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Il pane, le rose e molto di più

Ed io rinascerò

Per molte di noi la maternità è un punto di svolta: fisico, emotivo e – capita sempre più spesso – anche professionale (lasciamo il lavoro perché costrette o perché non riusciamo a conciliare i tempi della famiglia con quelli dell’ufficio).

La storia di oggi nasce (è proprio il caso di dirlo) da una sala parto, dove insieme ad un bambino è nata anche la consapevolezza per una donna di reinventarsi un lavoro.

La storia è quella di Michela, meglio conosciuta in rete come Mammaeconomia. La seguo da tempo sui social media (abbiamo twittato compulsivamente nei giorni della prima manovra di Ferragosto) e così le ho chiesto di raccontare la sua storia.

Ringrazio Michela per questa sua testimonianza. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

MUOIO, MUOIO, MUOIO. MA POI RINASCO

Le ostetriche lo raccontano così “quando la mamma urla “Muoio”, vuol dire che il bambino sta per nascere”. E allora perché smentirmi? Perché non essere standard?

Anche io ho urlato MUOIO mentre bimbopatato nasceva in quel momento intenso e indescrivibile in cui non sei più solo tu.

Lo dicono tutti e lo dico anch’io: bimbopatato mi ha cambiato la vita. 

Ho 32 anni, una laurea in economia e diverse esperienze di lavoro alle spalle. Tutte più o meno fallimentari, le prime forse perché ero troppo giovane e la delusione di un mondo del lavoro non proprio come lo immaginavo mi ha travolta.

In generale la mia è una storia affettiva splendida e una storia professionale dissestata. Ho fatto l’analista di mercato, la praticante (schiava) commercialista, la responsabile amministrativa a tempo indeterminato fino al momento di rottura, fino a quel MUOIO che mi ha fatta rinascere.

Insieme ad Ernesto, bimbopatato è il suo nome nell’universo 2.0, sono arrivate altre cose, tra cui la possibilità di fare il tirocinio da giornalista in un nuovo canale televisivo.

E all’improvviso mi si è aperto un mondo! Ho deciso che non avrei accettato di abbandonare il piccolo a 4 mesi per buttarmi sul lavoro e ho fatto una cosa che la Michela di prima avrebbe assolutamente condannato: ho rifiutato il posto fisso e ho scelto un contratto a progetto. Ma sono stata chiara: ho rinunciato a dei diritti e ho chiesto minori doveri (ad esempio una gestione flessibile della mia presenza in redazione).

Mio marito è direttore di un quotidiano online e gestisce da remoto la redazione, così senza nonni e senza risorse economiche abbiamo riorganizzato la nostra vita professionale intorno ad Ernesto.

Abbiamo trovato un “equilibrio precario” che ci rende tutti felicissimi, perché stiamo tantissimo insieme, facciamo lo stesso lavoro, ci confrontiamo e progettiamo.

E poi sono successe altre cose: non mi ricordo nemmeno perché una sera, avevo da poco ripreso a lavorare dopo la maternità, ho deciso di aprire un blog e un account twitter e ho iniziato a raccontare la mia storia di vita precaria e contenta, a scrivere liberamente di quello che mi interessa e che conosco bene. Insomma mi sono creata l’occasione per misurarmi con le mie competenze e capacità, nessuno mi aveva mai dato modo di farlo. L’unico che ha sempre visto la Michela che vedo io ora era mio marito, ma io lo mandavo a quel paese dicendogli che in me vedeva troppe capacità ottenebrato dagli occhi dell’amore.

Ma dal momento in cui sono uscita dalla sala parto a oggi io ho perso quella patina di rassegnazione professionale che mi stava distruggendo.

E intanto sono pronta per nuovi cambiamenti…

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Un certo genere di giornalismo

Siamo il 37,7% degli iscritti all’Inpgi, ma il 46,9% dei disoccupati, in poche siamo direttori (20,27%), inviati (24,65%), vice direttori (15,65%), pochissime quelle hanno la qualifica di cineoperatori (0,52%), lavoriamo soprattutto nelle emittenti radiotelevisive locali e negli uffici stampa.

Questi sono soltanto alcuni dei numeri che disegnano il mondo dell’informazione nel nostro Paese così come emerge da una rilevazione (qui per leggerla tutta) di Lucia Visca e Donatella D’Alfonso, presidente e coordinatrice nazionale del Comitato Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italia, sulla base dei dati Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti.

E’ una lettura di genere del giornalismo italiano che mi riguarda come lavoratrice (lavoro nell’ufficio stampa di una Pubblica Amministrazione), ma anche come donna (i casi Busi e Ferrario sono diventati i più famosi quanto a discriminazioni di genere nel mondo del giornalismo, ma ci sono tante altre storie come la testimonianza che ho raccontato in questo post).

Lo studio di Visca e D’Alfonso mi offre lo spunto per segnalare altre indagini sul tema donne e informazione.

I dati del Global Media Monitoring Project 2010, un progetto internazionale di monitoraggio delle rappresentazioni di gender nell’informazione, ci restituiscono un altro spaccato dell’informazione italiana, dove – riprendendo quanto pubblicato da Donne Manager – “a far notizia sono gli uomini per l’81% (ben 748 su 926 soggetti registrati) e solo per il 19% le donne, percentuale in crescita per altro rispetto al 2005 quando la presenza femminile si attestava al 14%. Ma quali sono le notizie che riguardano le donne? I dati parlano chiaro: sono soprattutto news su Criminalità-Violenza, Scienza-Salute (22%) e Arti, Media, Vip, Sport (21%) ad includere le donne, contro percentuali più basse per le notizie sull’Economia (13%) e la Politica (15%). Il principale canale che riserva maggior spazio alle donne resta la tv con il 22%, seguito dalla stampa (19%) e dalla radio (14%). Nei media monitorati durante la giornata del 10 novembre 2009, ¼ delle 178 donne di cui si è registrata la presenza sono vittime. Relativamente al ruolo delle donne nelle notizie, i dati offrono un quadro poco incoraggiante: esse rappresentano infatti il 57% della gente comune e solo nel 14% dei casi compaiono nell’autorevole ruolo dell’esperto. Molte sono le donne reporter, soprattutto in tv, con una presenza del 52%, ma le notizie trattate dalle giornaliste riguardano per il 73% Arti, Media, Vip, Sport, per il 62% Scienza- Salute e in misura minore Economia (38%) e Politica (26%). Diversa è inoltre la sensibilità delle giornaliste verso l’universo femminile rispetto ai colleghi maschi: oltre il 60% delle reporter mettono al centro delle notizie le donne più di quanto non fanno i colleghi maschi”.

E poi ancora la ricerca curata da Enrico Finzi di Astra Ricerche e uscita su New Tabloid, la rivista dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, in un numero quasi completamente dedicato al tema pari opportunità e informazione: “la televisione propone quasi solo donne giovani, belle, attraenti ma rende le donne stesse più ansiose e infelici, peggiora l’Italia rendendola un Paese più volgare e immorale. Non meno crudo il ritratto della pubblicità che non aiuta gli uomini a capire come sono davvero le donne, non parla quasi mai dei veri problemi, delle difficoltà quotidiane delle donne e presenta le donne quasi solo come oggetto di interesse sessuale. (…) Sono invece i quotidiani a essere leader nel descrivere le donne come sono davvero, illustrando il valore e le capacità delle donne e aiutandole spesso a fare scelte informate e consapevoli nella vita e nei consumi“.

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E’ la stampa, bellezza!

La lunga testimonianza di oggi è di una donna, giornalista pubblicista, che, dopo la maternità, è stata costretta a scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Per me la storia di Elle (è l’iniziale del suo nome) è importante perché restituisce anche uno spaccato del lavoro giornalistico in Italia: sottopagato, precario e sfruttato.

Ringrazio Elle per avermi raccontato la sua storia. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

Ciao Mara, ti devo dire la verità. Ho difficoltà a raccontare la mia storia, c’è ancora rabbia, amarezza e delusione per tutto quello che mi è accaduto, ma, soprattutto odio fare la vittima, perché in fondo, io, dal baratro, sono riuscita a risalire.

Sono una giornalista pubblicista, vivo nel profondo sud dove, per entrare nel settore della comunicazione e poter conquistare il famigerato tesserino dell’ordine, devi scendere a compromessi vergognosi. Subito dopo la mia laurea in lettere, conseguita con il sogno di diventare insegnante, ho ceduto alla proposta di lavorare per una emittente privata della mia città. Dopo qualche remora (la tv e l’esposizione in video mi terrorizzavano), ho pensato di cogliere al volo quest’opportunità lavorativa, che, nel 1997, consisteva in 400mila lire, in cambio, un contratto di collaborazione continuativa. Non avevo compreso però che nel tempo e soprattutto per quella cifra, avrei dovuto lavorare per tutta la giornata.

Dopo qualche anno di sofferenza perché non riuscivo ad ottenere il tesserino, arriva il salto di qualità. Un’altra emittente, molto più nota, mi promette un contratto a tempo indeterminato. Emozionatissima, mi lancio in questa avventura. Altra delusione, stipendio da fame e lavoro a nero per almeno altri tre anni, sempre h24, perché, secondo la logica aziendale, una vera giornalista deve essere sempre presente e a disposizione del direttore, a prescindere da tutto e da tutti. Ho accettato la linea editoriale, single e con difficoltà economiche, non potevo permettermi di buttare all’aria quell’opportunità lavorativa. Nel 2004, mi viene offerto, anzi imposto, di trasferirmi in un’altra città poco distante. Ma sì, mi dico, nonostante l’imposizione, difficile da ingoiare, cerco di vederci qualcosa di positivo, e inizio felice del fatto che finalmente l’editore parla di contratto…il mio sogno. Mi sono buttata a capofitto nella realizzazione di questa sede, nell’avventura del satellitare e, a dire la verità, il cambio città inizialmente mi fa stare bene e mi offre nuovi stimoli. La sede, nel frattempo, si amplia, dopo un paio di anni in cui non esistevano festività e dopo che a mala pena durante il giorno riuscivo a fami una doccia e rientrare in ufficio fino alla mezzanotte, arrivano i rinforzi, altri colleghi e la speranza di fare qualche turno più umano da sopportare. Mi sbagliavo, la mole lavorativa resta pesantissima, il palinsesto si arricchisce di programmi ed ovviamente è impossibile abbandonare l’ufficio prima della mezzanotte.

Nel febbraio 2006 arriva la svolta: il contratto di 750 euro lordi, il tesserino di pubblicista ed un fidanzato. Farà sorridere, ma da quel momento la presenza di questa persona sarà determinante per la rottura definitiva con l’azienda. Si scatena una sorta di guerra, fatta di riunioni con rimproveri in quanto, il mio fidanzato (ora marito) viene considerato un elemento di disturbo, colui che ha trasformato il modo d’essere, facendomi diventare maleducata e irrispettosa. Mi viene chiesto di rientrare nella sede della mia città, rifiuto ed arrivo anche a comunicare di licenziarmi. Mi sembrava assurda questa richiesta, arrivata, guarda caso, proprio mentre sto traslocando in una nuova casa col mio compagno.

Dopo qualche mese, presa dai preparativi del matrimonio, scopro di aspettare un bambino. Avevo 37 anni quando è accaduto, scoppiavo dalla gioia perché per un bel po’ di anni ho pensato che per questo mestiere fatto molto speso di vagabondaggi, non avrei mai avuto questa possibilità. Sono stata costretta ad abbandonare il lavoro e ad andare in maternità anticipata, da subito ho iniziato ad avere disturbi seri. Oddio, inizialmente ho lavorato, ma, nonostante i miei problemi fisici, i turni erano lo stesso massacranti. Decido, su suggerimento del mio ginecologo di inviare un certificato che attesta i problemi di questa gravidanza e in cui viene espressa la necessità di farmi svolgere lavoro di ufficio.

La risposta dell’azienda non si fa attendere: dopo qualche giorno arriva una diretta elettorale, il mio compito è quello di realizzare in toto (nei contenuti e nei titoli) i tg della giornata. Inizio il turno alle 6.30 di mattina e finisco dopo la mezzanotte, ininterrottamente, senza pausa. Il giorno dopo, di turno, da sola, comincio a non sentirmi bene, avverto l’azienda, mi rispondono che non ci possono fare niente, il tg deve essere trasmesso. Vado in maternità anticipata.

Ad otto mesi dalla nascita del mio piccolo, scopro di essere nuovamente incinta, lo comunico, la risposta dell’editore è che sta pensando seriamente di non assumere più donne. Del resto, mi sottolinea il direttivo intero, una giornalista deve fare una scelta nella vita, famiglia o lavoro. Una filosofia , questa, che li porterà a rifiutarmi il part time. Cosa faccio? Non ho molte alternative, vivo in una città che non è mia, con i familiari lontani da me, gestisco tutto da sola, forse anche il part time sarebbe stato ridicolo, perché con quella somma non averi coperto le spese dell’asilo o baby sitter per entrambi i figli. E poi, il pensiero di rientrare e lavorare affianco a colleghi con i quali non esistevano più rapporti, mi faceva stare male, anche fisicamente. Decido di dimettermi.

Oggi sono riuscita a dare un taglio netto al passato, a scrollarmi di dosso i sensi di colpa, perché, quando si scatena un meccanismo simile a quello vissuto da me, alla fine ti ammali, ti maceri dentro, inizi a pensare che è tutta colpa tua se si è scatenato questo putiferio, e se nessuno ha avuto comprensione per te, a partire dai colleghi. Sarà pur vero che in qualche maniera avrò contribuito a scatenare tutto questo astio, ma credo, anzi, ne sono convinta, nessuno, neanche il peggior lavoratore dovrebbe essere trattato in questo modo. Ancora oggi racconto controvoglia quest’avventura, anzi, sai cosa penso? Mi sembra che la stessa parola che mi viene in mente, mobbing, sia stata mobbizzata.

Ho dato un taglio netto al passato e nonostante mi renda conto che le difficoltà sono tante, visto che in casa non navighiamo nell’oro, mi sento bene. Ho riconquistato la mia dignità e finalmente, dopo tanto tribolare, faccio quello che più mi piace. Ho messo su un semplice portale, l’ho realizzato completamente da sola e ne vado orgogliosissima. Lo curo come se fosse un terzo figlio. Certo, non è ancora fonte di guadagno, scrivo di notte, quando i bimbi mi danno un po’ di tregua, ma quando ho letto il primo articolo che un quotidiano ha dedicato a questo nuovo servizio ideato da me..che soddisfazione!!!

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