articolo37

Il pane, le rose e molto di più

Istat 2012, come sta l’Italia?

  1. Dal rapporto emerge un Paese segnato dalle disparità.
  2. VITAnonprofit
    @Codacons “Il 40% delle famiglie è in difficoltà” http://ow.ly/b4Lg1 La denuncia dell’associazione dopo aver letto i dati Istat
    Tue, May 22 2012 14:05:04
  3. Il dato più allarmante riguarda la condizione femminile:
  4. alessiamosca
    I dati Istat fotografano l’Italia nel 2012: la situazione femminile è ancora drammatica http://bit.ly/KJ3oFC
    Tue, May 22 2012 13:47:31
  5. LaGravidanza
    #istat #occupazionefemminile le dimissioni in bianco coincidono con una #gravidanza: cioè non sono libere
    Tue, May 22 2012 13:31:12
  6. Cesare_Damiano
    #istat: #Italia torna ad essere divisa in classi sociali http://wp.me/pdeu0-4NR via @wordpressdotcom
    Tue, May 22 2012 13:33:46
  7. gurissam1900
    L’Istat ha fotografato l’Italia, ma adesso ha il problema di trovare qualcuno che sappia sviluppare il rullino. #twitandshout
    Tue, May 22 2012 12:32:49
  8. panzallaria
    coppie in cui la #donna non percepisce un reddito: Francia 10,9%,Spagna il 22,8%, Ue27 19,8%. In Italia 33,7%: ISTAT http://goo.gl/G7GrU
    Tue, May 22 2012 08:03:27
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Ventiquattropercento

Nel 2009, le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati, coniugati dopo un divorzio) sono 3 milioni 115 mila, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più.

Lo dice l’Istat in un report sulle condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio, uscito qualche settimana fa (lo potete leggere qui).

In particolare, c’è un dato di genere che colpisce molto e che voglio sottolineare:

dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%).

E ancora:

la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Ho scelto alcuni passaggi della ricerca e li propongo qui di seguito commentandoli soltanto con i grassetti, come è mia consuetudine quando mi mancano le parole oppure quando me ne vengono in mente troppe.

Marcate differenze di genere: più donne tra i genitori soli

Il tipo di famiglia in cui vivono evidenzia importanti differenze di genere . Le donne si trovano più spesso a svolgere il ruolo di genitore solo (35,8%, contro solo il 7,3% degli uomini); gli uomini, invece, mostrano una maggiore propensione a formare una nuova unione coniugale o di fatto (sono in una famiglia ricostituita il 32% degli uomini, contro il 23,3% delle donne) o a vivere da soli (43% contro solo il 25,4% delle donne).

Peggiori condizioni economiche per le donne

Nel 2008, rispetto alla popolazione complessiva di 15 anni e più, i redditi equivalenti dei separati, divorziati e riconiugati mostrano quote più elevate in corrispondenza del primo e dell’ultimo quinto della distribuzione (rispettivamente il 21% e il 23,4%). Tale diseguaglianza, però, è imputabile principalmente alla composizione per genere di ciascun gruppo: le donne, infatti, nel 24,5% dei casi hanno redditi equivalenti compresi nel quinto più povero della distribuzione, mentre gli uomini si ritrovano più spesso in quello più ricco (il 29,3%).

Le donne vivono in famiglie con condizioni economiche meno agiate rispetto a quelle degli uomini, anche a parità di situazione familiare, eccezion fatta per chi vive in famiglie ricostituite (siano esse formalizzate tramite un nuovo matrimonio, o una convivenza di fatto). In questo caso, infatti, la percentuale di quanti si collocano nell’ultimo quinto della distribuzione dei redditi equivalenti è pressoché analoga (il 26,2% degli uomini e il 24,9% delle donne).

Le donne che vivono sole mostrano una situazione più eterogenea, trovandosi più frequentemente sia nel quinto più povero (23,1%), sia nei quinti più ricchi (23% e 21,8% rispettivamente nel quarto e ultimo quinto). Ben il 34,5% degli uomini che vivono da soli appartengono, invece, al quinto più ricco. Decisamente svantaggiata è la condizione economica delle madri sole (il 27% è nel quinto più povero) e delle donne che dopo la separazione o il divorzio vivono in altri tipi di famiglia (il 27,7% è nel quinto più povero). Gli uomini che vivono in altri tipi di famiglia, al contrario, mostrano avere una condizione economica più agiata (il 24,8% è nel quinto più ricco).

Tra le donne che hanno sciolto l’unione coniugale, la percentuale di chi vive in famiglie a rischio di povertà (24%) è più alta rispetto al totale delle donne con almeno 15 anni (19,2%) e soprattutto rispetto alle coniugate (15,6%). Gli uomini separati, divorziati o riconiugati, invece, vivono in famiglie a rischio di povertà in misura (15,3%) pressoché analoga a quella della popolazione maschile con almeno 15 anni (15,8%). Le quote più elevate di donne a rischio di povertà si evidenziano tra le single (con un rischio di povertà pari al 28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Gli indicatori di disagio economico confermano lo svantaggio delle donne

Se, accanto alla distribuzione dei redditi, si considerano anche gli indicatori di deprivazione non monetaria, pur confermandosi un quadro più svantaggiato per le donne, emerge che la quota di uomini separati, divorziati o riconiugati che vivono in famiglie con almeno tre sintomi di disagio economico (tra quelli previsti dall’indicatore sintetico definito dall’Eurostat) è pari al 17,5% ed è superiore sia a quella relativa al totale degli uomini con almeno 15 anni (14,9%), sia a quella che si calcola per i coniugati (12,7%). Lo svantaggio delle donne separate, divorziate o riconiugate rimane comunque marcato, con un valore dell’indicatore che raggiunge il 24,4%.

In particolare, il 13,6% degli uomini che hanno sciolto un’unione vive in famiglie che sono in arretrato con il pagamento di bollette, mutuo, affitto o altri tipi di debito, mentre questa stessa condizione è condivisa dal 20% delle donne; il 7,3% non riesce a permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, contro il 10,4% delle donne; infine, l’11,2% non riesce a scaldare la casa adeguatamente, contro il 14,1%.

Tra le donne, inoltre, è particolarmente alta la percentuale di coloro che vivono in famiglie che non riescono a sostenere una spesa imprevista di circa 750 euro (44,3%) o arrivano a fine mese con grande difficoltà (26% delle donne che hanno sciolto un’unione e 30,8% delle monogenitore), mentre per questi indicatori di deprivazione gli uomini mostrano livelli rispettivamente analoghi o migliori rispetto a quelli della popolazione con almeno 15 anni.

La situazione economica peggiora, soprattutto per le donne

Al momento della separazione la maggior parte degli uomini sono occupati (83,1%), mentre le donne occupate sono il 61,4% (il 52,7% a tempo pieno, l’8,7% part-time). Le donne non occupate sono per lo più casalinghe (22,7%), o in cerca di occupazione (11,5%, contro il 5,6% degli uomini).

Il 76,3% degli individui che hanno vissuto lo scioglimento di un’unione non cambia condizione occupazionale nei due anni successivi alla separazione. Tra coloro che, al contrario, modificano la propria posizione nel mercato del lavoro, si osserva più frequentemente la transizione da inattivo a occupato (9,4% degli individui), soprattutto per le donne (che rappresentano il 78,2% di coloro che iniziano a lavorare a seguito dello scioglimento dell’unione). Tra gli altri tipi di transizione, si osserva che il 5,2% ha cambiato datore di lavoro, il 3,7% ha cercato lavoro ma non lo ha trovato, e il 2,9% ha smesso di lavorare.(…)

A veder peggiorare le cose sono soprattutto le donne (il 50,9%, contro il 40,1% degli uomini) e coloro che al momento dello scioglimento non avevano un’occupazione a tempo pieno (condizione in cui si trova il 52,3% delle persone in cerca di occupazione, il 53,9% degli inattivi e il 61% degli occupati a tempo parziale); tra gli occupati a tempo pieno è più elevata la percentuale di individui che mantengono la stessa condizione economica (46,2%). (…)

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Fattore D

Nell’aprile 2010 scrivevo il post  Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.

Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.

La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).

Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.

Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.

Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.

Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).

Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati

Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli

La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.

Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri

Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).

Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.

Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:

Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.

E poi ancora:

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Facile, no?

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Fatti più in là

Nei giorni che precedono l’8 marzo sui giornali e in tv è tutto un parlare di donne. Mi è capitato di leggerne tanti, alcuni li ho coservati, altri mi hanno fornito lo spunto per qualche post. Come questo di Monica D’Ascenzo uscito sul Sole24Ore proprio alla vigilia della festa della donna.

Ha ragione Monica, però, quando scrive: “Una settimana all’anno dedicata alle donne, però, non è sufficiente e lo si può leggere fra i numeri dell’ultima indagine Istat. L’occupazione femminile a gennaio è tornata sui livelli della primavera del 2006”.

L’ho contattata e questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ringrazio Monica per la disponibilità e per la cortesia.

Nel dicembre 2009 l’Istat ha pubblicato l’indagine multiscopo “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato  adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili” (ne ho parlato già qui). Le ultime pagine dell’indagine sono dedicate alle donne che lavorano, alle loro attese come madri e  alle criticità connesse ai percorsi professionali. Tra i dati che emergono e che ricorrono anche in statistiche e studi più recenti colpisce che l’arrivo di un figlio incida sulla stabilità occupazionale delle donne.

In particolare, dopo la maternità facciamo fatica a rientrare nel mondo del lavoro e, se precarie, abbiamo più difficoltà a mantenere l’occupazione o a stabilizzarci. 

In Italia le donne contano per il 60% dei laureati, inoltre le studentesse hanno in media voti più alti e si laureano più velocemente. Si ha riscontro di questo anche nei concorsi per l’accesso a professioni come l’avvocatura o la magistratura. Non c’è, invece, alcuna corrispondenza con la presenza delle donne a livelli manageriali nelle aziende, perché sopravvivono i tetti di cristallo difficili da sfondare. Il vero problema è che una donna su quattro rinuncia al proprio lavoro con la nascita del primo figlio perché in Italia mancano le strutture sociali che permettano di conciliare, senza eccessivi sacrifici,  la sfera familiare e quella professionale.

Qualche mese fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia per offrire a chi lavora più tempo ed energia per la famiglia (questa la  notizia in un articolo su Repubblica). In Italia si parla tanto di famiglia e di politiche per la famiglia, però temi come la conciliazione dei tempi sembrano non trovare spazio nell’agenda politica. Perché?  

L’8 marzo scorso le parti sociali e il ministero del Lavoro hanno siglato l’avviso comune che apre il percorso tecnico per introdurre, in tutti i livelli di contrattazione, forme di flessibilità family-friendly e di conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Orari rimodulati, lavoro a tempo parziale, forme di telelavoro, congedi parentali rimodulati e una gestione più attenta dei permessi sono solo alcune delle leve su cui potranno contare le parti per definire, entro i prossimi tre mesi, le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione. Il prossimo anno sarà fatta una verifica dello stato di attuazione. Ma i cambiamenti all’interno delle aziende restano ancora troppo lenti.

Tu scrivi di economia. Negli ultimi due anni il tema che tiene banco è la crisi. Può esserci una lettura al femminile della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? 

La crisi economica ha colpito duramente l’occupazione femminile scesa dal 47,2% al 46,4%. D’altra parte in Italia le donne contano per il 60% dei contratti “precari”, che sono i primi a essere tagliati in caso di crisi. Il risvolto positivo è stato che le donne hanno dimostrato di potersi reinventare meglio e più degli uomini. Non è un caso, infatti, se negli ultimi anni è aumentata l’iniziativa imprenditoriale femminile. Inoltre per gli uomini esiste una sorta di identificazione con il proprio lavoro, che li mette in crisi nel momento in cui la sfera professionale viene a mancare.

Nel tuo ultimo libro “Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei cda” fai il punto sulla questione quote rosa nei consigli di amministrazione. Il tema è tornato d’attualità con la proposta di legge di qualche mese fa che ha riacceso il dibattito. A che punto siamo in Italia?  

La proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca è attualmente all’esame della commissione finanze della Camera. Manca solo il via libera del Governo perché possa venire approvata in via legislativa, quindi senza passare al voto in aula. Se arrivasse il sì dell’esecutivo, prima della pausa estiva potrebbe diventare legge ed entro una decina d’anni avremmo un terzo dei cda delle società quotate composto da donne. 

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Una donna in carriera

Avevo giurato a me stessa che non avrei scritto nemmeno una parola sull’affaire bunga bunga, poi stamattina, leggendo il Corriere della Sera, mi sono imbattuta in questa dichiarazione.
Come faccio a non scrivere, come posso ancora tacere su una questione che va ben oltre la politica?
Le parole di questa ragazza non sono altro che un tragico specchio dei tempi.

L’articolo di Ferrarella e Guastella si può leggere qui.
Non commento, se non con l’uso dei grassetti:

«Rischio di restare con la laurea e un calcio nel sedere»

La vita delle ragazze da bunga bunga, del resto, è esposta alla volubilità del premier. «Quando ha voglia ci chiama, quando non ha voglia non ci chiama», sospira una ragazza che da Berlusconi dice di «essere stata raccomandata all’università in Calabria». E che alla Minetti, in una telefonata simile a una seduta di psicoterapia, ruotante attorno alla frustrata richiesta al premier di avere in regalo «uno stabile a Milano da poter vendere», espone i suoi crucci: «Tu bene o male hai il tuo lavoro, guadagni tot… (12 mila euro al mese di stipendio da consigliera regionale lombarda, ndr), non te lo leva nessuno. A me, se non mi mette, che cavolo faccio? Sto in Comune per altri 5 anni a guadagnare 600 euro? E quante cose possono capitare in 2 anni? Lui può sparire… può succedergli qualcosa… sta cambiando il governo… Se mi dice di aspettare, gli dico che ho aspettato 5 anni (…) Ma basta! Ma che, siamo sceme, ma bisogna farglielo capire a ’sto uomo ehh, cioè ma poi per dirti, Fini lo fa con la moglie eh… capito, o con le fidanzate o con le amanti…». Le buste con 2 mila euro a volta o i regali volanti non arginano più la disillusione dei prosaici obiettivi della ragazza: «Basta! Poi sì, per l’amor del cielo, (Berlusconi, ndr) ci sta costruendo una carriera, però bisogna vedere se poi va in porto ’sta carriera! E se non va in porto? Rimango con la laurea e un calcio nel sedere come tanti altri ragazzi…».

Nota a margine
Valla a spiegare la carriera a quella donna su due che non ha lavoro e non lo cerca (così ci dice oggi l’Istat).

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