.
La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?
La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.
Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.
L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?
Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.
Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?
Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.
Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…
Noi credevamo
(…) La finiamo qui, senza aggiungere il conteggio di quante donne hanno approfittato della rivoluzione risorgimentale per alzare anche la bandiera della “loro” libertà, ma soprattutto per “fare” l’Italia con le idee, il contributo personale, le azioni. Ricordiamo solo che nel 1861 in Italia circolava un centinaio di riviste e rivistine femminili. Gran parte delle prime notti erano stupri. Se una restava vedova ed era incinta, si ritrovava la tutela di un “curatore del ventre” perché la legge la riteneva inaffidabile per natura. Se studiava la ritenevano strana e, comunque, le vietavano le cattedre e il potere. Se condivideva le lotte del lavoro, i sindacati la mettevano davanti a tutti perché si presumeva che il regio esercito non avrebbe sparato sulle donne. Chiesero il voto (e la Repubblica romana lo aveva accolto nella sua Costituzione): lo ebbero dopo la seconda guerra mondiale. La storia, infatti, non ricorda mai che non è fatta solo dai maschi.
Queste parole sono di Giancarla Codrignani e sono tratte dall’articolo “150 anni: anche noi credevamo…”, scritto nel marzo 2011 e poi pubblicato nel suo libro “Stiano pure scomode, signore” (Editrice Cooperativa Libera Stampa – 2011).
Questo è l’#8marzoperme.
Ventiquattropercento
Nel 2009, le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati, coniugati dopo un divorzio) sono 3 milioni 115 mila, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più.
Lo dice l’Istat in un report sulle condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio, uscito qualche settimana fa (lo potete leggere qui).
In particolare, c’è un dato di genere che colpisce molto e che voglio sottolineare:
dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%).
E ancora:
la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%).
Ho scelto alcuni passaggi della ricerca e li propongo qui di seguito commentandoli soltanto con i grassetti, come è mia consuetudine quando mi mancano le parole oppure quando me ne vengono in mente troppe.
Marcate differenze di genere: più donne tra i genitori soli
Il tipo di famiglia in cui vivono evidenzia importanti differenze di genere . Le donne si trovano più spesso a svolgere il ruolo di genitore solo (35,8%, contro solo il 7,3% degli uomini); gli uomini, invece, mostrano una maggiore propensione a formare una nuova unione coniugale o di fatto (sono in una famiglia ricostituita il 32% degli uomini, contro il 23,3% delle donne) o a vivere da soli (43% contro solo il 25,4% delle donne).
Peggiori condizioni economiche per le donne
Nel 2008, rispetto alla popolazione complessiva di 15 anni e più, i redditi equivalenti dei separati, divorziati e riconiugati mostrano quote più elevate in corrispondenza del primo e dell’ultimo quinto della distribuzione (rispettivamente il 21% e il 23,4%). Tale diseguaglianza, però, è imputabile principalmente alla composizione per genere di ciascun gruppo: le donne, infatti, nel 24,5% dei casi hanno redditi equivalenti compresi nel quinto più povero della distribuzione, mentre gli uomini si ritrovano più spesso in quello più ricco (il 29,3%).
Le donne vivono in famiglie con condizioni economiche meno agiate rispetto a quelle degli uomini, anche a parità di situazione familiare, eccezion fatta per chi vive in famiglie ricostituite (siano esse formalizzate tramite un nuovo matrimonio, o una convivenza di fatto). In questo caso, infatti, la percentuale di quanti si collocano nell’ultimo quinto della distribuzione dei redditi equivalenti è pressoché analoga (il 26,2% degli uomini e il 24,9% delle donne).
Le donne che vivono sole mostrano una situazione più eterogenea, trovandosi più frequentemente sia nel quinto più povero (23,1%), sia nei quinti più ricchi (23% e 21,8% rispettivamente nel quarto e ultimo quinto). Ben il 34,5% degli uomini che vivono da soli appartengono, invece, al quinto più ricco. Decisamente svantaggiata è la condizione economica delle madri sole (il 27% è nel quinto più povero) e delle donne che dopo la separazione o il divorzio vivono in altri tipi di famiglia (il 27,7% è nel quinto più povero). Gli uomini che vivono in altri tipi di famiglia, al contrario, mostrano avere una condizione economica più agiata (il 24,8% è nel quinto più ricco).
Tra le donne che hanno sciolto l’unione coniugale, la percentuale di chi vive in famiglie a rischio di povertà (24%) è più alta rispetto al totale delle donne con almeno 15 anni (19,2%) e soprattutto rispetto alle coniugate (15,6%). Gli uomini separati, divorziati o riconiugati, invece, vivono in famiglie a rischio di povertà in misura (15,3%) pressoché analoga a quella della popolazione maschile con almeno 15 anni (15,8%). Le quote più elevate di donne a rischio di povertà si evidenziano tra le single (con un rischio di povertà pari al 28,7%) e tra le madri sole (24,9%).
Gli indicatori di disagio economico confermano lo svantaggio delle donne
Se, accanto alla distribuzione dei redditi, si considerano anche gli indicatori di deprivazione non monetaria, pur confermandosi un quadro più svantaggiato per le donne, emerge che la quota di uomini separati, divorziati o riconiugati che vivono in famiglie con almeno tre sintomi di disagio economico (tra quelli previsti dall’indicatore sintetico definito dall’Eurostat) è pari al 17,5% ed è superiore sia a quella relativa al totale degli uomini con almeno 15 anni (14,9%), sia a quella che si calcola per i coniugati (12,7%). Lo svantaggio delle donne separate, divorziate o riconiugate rimane comunque marcato, con un valore dell’indicatore che raggiunge il 24,4%.
In particolare, il 13,6% degli uomini che hanno sciolto un’unione vive in famiglie che sono in arretrato con il pagamento di bollette, mutuo, affitto o altri tipi di debito, mentre questa stessa condizione è condivisa dal 20% delle donne; il 7,3% non riesce a permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, contro il 10,4% delle donne; infine, l’11,2% non riesce a scaldare la casa adeguatamente, contro il 14,1%.
Tra le donne, inoltre, è particolarmente alta la percentuale di coloro che vivono in famiglie che non riescono a sostenere una spesa imprevista di circa 750 euro (44,3%) o arrivano a fine mese con grande difficoltà (26% delle donne che hanno sciolto un’unione e 30,8% delle monogenitore), mentre per questi indicatori di deprivazione gli uomini mostrano livelli rispettivamente analoghi o migliori rispetto a quelli della popolazione con almeno 15 anni.
La situazione economica peggiora, soprattutto per le donne
Al momento della separazione la maggior parte degli uomini sono occupati (83,1%), mentre le donne occupate sono il 61,4% (il 52,7% a tempo pieno, l’8,7% part-time). Le donne non occupate sono per lo più casalinghe (22,7%), o in cerca di occupazione (11,5%, contro il 5,6% degli uomini).
Il 76,3% degli individui che hanno vissuto lo scioglimento di un’unione non cambia condizione occupazionale nei due anni successivi alla separazione. Tra coloro che, al contrario, modificano la propria posizione nel mercato del lavoro, si osserva più frequentemente la transizione da inattivo a occupato (9,4% degli individui), soprattutto per le donne (che rappresentano il 78,2% di coloro che iniziano a lavorare a seguito dello scioglimento dell’unione). Tra gli altri tipi di transizione, si osserva che il 5,2% ha cambiato datore di lavoro, il 3,7% ha cercato lavoro ma non lo ha trovato, e il 2,9% ha smesso di lavorare.(…)
A veder peggiorare le cose sono soprattutto le donne (il 50,9%, contro il 40,1% degli uomini) e coloro che al momento dello scioglimento non avevano un’occupazione a tempo pieno (condizione in cui si trova il 52,3% delle persone in cerca di occupazione, il 53,9% degli inattivi e il 61% degli occupati a tempo parziale); tra gli occupati a tempo pieno è più elevata la percentuale di individui che mantengono la stessa condizione economica (46,2%). (…)
Fattore D
Nell’aprile 2010 scrivevo il post Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.
Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.
La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).
Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.
Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro
In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.
Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.
Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).
Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati
Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.
Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli
La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.
Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri
Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).
Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:
Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.
Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:
Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.
E poi ancora:
L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.
Facile, no?
Unovirgoladue, dalla cinepresa al web
Una docu-inchiesta per raccontare lo stato (difficile) dell’essere madre in Italia. L’esperienza di Unovirgoladue, questo il titolo del documentario divenuto blog e poi anche libro per le Edizioni Ediesse, sarà raccontata da Silvia Ferreri a “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma sabato 15 ottobre alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).
“Maternità e lavoro: un matrimonio impossibile? Dal documentario Uno virgola due alla blogosfera” è il titolo del suo speech.
Questa l’intervista a Silvia, che ringrazio per la pazienza e la collaborazione.
Come nasce il tuo documentario?
Il mio documentario nasce dall’esigenza di raccontare quel disagio che spesso sentivo raccontare dalle donne che parlavano dei problemi che una gravidanza potesse causare al lavoro. Era per me un mondo sconosciuto e mi ricordo che rimasi scioccata, mi affacciai a quel mondo come ad un giardino mai visto prima. Pensavo di trovare donne felici e gioia e, invece, vidi un sacco di sofferenza. La gravidanza spesso era fonte di stress e dolore per le donne che al lavoro perdevano qualcosa.
Hai avuto difficoltà nel reperire le testimonianze?
Sì, molta difficoltà. Le donne fanno molta fatica a parlare di questo dolore…è intimo, è una violenza troppo forte e spesso si sentono in colpa. Per questo non parlano. Molte mi scrivevano e mail, ma la mail non ti mette in gioco. Poi quando si arrivava all’intervista video, tutte quelle che mi avevano mandato mail si sono tirate indietro. Cercare le testimonianzw è stato un lavoro di un anno.
Il documentario è anche un libro. Quanto le parole hanno contribuito a completare ciò che avevi raccontato con le immagini?
Hanno contribuito molto. Intanto per quelle interviste che non ero riuscita a girare, ma che appunto sono riuscita a raccontare e poi perché mi ha permesso di raccontare tutto l’iter del documentario, delle sue difficioltà e di come fare questa ricerca abbia cambiato me e tutte le persone che lavoraravano con me.
Di questa tua esperienza professionale c’è un evento o una storia che ti ha colpito in maniera particolare?
Tutte le storie sono forti e mi hanno colpito. La cosa che più mi colpiva non erano tanto i racconti dolorosissimi e terribili quanto la voglia il desiderio delle donne di raccontarlo. Ci sono donne che mi hanno detto “Sei la prima persona che davvero mi ascolta, la prima a cui la mia storia interessa davvero”. Si rischia l’isolamento sia al lavoro, sia tra gli amici che spesso non hanno voglia di sentire una persona “pesante” sia in famiglia. Se l’uomo che hai accanto non è pronto ad accogliere e capire questa tua sofferenza ,vieni emarginata anche a casa. Si chiama doppio mobbing. E’ pazzesco ma è così.
Ora il blog si chiama mater et labora e racconti la tua esperienza di mamma. Se una giornalista ti intervistasse come mamma, cosa le racconteresti di questa tua esperienza, quali difficoltà ci sono per una donna che fa questo lavoro, come concili le due cose?
Le difficoltà principali sono tre. Sono il mio assillo e la mia croce.
La prima è quella che ci accomuna quasi tutte. La precarietà. Lavoro in televisione, ma vivo nel terrore che il mio contratto non venga rinnovato. Con un figlio tutto diventa amplificato.
La seconda è quella di aver perso completamente la mia creatività, ovvero non sono ancora riuscita a cominciare un nuovo libro o un progetto che potrebbe assorbirmi troppo. Finito il lavoro in televisione non riesco a fare altro.
E qui veniamo alla terza. Il senso di colpa. Ogni minuto in cui sono lontana dalla televisione è dedicato a lui. Quindi tutto il resto si annulla che sia un nuovo progetto creativo o una lezione di pilates. Lo so devo trovare un equilibrio, ma forse lui è ancora troppo piccino. Mio marito mi spinge continuamente a fare, scrivere, uscire, meditare, fare un massaggio, non so qualunque cosa mi possa far bene e mi possa ridare un po’ del mio tempo. Lui è molto presente e abbiamo una stupenda baby sitter che vive con noi, eppure io non mi ritiro mai. In questo ho ancora molto a imparare.
Cosa ti aspetti dalla nostra iniziativa?
Un bell’incontro tra donne e non solo. E un po’ di sana cucina bolognese che non vedo l’ora::)
Le nuove professioni delle donne
Squillo di trombe, rullo di tamburi…Un po’ di entusiasmo non guasta mai ed è quello che io con il blog Articolo37, le GGD Bologna e Donne Pensanti abbiamo messo per costruire una iniziativa in programma sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 9.30, alle Officine Minganti (via della Liberazione, 15) di Bologna.
Le nuove professioni delle donne – questo il titolo dell’evento patrocinato dalla Provincia di Bologna – è una giornata dedicata alle donne per discutere insieme ad esperte e professioniste del settore sulle opportunità che le tecnologie aprono alle donne: lavoro, relazioni, nuove professioni, discriminazione di genere, supporto e amicizie.
Ascolteremo le testimonianze dirette di quante hanno rivoluzionato la propria vita lavorativa grazie a internet dimostrando come il web incida fortemente sulla società lavorativa contemporanea, ma ci rivolgeremo anche a quelle donne in cerca di lavoro o che vogliono acquisire le competenze adatte a realizzare un progetto di lavoro online.
L’incontro – ad ingresso gratuito – sarà strutturato in un seminar, momento dedicato alle testimonianze dirette delle proprie esperienze professionali e personali, e in workshop, momenti formativi per apprendere strumenti utili e competenze per realizzare un lavoro grazie al web.
Il programma provvisorio è qui.
Nel mio speech parlerò di come è nato Articolo37, delle storie che ho raccontato fino ad ora, di come viene raccontato il lavoro delle donne sui mass media.
Vi aspettiamo e, magari, approfittate dei giorni che mancano all’evento per raccontarmi la vostra storia.
Mara Cinquepalmi
Due pesi e due misure
E’ proprio uno strano Paese il nostro.
Due giorni fa la Camera ha approvato in via definitiva la legge sulle quote rosa con rallegramenti a destra e a sinistra (bipartisan, dicono quelli più snob), oggi una azienda in provincia di Milano, la Ma-Vib di Inzago, ha licenziato 12 operaie e nessun uomo perché “così possono stare a casa curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio”.
Nel pomeriggio l’associazione Donne Pensanti ha lanciato una mail bombing contro la Ma-Vib (info@mavib.com) ricordando le parole dell’articolo 37 della nostra Costituzione:
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.
E’ proprio uno strano Paese il nostro.
Fuori mercato
Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.
Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).
Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):
La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…)
In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.
L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.
Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.
Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.
L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.
Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).
In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.
In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.
La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.
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