Fare storia del lavoro

Bologna ospita dal 12 al 14 dicembre il primo convegno della Società Italiana di Storia del Lavoro, evento promosso in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e il Dipartimento Storia Culture Civiltà, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Spi-Cgil.

Qui il programma. Segnalo, in particolare, per il punto di vista caro a questo blog Storicizzare la precarietà del lavoro: una prospettiva di genere di Eloisa Betti (Università di Bologna, ma su questo blog l’avevamo conosciuta per questo progetto).

 

 

BESame mucho

Un titolo un po’ sopra le righe per un post che affronta un tema di cui, invece, si parla spesso fra le righe.

Qualche giorno fa il Cnel e l’Istat hanno presentato Bes 2013, il primo rapporto sul Benessere equo e solidale. Dei 12 capitoli che compongono il rapporto propongo qui di seguito alcuni estratti da quello su Lavoro e conciliazione dei tempi di vita.

Il post è un po’ lungo, ma penso valga la pena leggerlo. Come al solito, non commento se non con l’uso dei grassetti:

Gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane del Paese, soprattutto nel campo del lavoro femminile e dei giovani. Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica.

Anche le diseguaglianze nell’accesso al lavoro (territoriali, generazionali e di cittadinanza) si sono ulteriormente accentuate con la crisi. Fa eccezione il divario occupazionale tra uomini e donne, perché la crisi ha colpito maggiormente le occupazioni maschili nell’edilizia e nel manifatturiero: ciò nonostante, il divario di genere resta tra i più elevati d’Europa.

E’ interessante, peraltro, notare come diversi sono gli elementi che determinano la soddisfazione per uomini e donne: per i primi il guadagno è l’aspetto che raccoglie più giudizi positivi, mentre le seconde sono più soddisfatte degli aspetti relazionali, dell’orario e della distanza casa-lavoro. Infatti, per le donne la qualità dell’occupazione non può ignorare le difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare sia in riduzione seppur lenta, la percentuale di donne con un sovraccarico di ore dedicate al lavoro (retribuito o meno) non diminuisce, così come non aumenta il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli. Le condizioni peggiori delle donne meridionali fanno supporre che ad alimentare l’insoddisfazione sia anche la carenza di servizi.

La partecipazione al lavoro e la misura della disoccupazione
Nel 2011, su 100 persone da 20 a 64 anni residenti in Italia, solo 61 risultano occupate, 2 in meno di quanto registrato nel 2008, dopo una cresita durata oltre un decennio. La differenza tra il tasso di occupazione dell’Italia e quello dell’Unione europea, che non si era ridotta neppure negli anni della congiuntura favorevole, si è ampliata con la crisi sino a raggiungere 7,4 punti percentuali. Questa radicata arretratezza si deve soprattutto alla scarsa occupazione delle donne italiane, il cui tasso di occupazione non raggiunge il 50%, cioè 12 punti percentuali sotto la media Ue27, e al Mezzogiorno, ove il tasso di occupazione non raggiunge il 48%, ben 21 punti meno della media europea.

Il mercato del lavoro per sesso, età e territorio
La caduta del tasso di occupazione maschile (che nel 2004 era pari alla media europea e dal 2008 è inferiore a essa di oltre 2 punti) ha fatto sì che il tradizionale svantaggio delle donne si sia attenuato, attestandosi sui 23 punti percentuali, un valore comunque molto alto.

Se il gender gap si è ridotto, sia pure in una fase di decisa contrazione dell’occupazione e di forte aumento della mancata partecipazione al lavoro, altre due ben radicate disuguaglianze nell’accesso al lavoro, quella territoriale e quella generazionale, si sono ulteriormente acuite negli anni recenti. La differenza tra il tasso di occupazione del Mezzogiorno e quello del Nord è andata aumentando da 18 punti percentuali nel 2004 a quasi 22 punti nel 2011, con un’accentuazione negli anni di crisi, sicché nel 2011 su 100 persone da 20 a 64 anni residenti nel Mezzogiorno neppure 48 lavorano (in Campania il tasso di occupazione totale raggiunge appena il 43%). Se consideriamo soltanto il tasso di occupazione femminile, il divario diventa abissale: poco più del 33% nel Mezzogiorno contro oltre il 60% nel Nord.

Rispetto al genere le diseguaglianze territoriali, decisamente elevate, non aumentano: nel 2011 si va da un tasso inferiore all’8% per gli uomini nel Nord a quasi il 42% per le donne nel Mezzogiorno.

La condizione occupazionale dei cittadini stranieri
La crisi economica ha acuito le diseguaglianze anche sotto un altro profilo, peggiorando la condizione occupazionale degli stranieri in misura maggiore di quella degli italiani. A causa della minore presenza di giovanissimi e di anziani, il tasso di occupazione degli stranieri residenti in Italia è sempre stato molto superiore a quello degli italiani: dal 2005 al 2008 lo scarto si è aggirato sui 9 punti percentuali. Nel 2011 la differenza si è ridotta a meno di 6 punti, ma soltanto per la forte caduta del tasso di occupazione dei maschi stranieri (da 87% a 81%), mentre quello delle donne straniere è aumentato di un punto (da 52% a 53%). Ciò si spiega con il fatto che la crisi ha colpito in modo molto acuto due settori, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ad alta intensità di lavoratori stranieri maschi, mentre non ha intaccato la domanda di lavoro domestico e di cura, ove sono concentrate le lavoratrici straniere.

(…) il tasso di mancata partecipazione delle donne straniere era superiore a quello delle donne italiane anche prima del 2009, non tanto per la carenza di domanda di lavoro domestico e di cura, quanto per la presenza di una rilevante fascia di donne straniere che sono disoccupate o, pur disponibili, non cercano attivamente un impiego per la difficoltà di conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari, a causa della mancanza di sostegni familiari per la cura dei propri figli.

La qualità del lavoro per sesso, età, territorio e nazionalità
Innanzitutto, le donne sperimentano una più elevata instabilità dell’occupazione, con una maggiore incidenza del lavoro a termine (nel 2011 era in tale condizione quasi il 21% delle donne contro meno del 18% dei maschi) e una minore probabilità di stabilizzazione del rapporto di lavoro nel corso di un anno (nel 2011 poco più del 18% contro oltre il 23% dei maschi).

Le donne sono più svantaggiate per quanto riguarda i bassi salari e la probabilità di svolgere un lavoro che, di regola, richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto: infatti, la percentuale di lavoratrici dipendenti che percepiscono una paga inferiore di due terzi rispetto al valore mediano è superiore di quasi 4 punti percentuali a quella dei lavoratori maschi e quella di laureate e diplomate sovra-istruite rispetto alla qualificazione del lavoro svolto è superiore di circa 2 punti a quella dei laureati e diplomati maschi. Nonostante la crisi, però, entrambe le diseguaglianze restano praticamente stabili negli ultimi anni.

La conciliazione con le attività di cura familiare
La qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare. (…) le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli.
Il livello di istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari: infatti, il gap rispetto alle donne senza figli si riduce progressivamente al crescere del titolo di studio.

(…) la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare svolto dalla coppia in cui entrambi siano occupati diminuisce dall’80% nel 1988-1989 a meno del 74% nel 2002-2003 e del 72% nel 2008-2009. Nelle coppie con figli l’indice di asimmetria è più elevato, ma si riduce in maggior misura nel corso degli anni.

Infine, una diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza di adeguati servizi possono provocare un sovraccarico di impegni lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e relazionali.

Nel Mezzogiorno la percentuale di donne “sovraccariche” è più elevata, tranne che per quelle senza carichi familiari (…).

La soddisfazione sul lavoro per età, sesso, territorio e nazionalità
Se la soddisfazione media di uomini e donne è simile, differenze di genere si riscontrano sulle singole dimensioni: gli uomini presentano una prevalenza di giudizi positivi per il guadagno, mentre le donne mostrano una maggiore soddisfazione per gli aspetti relazionali e per la possibilità di conciliare il lavoro con i tempi di vita (l’orario e la distanza casa-lavoro). Ciò potrebbe dipendere da differenti criteri di selezione iniziali nella scelta del lavoro, con una maggiore attenzione all’aspetto economico da parte della componente maschile e una verso l’avere tempo a disposizione per fronteggiare i maggiori carichi familiari da parte di quella femminile.

Sebben che siamo donne

Foto gentilmente concessa dall'UDI Bologna

Foto gentilmente concessa dall’UDI Bologna

L’UDI Bologna promuove un progetto sulla storia del lavoro femminile del territorio.

“Riordinando l’archivio fotografico dell’Udi Bologna, istituito dall’associazione nel 1982 ed una delle fonti documentali più importanti per la storia delle donne a Bologna nel secondo dopoguerra  – racconta Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna ed una delle donne del gruppo di lavoro del progetto – abbiamo ritrovato numerose immagini di donne al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo avuto la sensazione di una perdita della memoria del lavoro femminile. Nella provincia di Bologna il ruolo delle donne nel lavoro è stato particolarmente significativo fin dall’immediato dopoguerra, il tasso di occupazione femminile nell’industria è stato a lungo il più alto d’Italia e le donne lavoravano in numerosi settori produttivi dall’agricoltura, all’industria al terziario. Tuttavia, la memoria di questa grande partecipazione e del contributo delle donne allo sviluppo economico del territorio è scarsamente presente nella memoria collettiva della cittadinanza e non è stata sufficientemente valorizzata dalla storiografia ufficiale. Nasce così l’idea di lanciare questa campagna di raccolta di foto a Bologna, ma soprattutto nei comuni della provincia. Per questo serve coinvolgere le donne del territorio: chiediamo foto di chi ha lavorato tra il 1945 e il 1982 perché diventino oggetto di studio dei lavori delle donne. Alla raccolta delle foto si affiancheranno delle video interviste ed un laboratorio di scrittura con Alba Piolanti perché le donne siano invogliate a raccontarsi”.

L’UDI Bologna è da tempo impegnata sul tema del lavoro femminile: nel 2011 il convegno svoltosi a Bologna in occasione del XV Congresso Nazionale UDI dal titolo “Libere di lavorare”, nel 2012 la mostra fotografica itinerante “Udi e il lavoro delle donne dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta” e nel 2013 la pubblicazione del volume collettaneo, curato da Fiorenza Tarozzi ed Eloisa Betti, “Le italiane a Bologna” che valorizza il ruolo delle donne bolognesi in 150 anni di storia unitaria. L’UDI di Bologna è, inoltre, co-promotrice del progetto di ricerca “Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni Cinquanta”.

Il gruppo di lavoro che si occuperà del progetto, e che ha reso possibile le iniziative del 2011 e 2012, è costituito dall’assegnista di ricerca dell’Università di Bologna Eloisa Betti e dall’archivista documentalista Elisa Giovannetti, co-responsabili dell’archivio UDI, Alba Piolanti, già insegnante e scrittrice esperta di memorie femminili, e Katia Graziosi, Presidente dell’UDI di Bologna.

Chi è interessata può contattare l’UDI al numero 051-236849 oppure inviare una mail a archivioudibo@gmail.com.

Strada facendo

 

foto-4Giovedì 29 novembre hanno scioperato di nuovo.
Sono le lavoratrici de La Perla, storico marchio bolognese dell’intimo che a ottobre ha dichiarato 309 esuberi.
La trattativa è in stallo. Al momento l’ipotesi è che gli esuberi scendano a 290.

Lunedì 29 ottobre ho sfilato con loro per le vie di Bologna in occasione di una manifestazione (qui l’articolo del Resto del Carlino e qui quello di Repubblica Bologna) che ha preceduto una assemblea pubblica aperta alle istituzioni.

Lungo la strada, da piazza XX Settembre al Teatro Galliera, dove si è tenuto l’incontro, ho parlato con alcune di loro.
Qui di seguito non troverete nomi, ma il racconto di chi sta lottando per la propria dignità di donna e lavoratrice.
Le iniziali dei nomi sono di fantasia, i grassetti invece sono miei.
Mi dice A: Sono stata macchinista per 27 anni. Ora sono in pensione. Conosciamo il prodotto nei dettagli, ma dopo cinque anni di precarietà c’è grande sconforto. Il saper fare in questa azienda vale e le lavoratrici non accettano di essere messe da parte. Hanno competenze che fanno grande questo marchio. E’ un’azienda fatta al 95% di donne. E’ un’azienda di donne per le donne, ma diretta dagli uomini.
Mi dice B: Ho 33 anni e lavoro in fabbrica da 10 anni. Con la proprietà italiana era tutto ok, ma gli americani vogliono solo fare affari. In fabbrica si sta bene. L’ho scelto io questo lavoro perché mi piace. Io non sono di Bologna. Quando sono arrivata, dopo due settimane già lavoravo. Sono tanti 309 esuberi. Può essere chiunque di noi.
Mi dice C: Tutte viviamo male la situazione. Prima c’era speranza anche facendo sacrifici. Non ci sono proposte nel piano industriale, ma solo tagli come quelli del Governo. Ho 37 anni e lavoro dal 2004. I rapporti tra colleghi sono buoni, ora però è una guerra tra poveri. Nella protesta si uniscono anche i reparti non operai. Se ci spacchiamo, rischiamo di fare la fine dell’Omsa.
Mi dice D: Ho 49 anni e lavoro da 21 anni. Sono impiegata. E’ stato il mio primo lavoro. La Perla è un posto dove si sta bene. Purtroppo non c’è chiarezza di obiettivi da parte dell’azienda. Siamo solo dei numeri per loro.
Mi dice E: Ho 49 anni e da 20 lavoro come impiegata. E’ un ambiente positivo. Rischiamo di perdere il lavoro senza possibilità di ricollocamento.

Intanto siamo arrivate al teatro.
La sala si riempie in poco tempo. Giacomo Stagni della Filtea Cgil, prima degli interventi istituzionali, ripercorre la storia dell’azienda e mette sul piatto i numeri della crisi:
Negli anni ’90 c’erano 1600 lavoratori. Nel 2007 GH Partners, un fondo di San Francisco, ha acquisito l’azienda. I lavoratori erano 1170 su 4 stabilimenti. Oggi sono 600 tra quelli al lavoro e quelli in cassa integrazione.
Non è il primo processo di ristrutturazione e prendiamo atto del fallimento degli altri processi. Sono previsti 309 licenziamenti che la città non si può permettere. Due anni fa il tasso di disoccupazione a Bologna era del 2-3%, oggi del 5-6%.
Con i numeri presentati l’azienda non lavora.

Poi parla Lorena, una dipendente:
Si vive malissimo, stiamo dando tutto. Ci sentiamo abbandonate. Facciamo questa lotta il più unite possibile perché non vogliamo la distruzione. Ci crediamo perché ci emoziona vedere i nostri capi indossati nei film.
Non sappiamo più che armi usare. Continuiamo a lavorare in questa situazione. Non abbandonateci.

Nota a margine
Sul ponte di via Galliera passano due signore. Si fermano. Una dice all’altra: Però per questo gruppino qua chiudere la strada.

100per100mamma

Questo post nasce da una foto che ho visto su Instagram. L’ha pubblicata qualche giorno fa 100per100mamma e si intravedono queste parole: Nel prendere atto delle dimissioni da lei comunicate…

Allora mi sono incuriosita e ho chiesto a Cristiana, che in rete è 100per100mamma, di raccontare ad Articolo37 la sua storia di donna, mamma e lavoratrice.

Ecco cosa mi ha scritto (i grassetti sono, come al solito, miei):

Nella mia vita lo spartiacque è stata la nascita della mia prima figlia, Sofia. Fino a quel momento ero una persona ambiziosa sul lavoro, che pensava che avrebbe fatto carriera e avrebbe avuto  successo nel mondo della pubblicità che aveva scelto dai tempi dell’università come suo obiettivo. Per anni ho lavorato in una famosa agenzia pubblicitaria e 12 – 13 ore di lavoro al giorno erano la normalità. Poi un’offerta di lavoro in banca, nella comunicazione, mi ha fatto cambiare in parte direzione. All’epoca ero appena sposata e ho pensato che quello fosse il lavoro perfetto per una futura mamma che voleva anche occuparsi della sua famiglia in prima persona.

Poi, ho vissuto 12 mesi unici a casa in maternità e le mie certezze hanno subito un primo scossone. E con il rientro in ufficio ho avuto la certezza che niente sarebbe più stato come prima. Demansionata fino ad occuparmi della rilevazione delle presenze dei miei colleghi, messa sotto pressione per le scelte poco in linea con il mio contratto di apprendistato, ostacolata in tutte le richieste che facevo.

Ma non mi ponevo molte domande: nei cuori di mio marito e mio c’era già un secondo bambino e il trattamento sul lavoro era l’ultimo dei miei pensieri. Un anno dopo il mio rientro sono rimasta a casa per la seconda volta e mi sono goduta Sofia e Cecilia per 14 splendidi mesi. Durante questa seconda maternità è iniziato il gioco del mio blog, che pian piano è diventato la mia passione più grande. Grazie alle mie bambine ho scoperto anche il mondo delle mamme che producono artigianalmente prodotti per bambini e me ne sono innamorata.

Il rientro in ufficio è stato terribile. Io ero cambiata e ogni giorno mi scontravo con la rigidità e l’inflessibilità di un mondo miope e maschilista. La mia richiesta di part-time è stata respinta nonostante le mie lacrime e l’oggettiva impossibilità da parte mia a trovare un’organizzazione familiare sostenibile. Questa è stata la goccia. Fino a quel momento pensavo che sarei rimasta bancaria a vita – anche se ormai non mi riconoscevo in quel robot che ogni mattina sprecava 8 preziosissime ore a far finta di lavorare, a sopravvivere a un impiego nel quale non poteva mettere nulla di proprio né dare un minimo valore aggiunto. E le idee hanno preso forma. Invece che abbandonarmi alla rassegnazione, questa situazione di crisi mi ha dato lo stimolo per capire che avrei potuto far diventare le mie passioni un lavoro. Ed è nata Cento per cento mamma! I puntini della mia formazione, delle mie attitudini  e delle mie esperienze professionali e di vita si sono uniti nella mia mente in un disegno ben chiaro.

Ora mancava il coraggio. Il coraggio di lasciare il certo per l’incerto. Ma avevo dalla mia la consapevolezza che quello sarebbe stato il lavoro che volevo fare e che sarei riuscita a gestire casa, lavoro e famiglia in modo più semplice e “umano” per tutti.

Per il mio 31° compleanno mi sono regalata 100% Mamma, lo shop online di articoli realizzati a mano dalle mamme per bambini e mamme e, un mese e mezzo dopo, abbiamo fatto la scelta di vita: ho dato le dimissioni. Dal 14 giugno sarò un’imprenditrice a tutti gli effetti. E sono molto felice. E’ stata una scelta sofferta e l’incertezza del futuro mi impaurisce, ma so che uscire dal sistema è per me il modo migliore per sentirmi realizzata nel mio lavoro potendo al tempo stesso essere presente per la mia famiglia.

Chiudo con la reazione di Sofia, quattrenne, al mio annuncio “lavorerò da casa”: “Mamma, è il regalo più bello che potessi farmi!”

Quando si dice il destino. Ho pubblicato da circa un’ora questo post quando sul Corriere della Sera leggo che l’Italia è al secondo posto Ocse le imprese gestite da donne. Chissà che non porti fortuna anche a Cristiana.

Articolo37 on air

Piccolo spazio…pubblicità.

Qualche settimana fa sono stata intervistata da Frequenze di genere, programma radiofonico in onda su Radio Città Fujiko.

Abbiamo parlato di donne e lavoro, di questo blog e delle storie che sto raccogliendo, ma anche della bellissima esperienza delle Nuove Professioni delle Donne insieme a Francesca Sanzo e Girl Geek Dinners Bologna.

Qui si può ascoltare la puntata.

Grazie a Frequenze di Genere e buon ascolto!

Bankitalia, le donne e l’economia italiana

Mentre oggi alcuni continuano ad interrogarsi se la parata del 2 giugno sia più o meno opportuna (perché non pensarci anche negli anni passati?), altri a pochi giorni dagli Europei di calcio si (pre)occupano delle sorti dello sport nazionale per eccellenza, io preferisco dedicare qualche minuto alla relazione annunale della Banca d’Italia (qui il testo integrale e qui una riflessione del blog 27ora del Corsera), presentata due giorni fa.

Cosa dice il rapporto sul 2011 di Bankitalia? Ecco alcuni dati dal capitolo “Il ruolo delle donne nell’economia italiana” (i grassetti sono miei):

In Italia restano ampi i divari nella partecipazione di donne e uomini alla vita economica, nonostante i progressi negli ultimi decenni. Nel 2011 il Paese continua a collocarsi tra i più arretrati nella graduatoria dell’indice Global Gender Gap (al 74° posto su 145 paesi; 21° posto tra quelli dell’Unione europea), penalizzato soprattutto dalla componente “partecipazione e opportunità economiche” (90° posto), mentre è più contenuto il divario in termini di “risultati scolastici” (48° posto). I ritardi riguardano l’accesso al mercato del lavoro, il livello delle retribuzioni, la carriera, il raggiungimento di posizioni apicali e l’iniziativa imprenditoriale.

Le cause della bassa partecipazione sono di varia natura. La carenza dei servizi volti a conciliare vita professionale e familiare continua a essere un freno alla partecipazione al mercato del lavoro nei primi anni di vita dei figli. All’interno della famiglia, anche tra le coppie in cui entrambi i coniugi lavorano, i carichi domestici e di cura gravano in misura sproporzionata sulle donne. Differenze nelle attitudini tra donne e uomini, quando non riconosciute, possono indurre discriminazioni involontarie.

Evidenze internazionali mostrano i possibili benefici di una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, nelle posizioni di vertice, nelle amministrazioni. A una più elevata presenza di donne tra gli amministratori pubblici corrispondono livelli di corruzione più bassi e un’allocazione delle risorse orientata alla spesa sanitaria e ai servizi di cura e di istruzione. Una maggiore occupazione femminile si associa all’acquisto di beni e servizi, specie quelli di cura, altrimenti prodotti all’interno della famiglia, stimolando l’espansione di un mercato in Italia poco sviluppato; può determinare un aumento del numero di famiglie con redditi da lavoro e una riduzione del rischio di povertà, con una crescita complessiva del PIL.

In Italia il tasso di occupazione femminile nella fascia di età 15-64 è nel 2011 pari al 46,5 per cento, 21 punti percentuali più basso di quello maschile. Il divario sfiorava i 31 punti nel 1993 e ha continuato a ridursi anche durante la crisi, con un calo dell’occupazione più accentuato tra i maschi. Il tasso di occupazione femminile è pari al 55,1 per cento al Centro Nord e al 30,8 nel Mezzogiorno; il divario territoriale si è gradualmente ampliato dal 1993 a oggi in conseguenza di una dinamica occupazionale più sostenuta nel Centro Nord. Il differenziale di genere è più elevato nel Sud, di quasi nove punti percentuali rispetto al Centro Nord; è massimo nella fascia di età 35-54 anni ed è inversamente proporzionale al titolo di studio.

La presenza femminile nel mercato del lavoro è maggiore in tipologie di impiego meno stabili e nei settori a più bassa remunerazione (segregazione orizzontale).

Le donne italiane sono particolarmente sottorappresentate nelle posizioni di lavoro apicali.

La quota di imprese femminili risulta più elevata nel Mezzogiorno, raggiungendo i valori massimi in Molise, in Basilicata e in Abruzzo (30,1, 27,8 e 27,7 per cento, rispettivamente) per effetto della rilevanza delle imprese femminili nel settore agricolo. Lombardia (20,2 per cento), Trentino-Alto Adige ed Emilia Romagna (entrambe al 20,7 per cento) registrano invece le incidenze più basse.

In Italia le evidenze sull’ampiezza e sulla varietà dei divari di genere suggeriscono l’operare di un insieme di cause con diverso grado di persistenza.

Pur se meno accentuata, permane la tradizionale concentrazione delle laureate italiane nelle discipline umanistiche (47 per cento tra le donne con almeno 45 anni, 33 tra quelle più giovani); le più giovani mostrano una maggiore predilezione per le discipline economiche e giuridico-sociali, per architettura e ingegneria.

In Italia la ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro si associa a bassi tassi di fecondità(1,4 figli per donna, come in Germania, contro 2,0 in Francia e in Danimarca nel 2008). (…) L’impatto negativo della fecondità si concentra nel periodo in cui i figli sono piccoli; permane in termini di qualità del lavoro (qualifica, tipologia di orario e di contratto) e di continuità delle carriere.

Nel confronto internazionale l’Italia si caratterizza per la diffusione di pregiudizi valoriali non favorevoli alla presenza femminile nell’economia e nella società.

Mentre in molte altre economie avanzate uomini e donne lavorano lo stesso numero complessivo di ore – i primi lavorano più per il mercato, le seconde più in casa – in Italia gli uomini lavorano molto meno, perché le donne dedicano più ore al lavoro domestico, anche rispetto alle altre europee.

Nostre analisi mostrano che il lavoro riduce in misura contenuta il tempo trascorso dalle madri con i figli: le madri lavoratrici comprimono il loro tempo libero e quello impiegato in attività domestiche; allo stesso tempo, quando le madri lavorano, aumenta il tempo che i padri dedicano ai figli. Il lavoro delle madri, quindi, sembra favorire una maggiore condivisione nell’accudire i figli.

La disponibilità di strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia influenza la decisione di quanto e dove lavorare. A causa della diversa ripartizione dei carichi tra i generi, le carenze dell’offerta di servizi di cura, specie per i più piccoli e gli anziani non autosufficienti, tendono a incidere soprattutto sulle scelte di partecipazione delle donne. Ad esempio, per le donne la disponibilità di asili nido si correla positivamente con le ore di lavoro.

Istat 2012, come sta l’Italia?

  1. Dal rapporto emerge un Paese segnato dalle disparità.
  2. VITAnonprofit
    @Codacons “Il 40% delle famiglie è in difficoltà” http://ow.ly/b4Lg1 La denuncia dell’associazione dopo aver letto i dati Istat
    Tue, May 22 2012 14:05:04
  3. Il dato più allarmante riguarda la condizione femminile:
  4. alessiamosca
    I dati Istat fotografano l’Italia nel 2012: la situazione femminile è ancora drammatica http://bit.ly/KJ3oFC
    Tue, May 22 2012 13:47:31
  5. LaGravidanza
    #istat #occupazionefemminile le dimissioni in bianco coincidono con una #gravidanza: cioè non sono libere
    Tue, May 22 2012 13:31:12
  6. Cesare_Damiano
    #istat: #Italia torna ad essere divisa in classi sociali http://wp.me/pdeu0-4NR via @wordpressdotcom
    Tue, May 22 2012 13:33:46
  7. gurissam1900
    L’Istat ha fotografato l’Italia, ma adesso ha il problema di trovare qualcuno che sappia sviluppare il rullino. #twitandshout
    Tue, May 22 2012 12:32:49
  8. panzallaria
    coppie in cui la #donna non percepisce un reddito: Francia 10,9%,Spagna il 22,8%, Ue27 19,8%. In Italia 33,7%: ISTAT http://goo.gl/G7GrU
    Tue, May 22 2012 08:03:27

Con gli occhi di Silvia

Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.

La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.

Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):

Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?

Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.

Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.

Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”,  ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.

Conciliare poi  il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.

La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?

La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.

Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.

L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?

Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.

Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?

Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.

Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…

Noi credevamo

(…) La finiamo qui, senza aggiungere il conteggio di quante donne hanno approfittato della rivoluzione risorgimentale per alzare anche la bandiera della “loro” libertà, ma soprattutto per “fare” l’Italia con le idee, il contributo personale, le azioni. Ricordiamo solo che nel 1861 in Italia circolava un centinaio di riviste e rivistine femminili. Gran parte delle prime notti erano stupri. Se una restava vedova ed era incinta, si ritrovava la tutela di un “curatore del ventre” perché la legge la riteneva inaffidabile per natura. Se studiava la ritenevano strana e, comunque, le vietavano le cattedre e il potere. Se condivideva le lotte del lavoro, i sindacati la mettevano davanti a tutti perché si presumeva che il regio esercito non avrebbe sparato sulle donne. Chiesero il voto (e la Repubblica romana lo aveva accolto nella sua Costituzione): lo ebbero dopo la seconda guerra mondiale. La storia, infatti, non ricorda mai che non è fatta solo dai maschi.

Queste parole sono di Giancarla Codrignani e sono tratte dall’articolo “150 anni: anche noi credevamo…”, scritto nel marzo 2011 e poi pubblicato nel suo libro “Stiano pure scomode, signore” (Editrice Cooperativa Libera Stampa – 2011).

Questo è l’#8marzoperme.