100per100mamma

Questo post nasce da una foto che ho visto su Instagram. L’ha pubblicata qualche giorno fa 100per100mamma e si intravedono queste parole: Nel prendere atto delle dimissioni da lei comunicate…

Allora mi sono incuriosita e ho chiesto a Cristiana, che in rete è 100per100mamma, di raccontare ad Articolo37 la sua storia di donna, mamma e lavoratrice.

Ecco cosa mi ha scritto (i grassetti sono, come al solito, miei):

Nella mia vita lo spartiacque è stata la nascita della mia prima figlia, Sofia. Fino a quel momento ero una persona ambiziosa sul lavoro, che pensava che avrebbe fatto carriera e avrebbe avuto  successo nel mondo della pubblicità che aveva scelto dai tempi dell’università come suo obiettivo. Per anni ho lavorato in una famosa agenzia pubblicitaria e 12 – 13 ore di lavoro al giorno erano la normalità. Poi un’offerta di lavoro in banca, nella comunicazione, mi ha fatto cambiare in parte direzione. All’epoca ero appena sposata e ho pensato che quello fosse il lavoro perfetto per una futura mamma che voleva anche occuparsi della sua famiglia in prima persona.

Poi, ho vissuto 12 mesi unici a casa in maternità e le mie certezze hanno subito un primo scossone. E con il rientro in ufficio ho avuto la certezza che niente sarebbe più stato come prima. Demansionata fino ad occuparmi della rilevazione delle presenze dei miei colleghi, messa sotto pressione per le scelte poco in linea con il mio contratto di apprendistato, ostacolata in tutte le richieste che facevo.

Ma non mi ponevo molte domande: nei cuori di mio marito e mio c’era già un secondo bambino e il trattamento sul lavoro era l’ultimo dei miei pensieri. Un anno dopo il mio rientro sono rimasta a casa per la seconda volta e mi sono goduta Sofia e Cecilia per 14 splendidi mesi. Durante questa seconda maternità è iniziato il gioco del mio blog, che pian piano è diventato la mia passione più grande. Grazie alle mie bambine ho scoperto anche il mondo delle mamme che producono artigianalmente prodotti per bambini e me ne sono innamorata.

Il rientro in ufficio è stato terribile. Io ero cambiata e ogni giorno mi scontravo con la rigidità e l’inflessibilità di un mondo miope e maschilista. La mia richiesta di part-time è stata respinta nonostante le mie lacrime e l’oggettiva impossibilità da parte mia a trovare un’organizzazione familiare sostenibile. Questa è stata la goccia. Fino a quel momento pensavo che sarei rimasta bancaria a vita – anche se ormai non mi riconoscevo in quel robot che ogni mattina sprecava 8 preziosissime ore a far finta di lavorare, a sopravvivere a un impiego nel quale non poteva mettere nulla di proprio né dare un minimo valore aggiunto. E le idee hanno preso forma. Invece che abbandonarmi alla rassegnazione, questa situazione di crisi mi ha dato lo stimolo per capire che avrei potuto far diventare le mie passioni un lavoro. Ed è nata Cento per cento mamma! I puntini della mia formazione, delle mie attitudini  e delle mie esperienze professionali e di vita si sono uniti nella mia mente in un disegno ben chiaro.

Ora mancava il coraggio. Il coraggio di lasciare il certo per l’incerto. Ma avevo dalla mia la consapevolezza che quello sarebbe stato il lavoro che volevo fare e che sarei riuscita a gestire casa, lavoro e famiglia in modo più semplice e “umano” per tutti.

Per il mio 31° compleanno mi sono regalata 100% Mamma, lo shop online di articoli realizzati a mano dalle mamme per bambini e mamme e, un mese e mezzo dopo, abbiamo fatto la scelta di vita: ho dato le dimissioni. Dal 14 giugno sarò un’imprenditrice a tutti gli effetti. E sono molto felice. E’ stata una scelta sofferta e l’incertezza del futuro mi impaurisce, ma so che uscire dal sistema è per me il modo migliore per sentirmi realizzata nel mio lavoro potendo al tempo stesso essere presente per la mia famiglia.

Chiudo con la reazione di Sofia, quattrenne, al mio annuncio “lavorerò da casa”: “Mamma, è il regalo più bello che potessi farmi!”

Quando si dice il destino. Ho pubblicato da circa un’ora questo post quando sul Corriere della Sera leggo che l’Italia è al secondo posto Ocse le imprese gestite da donne. Chissà che non porti fortuna anche a Cristiana.

NPDonne, Lisa Ziri racconta Nemoris

Questa mattina il barcamp Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” ha ospitato la testimonianza di Lisa Ziri, della start-up al femminile Nemoris, nata nel 2011, e ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Questo il racconto della sua esperienza.

Che cos’è Nemoris?

E’ la nostra startup tecnologica al femminile. A #Npdonne racconto la storia della sua nascita, dovuta al fallimento dell’azienda per cui lavoravamo io e la mia socia Silvia Parenti. Siamo una matematica e un ingegnere elettronico, eravamo nell’R&D e sviluppavamo software. Trentotto anni, mamme, donne, poche speranze di trovare il lavoro qualificato che cercavamo, abbiamo deciso di approfittare di tutto il tempo libero dato dalla cassa integrazione/contratto di solidarietà per esplorare se ci fosse la possibilità di fare qualcosa in proprio.

Mio marito è avvocato (uno dei pochi con un grande interesse per l’informatica :-)) e quindi mi sono trasferita da lui per capire come lavorava e se per caso ci fosse un qualche bisogno a cui i software attuali non rispondevano. In realtà ci siamo accorte che gli avvocati hanno grossi problemi nel gestire l’archiviazione digitale dei loro file. I sistemi presenti sul mercato erano dei gestionali che avevano molte funzionalità non utilizzate mentre mancava un sistema che permettesse davvero di risparmiare tempo e tenere le cartelle in ordine e trovare tutto anche a distanza di anni. Noi non avevamo una soluzione, allora abbiamo riallacciato i contatti con le università e cominciato a frequentare le comunità open source. Abbiamo studiato libri e nuovi linguaggi, cambiando totalmente prospettiva. Con la nostra idea ci siamo presentate ai progetti di sostegno alle imprese tecnologiche Spinner e We Tech Off e ci hanno confermato che l’intuizione era buona. Ci hanno dato molto in termine di formazione alla gestione di un impresa: noi il software lo sapevamo fare ma per fare una start-up ci vuole anche dell’altro.

Alla fine abbiamo realizzato un software, ilexis, che utilizza le tecniche del web semantico per archiviare automaticamente i file di tipo legale: in pratica i dati importanti vengono estratti dal file senza che l’utente abbia bisogno di reinserirli e le informazioni vengono archiviate semanticamente, permettendo poi delle ricerche di tipo semantico, che cercano cioè di capire l’ambito dell’informazione richiesta ed cercano i file non per semplici chiavi ma per significato. Abbiamo poi visto che questo tipo di motore può essere applicato a vari ambienti e ora stiamo realizzando personalizzazioni per diversi ambiti documentali.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Di avere e contribuire a creare dei role model per donne imprenditrici in campo tecnologico. Nei progetti di sostegno allo sviluppo di imprese innovative ci sono pochissime imprese con un’alta percentuale femminile e quasi nessuna con imprenditrici che siano anche mamme.

Mi racconti chi eri prima della tua svolta geek?

Sono sempre stata un po’ geek (mi definisco nerd con i tacchi, anche se ormai non li porto quasi più). Quando guardo The big bang theory rido come una pazza perché riconosco perfettamente me e i miei amici. Adoro la fantascienza, ho studiato matematica, lavoro nel mondo del software, sperimentato servizi web ancora in beta per curiosità, conosciuto mio marito napoletano facendo un gioco di narrazione su internet, creato legami tramite i social network, ho un blog, amo l’open source e ho molta fiducia che la tecnologia sia un aiuto notevole per costruire un mondo migliore.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Senza la rete non saremmo riusciti a fare Nemoris. Ci ha permesso di accedere alle comunità open source per trovare la soluzione puntuale al problema che cercavamo di risolvere, la maggior parte dei servizi che utilizziamo per lo sviluppo e la gestione dell’azienda sono in cloud, lavoriamo ognuno da casa propria collegandoci via skype, ci facciamo pubblicità sui social network.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Perché, sono separate? :-) Il mio lavoro è sia offline che online, ma anche la mia vita personale. Abbiamo scelto di fare di Nemoris un’azienda “leggera”, con una spiccata tendenza “ecocompatibile” perché è lo stile di vita che cerco di condurre nella vita di tutti i giorni. So che c’è molto il mito della startup “solo lavoro pazzo, niente vita personale”, ma io e la mia socia abbiamo deciso di avere un equilibrio con la vita privata, ad un certo punto stacchiamo per stare con la nostra famiglia o per andare in palestra e magari riprendiamo a lavorare la sera o il fine settimana. In estate andiamo al mare o in montagna e lavoriamo con il portatile e gli ereader per leggere documentazione anche sulla spiaggia. Lavoriamo continuamente, ma così riusciamo a prolungare il tempo della “villeggiatura lavorativa” per permettere ai nostri figli di stare più tempo a contatto con la natura in un ambiente più rilassato.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Direi! Intanto la conciliazione tra lavoro e famiglia è veramente molto più semplice dal punto di vista pratico, ti porti il lavoro dove vuoi. Questo non vuol dire che sia semplice dal punto di vista organizzativo. A volte rimpiango i tempi in cui tornavo magari tardi dal lavoro da dipendente, ma a quel punto staccavo del tutto. Qui è una ricerca continua di equilibrio, ma ne vale la pena. Naturalmente niente di questo funziona se tutto il lavoro domestico e della cura dei figli cade sulla donna, bisogna collaborare. Poi è importante per trovare altre persone che condividono la tua esperienza e il tuo stile di vita. Anche se nessuna delle tue conoscenze ha fondato una start-up nel tuo campo, magari in qualche altra parte del mondo è una cosa comune, ti puoi ispirare. E infine ti permette di partire da poco, trovare strumenti per cominciare un’attività a buon mercato. Poi si deve crescere, con tanto impegno, ma non è il lavoro che ci spaventa, vero?

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

 

Edith, il pranzo 2.0 è servito

Una laurea in lingue orientali conseguita a Venezia, dove ha vissuto per molti anni, poi il lavoro a Bologna nel web e nell’editoria a fumetti. A un certo punto, però, Edith Gallon, nata a Conegliano 39 anni fa, ha detto basta e si è buttata in una avventura professionale, un ristorante nel centro di Bologna, gestita in modo 2.0.

Linda Serra delle GGDBologna l’ha intervistata per Articolo37 in vista de “Le nuove professioni delle donne” (l’hashtag è #NPDonne), l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna che si terrà, domani, sabato 15 ottobre alle Officine Minganti di Bologna.

Mi racconti chi eri prima della tua ultima  svolta lavorativa?
ero account in una start up a target kids & family. Facevo inoltre consulenze di business development nel settore web e editoria.

Quando hai detto “basta, è ora di cambiare”?
Quando ho capito che stavo diventando troppo vecchia per poter aspirare ad una carriera di livello, a meno di andare all’estero e ricominciare da capo, e quando ho visto che, dopo 10 anni di precariato l’unica via che mi si prospettava era l’apertura della partita iva. Complice anche la pessima situazione economica del paese, mi sono detta che aspettando non sarebbe cambiato nulla, tanto valeva darci un taglio e rischiare.

Hai mai avuto paura di fare un salto nel vuoto, lasciando una professione “classica” e sicura?
Paura certamente, ne ho ancor più ora che devo far quadrare i conti. Ma ero stufa di “tirare” per gli altri e l’unica sicurezza che avevo era quella di un futuro da precaria. La misura era colma ed ero pronta a fare qualcosa di mio in qualsiasi settore vedessi degli sbocchi.

Come ti è venuta l’idea di gestire un ristorante utilizzando un ipad e i nuovi media?
Sono fondamentalmente una geek, ho fiducia nella tecnologia e nella sua capacità di semplificare la vita quotidiana lasciandoci più tempo libero. La scelta dell’ipad è venuta dopo una ricerca sulle varie opzioni dei punti cassa, ho visto il software per iPad l’ho trovato una soluzione comoda e semplice. Adatto allo stile moderno che volevamo dare al locale. L’uso dei nuovi media a livello promozionale è per me naturale, venendo da anni di lavoro in quel settore ne conosco e apprezzo le potenzialità.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Per il momento tutte le mie energie sono impiegate nel ristorante, riuscire a far quadrare i conti fondamentalmente. In futuro vorremmo sviluppare l’attività di catering e chissà espanderci con nuove attività sempre nel settore della ristorazione. Ora come ora comunque la quotidianità è più che sufficiente e non ho il tempo di guardare troppo avanti.

Cosa racconterai all’iniziativa del 15 ottobre e cosa pensi che possa darti in termine di relazioni e opportunità?
Sono felice di partecipare ad un evento di networking tra donne dato che sono convinta dell’importanza di fare rete in modo positivo e sono davvero lusingata di essere stata invitata. Racconterò di una piccola attività imprenditoriale nata da un sogno di indipendenza e dalla voglia di mettersi alla prova, delle sue difficoltà e delle sue soddisfazioni.

Ravenna verso il bilancio di genere

Il Comune di Ravenna sta lavorando al bilancio di genere. Dell’analisi di contesto, presentata alla stampa qualche settimana fa, vorrei riportare in questo post alcuni estratti della parte relativa al lavoro e all’imprenditoria femminile (i grassetti sono miei):

Il mercato del lavoro viene quindi analizzato nelle sue più importanti variabili: tasso di attività, di occupazione e di disoccupazione che, se riletti in chiave di genere, lasciano vedere una realtà sociale disuguale, nella quale, in virtù dei diversi ruoli famigliari, forte è il compromesso tra famiglia e lavoro fatto dalle donne, mentre certamente meno stringente è l’impegno degli uomini nel doppio ruolo, lavorativo e famigliare. (…) Questa analisi è stata integrata da un breve approfondimento sui primi effetti della crisi, che sono stati registrati a partire da fine 2008 – inizio 2009, utilizzando come indicatore il dato sul ricorso agli ammortizzatori sociali.

In provincia di Ravenna il tasso di occupazione – seppure tra i più alti d’Italia – scende dal 71,9 % al 69,3 % (2,6 punti percentuali in meno rispetto al 2007), dopo una crescita ininterrotta dal 2004. (…) Il 2007 ha segnato l’inversione di tendenza per quanto riguarda l’occupazione femminile. Il tasso di disoccupazione femminile è aumentato nel 2008 fino al 4,6 %, mentre quello maschile è sceso al 2,5 %, invertendo di fatto una tendenza alla diminuzione del tasso di disoccupazione femminile che durava dal 2004.

La crisi investe soprattutto l’occupazione femminile: il tasso si riduce da 66,8 a 62,6. Rispetto agli obiettivi per il 2010 stabiliti dal Consiglio Europeo di Lisbona, il tasso di occupazione femminile si pone comunque al di sopra di quello previsto, pari al 60%, mentre l’occupazione complessiva cala al di sotto dell’obiettivo del 70%. (…) L’analisi dell’occupazione dipendente per settori di attività mostra che la presenza femminile si concentra sopratutto nei servizi (37,8% di cui 13,4% in servizi alle imprese e 8,8% nella sanità), nell’industria (24,4% di cui 10,5% nel comparto alimentare), commercio (17,5%) e nel settore alberghiero e della ristorazione (9,8%). Come per gli uomini, rispetto al 2001 si è ridotta la quota di occupate nell’industria ed è cresciuta quella nei servizi.

Il confronto con la distribuzione dell’occupazione maschile evidenzia un forte divario di genere e la preponderanza delle donne nei settori caratterizzati da maggiore flessibilità, precarietà di contratto e livelli retributivi più bassi. Questa è l’altra faccia dell’impetuosa crescita di occupazione femminile degli ultimi anni: se nel 2001 circa il 60% delle donne dipendenti nei settori extra-agricoli risultava inquadrata in un contratto a tempo indeterminato e a orario pieno, nel 2008 questa quota scende al 47,3%, mentre aumentano le tipologie di contratto part-time e a tempo determinato. (…) Nella fascia di età 55-64 circa il 73% degli occupati è donna: la bassa remunerazione e la discontinuità nel lavoro comportano per molte donne la necessità di proseguire l’attività lavorativa anche in età avanzata in misura maggiore di quanto accade per gli uomini.

La crisi ed i suoi primi effetti

In provincia di Ravenna nel periodo compreso fra settembre 2008 e fine 2009, 527 imprese sono state interessate da situazioni di crisi e oltre 22 mila lavoratori hanno subito contrazioni di orario e ricorso agli ammortizzatori sociali (ordinari straordinari e in deroga). (…) Per quanto riguarda il ricorso agli ammortizzatori sociali non sono disponibili dati distinti per genere – se non per gli ammortizzatori in deroga – ma l’impatto della crisi sulla tenuta delle famiglie coinvolge la componente femminile sia quando si riduce per loro il reddito da lavoro sia quando sono chiamate ad assorbire nella gestione domestica (attraverso il lavoro non pagato) il minor reddito del partner e le tensioni che possono derivarne.

Il lavoro autonomo nelle professioni

Il mercato del lavoro si presenta assai più articolato che in passato: tra il lavoro subordinato e quello autonomo e cioè tra i due grandi blocchi del lavoro “tipico”, sono aumentate le sfaccettature dei lavoratori parasubordinati o dei “mediamente autonomi”. In questa “terra di mezzo” si collocano le persone iscritte alla gestione separata Inps che distingue i parasubordinati tra “collaboratori” e “professionisti”.

La banca dati statistici dell’istituto di previdenza offre a tal riguardo un’interessante osservatorio dal quale risulta che:

- il rapporto numerico tra collaboratori e professionisti è di 9 a 1

- il differenziale di reddito medio percepito da donne e uomini per collaborazioni a titolo esclusivo è superiore al 50%

- il differenziale tra il reddito medio dei collaboratori e dei professionisti è di poco superiore ai 5 mila euro ed è più marcato per la componente femminile

- la componente femminile del lavoro parasubordinato è complessivamente più rilevante rispetto alle forme di lavoro autonomo in senso stretto.

In quest’area ibrida tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, a cui attingono in maniera significativa anche le pubbliche amministrazioni, si colloca una interessante fetta di occupazione femminile. (…) Le donne rappresentano poco più di un terzo dei professionisti della provincia di Ravenna, con una presenza numericamente significativa tra medici, farmacisti, avvocati, psicologi e architetti. Qualora si consideri l’incidenza percentuale delle donne sul totale all’interno di una professione, le professioni più connotate al femminile risultano quelle di psicologhe, farmaciste e consulenti del lavoro.

Imprenditoria femminile

Per valutare il peso dell’imprenditoria femminile a Ravenna sono stati considerati due indicatori: il tasso di femminilizzazione e la natura giuridica delle imprese femminili.

Il tasso di femminilizzazione complessivo è pari a poco più di una impresa su cinque. I settori dove è numericamente più forte la presenza di imprese femminili sono quello del commercio, che pesa per circa un terzo, seguito dal settore agricolo e dalle attività di alloggio e ristorazione. In alcuni settori il tasso di femminilizzazione è più elevato, pur in presenza di valori assoluti meno significativi: poco più del 50% nelle altre attività di servizi, quasi il 44% nei servizi assistenziali e un terzo dei servizi di alloggio e ristorazione.

L’altro indicatore interessante riguarda la natura giuridica delle imprese dove la forma individuale supera il 61% e insieme alle società di persone rappresenta oltre l’82% del totale. (…)

L’analisi di contesto si può leggere qui.

Prima che tu dica “Pronto”

Francesca è una blogger molto attenta alle questioni di genere. Qualche giorno fa ha raccontato su Facebook di essere stata contattata da una agenzia di comunicazione che per conto di Telecom Italia cura un blog dedicato all’imprenditoria femminile (i grassetti sono miei):

Spero di darle una notizia interessante segnalandole questa nuova realtà che nasce in collaborazione con Impresa Semplice ed è rivolta al mondo dell’imprenditoria femminile. L’obiettivo è creare uno spazio dove le donne possano confrontarsi sul lavoro, la carriera e la tecnologia.
Ci piacerebbe quindi fare network con la vostra iniziativa scambiandoci link, loghi e commenti, le può interessare? Cosa ne pensa?

La risposta di Francesca non si fa attendere:

Buongiorno,

il blog mi sembra molto ben fatto però francamente sono perplessa: credo che la TIM dovrebbe, prima di imbarcarsi in queste iniziative, rivedere le sue campagne pubblicitarie, estremamente svilenti nei confronti delle donne perché ne strumentalizzano il corpo per vendere telefonini. Per questo motivo, ovvero la coerenza che sta alla base di un progetto politico come Donne Pensanti, non ci interessa promuovere questo blog. Mi spiace molto ma credo davvero che in tempi oscuri come questo, sia necessario agire responsabilmente nei confronti delle donne e la TIM con le sue pubblicità non dimostra di farlo.

Così come la replica di chi gestisce il blog che tiene a distinguere le due cose:

In ogni caso la gestione del blog è cosa altra rispetto alla decisione delle pubblicità, anzi cerchiamo di promuovere il lavoro femminile, lavoro di intelletto e di capacità di realizzazione. L’obiettivo è quindi la promozione del lavoro femminile e porre l’attenzione sulle difficoltà dell’essere donna, lavoratrice e mamma.

Forse questo non traspare della prima visita al sito? Prendo in considerazione la sua critica per alcune modifiche costruttive.

Infine, la risposta di Francesca che mette fine allo scambio di mail:

Ho seguito il dibattito che ha portato al licenziamento di Belen e credo che in realtà non abbia nulla a che fare con quello che sto dicendo io. 

Non è Belen il problema ma l’uso strumentale del corpo di Belen che è stato fatto, il modo in cui la Tim cavalchi le solite metafore sessuali per vendere.

Licenziare Belen, imputando a lei la causa di vendite inferiori per la TIM è ugualmente svilente per la donna: fino a ieri la TIM usava il corpo di questa modella e da oggi è colpa sua se non si vende più o se vengono mosse critiche? Mi pare che la responsabilità sia aziendale e non della testimonial.

Fra 3/4 anni, se la Tim darà esempio di essere un’azienda in grado di promuovere modelli alternativi e non stereotipati di femminile e di vendere telefonini senza per forza usare pezzi di donna, allora forse potremo parlare di un link sul nostro sito o di qualsiasi altra forma di dialogo.

Ci sono tantissimi ottimi siti che si occupano – coerentemente – di questione femminile e lavoro e mi piace pensare che sia uno sguardo a tutto tondo quello che cambierà la cultura dominante in questo paese e non una mossa di marketing per riavvicinare quel TARGET che non si sente rappresentato dalle vostre pubblicità.

La risposta di Francesca non fa una piega. Ha ragione quando dice che è una questione di coerenza, ma forse in questo Paese non sappiamo più cosa voglia dire questa parola.

Come ho già scritto, i giornali non possono sostenere manifestazioni che promuovono il rispetto della dignità delle donne e poi sulle stesse pagine ospitare photogallery di dubbio gusto, al limite del porno soft.

Così come un colosso della telefonia nazionale non può promuovere un blog sull’imprenditoria femminile (perché oggi è imperativo categorico per le aziende essere 2.0) e poi affidare le sue campagne pubblicitarie a corpi femminili, per lo più svestiti e in atteggiamenti sensuali. Perché chi acquista un telefonino o è interessato ad una tariffa telefonica, non ha bisogno di essere sedotto da una bella ragazza e ad essere venduto non deve essere il corpo della ragazza, ma il prodotto reclamizzato.