Giulia, tra la cultura (excentrica) e il web

Dalla laurea in Lettere al Digital Marketing” è il titolo dello speech che Giulia Simi, o Excentrica per quelli che seguono il suo blog, terrà a “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma domani, sabato 15 ottobre, alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).

In attesa di conoscerla e ascoltarla, ringrazio Giulia per collaborazione e vi ricordo che potete seguire lo streaming dell’evento collegandovi qui.

Il tuo blog si chiama excentrica e ti occupi di cultura e comunicazione. Nel nostro Paese la cultura è considerata un “di più” e che – parole di un Ministro – “con la cultura non si mangia”. In che modo il web può aiutare a fare cultura e marketing?
Sì, la cultura è considerata un lusso, un privilegio, un bene non necessario ormai da molti paesi. L’Italia, forse più di altri, in questo momento presenta un mix letale: la cultura è erogata in gran parte dal sistema pubblico e il sistema pubblico, nella sua totalità, versa in terribile crisi. Come uscirne? Credo che prima di ogni altra cosa si debba tornare a considerare la cultura come una necessità, tanto quanto il cibo. Riusciremmo a vivere con la pancia piena in una stanza senza ossigeno? Difficile, più probabilmente moriremmo soffocate. Ecco, la cultura credo sia questo: aria.
Aria per far circolare le idee, i sogni, i desideri, i progetti. Aria dove sviluppare le lotte per la giustizia sociale, per esempio, così come per la libertà femminile, entrambe sotto scacco in questi tempi così scivolosi. Nessuna libertà sarà mai possibile senza una cultura alle spalle. Per fare un esempio banale: quando sento parlare una donna come Terry De Nicolò (penso che tutti/e sappiano chi è) rabbrividisco proprio perché mi rendo conto dalle sue parole che non sembra avvertire la miseria della sua condizione, la prigione in cui si trova. Mi piace pensare che non sarebbe così se avesse incontrato e compreso gli scritti di Virginia Woolf o di Christa Wolf, i collage di Hannah Hoch o i dipinti di Frida Kahlo, i film di Maya Deren o di Sofia Coppola. Se avessi il suo indirizzo forse le spedirei “Una stanza tutta per sé”, tanto per cominciare dalle basi.
Basterà il web per far sì che donne come Terry de Nicolò possano trovare una via di liberazione? Non lo so, però credo che il web aiuti per vari motivi. Aiuta perché ha bassi costi e ha la capacità di raggiungere un gran numero di persone senza limiti (o quasi) di tempo e di spazio. Aiuta sicuramente perché prevede, in modo maggiore rispetto ai media tradizionali, un’interazione, una partecipazione, uno scambio. E aiuta infine perché, essendo “l’ultimo medium”, è forse quello più aderente alla società contemporanea. Detto questo, io non sono una tecnofila e so che le cose non sono così semplici e così lineari, ma non credo sia questa la sede per approfondire i lati oscuri dell’online. :)

Mi racconti chi eri prima del tuo blog (se questo è stato uno spartiacque da un punto di vista professionale)?
Dunque, devo dire che il blog non è stato per me uno spartiacque. Tutt’altro. Il blog è per me come un cappello, che mi ripara la testa dal freddo o dal sole accecante ma cambia ad ogni stagione, assieme alle mie inclinazioni, alle mie scelte più o meno obbligate, alle mie passioni. Ho aperto il blog nel 2007. Ai tempi stavo a Milano, lavoravo come web producer in MTV e a dir la verità non ero molto contenta, nonostante con il senno del poi sia consapevole dell’alto livello formativo di quell’esperienza. Ero smarrita.

Il passaggio dagli studi alla vita lavorativa può essere piuttosto traumatico ai tempi del tardo capitalismo. Mi sentivo braccata da una sensazione di alienazione e avevo bisogno di uno spazio per me, una stanzina virtuale dove scrivere quello che realmente mi appassionava e renderlo leggibile agli altri. Non aveva alcuno scopo professionale. Scrivevo recensioni dei libri che leggevo o dei film che vedevo… Era molto ingenuo. Chissà, forse alcuni post sono ancora raggiungibili dall’archivio. Nel tempo è mutato, ha cambiato forma e contenuti e adesso rispecchia la mia negoziazione costante tra il fare cultura e il renderla accessibile. Rispecchia la mia vita, fatta di un dottorato in arti visive e di consulenze sulla comunicazione online. Data la fluidità di questi tempi, se domani cambierò mestiere, tutto è possibile, forse cambierò anche i contenuti del blog. Scrivo quello che vivo. Altro non saprei fare.

In questi anni da blogger e/o da digital marketing c’è un evento o una storia che ti ha colpito in maniera particolare?
A dire il vero molti. Ne scelgo uno, che non è un evento ma, se così possiamo dire, un fenomeno, ovvero quello della presenza degli editori italiani su Twitter. Sono forse il settore che più di altri ne ha capito il senso e le potenzialità. Sono creativi, sono aperti alla relazione, sono incredibilmente capaci di fare rete tra loro, si espongono su questioni rilevanti della vita politica e sociale.

A volte mi sembra quasi che siano più bravi online che offline, come se in Twitter avessero trovato un terreno fertile che assicura loro un’autonomia più difficile da mantenere sui media tradizionali. Seguire i loro account è una lezione in diretta di social media marketing ad altissimo livello ma anche un ottimo modo per ricevere pillole di letteratura a volte dimenticata. Ovviamente non sono tutti così, ma @EinaudiEditore, @FaziEditore, @EdizioniEo, @Marcoseditore, @isbnedizioni, @ilSaggiatoreEd, giusto per fare alcuni esempi, sono davvero uno spasso.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?
Tutto, tranne la cellulite e l’emicrania. :)

Cosa racconterai domani e cosa pensi ti aspetti dalla nostra iniziativa?
Racconterò il mio percorso professionale, dalla svalutatissima laurea in lettere alla mia attuale attività di consulente e di studiosa. Come al solito queste sono ottime occasioni di scambio per conoscere “le vite delle altre”. Credo che in questo momento quello che serve, soprattutto alle nuove generazioni di donne, siano degli esempi, dei “casi studio” su cui potersi basare per la difficile operazione di scrittura in fieri della propria vita. I tempi non sono facili e nessuna è in grado di indicare la strada maestra, però mettendo assieme le narrazioni di tutte piano piano si può cominciare ad intravedere un orizzonte verso il quale tentare di muoversi. Di più, ad oggi, credo sia impossibile fare.


Maude, un ciak per le donne

Maude, il movimento lavoratrici dello spettacolo, sta realizzando un film-documentario e un libro per raccontare come vivono oggi le donne in Italia. Le storie devono essere inviate entro il 30 Aprile 2011 a info@passioneproduzioni.it o a PASSIONE film, Lungotevere Ripa 3b, Roma – 00153. Per saperne di più si può consultare il maudeblog su Facebook.

Di Maude e dell’idea del documentario ho parlato con la regista Valia Santella.

Un Ministro della Repubblica ha detto che “con la cultura non si mangia”. Invece, la cultura è lavoro per alcuni, nutrimento per altri, ovvero per chi la fruisce. In Italia il taglio del Fus è sistematico ed è in controtendenza con quanto accade in altri paesi (nemmeno in Francia – paese di centrodestra – la cultura è così bistrattata). Questo ha spinto i lavoratori dello spettacolo a scendere in piazza, a manifestare, a far sentire la loro voce, a spiegare che la delocalizzazione non è solo quella delle fabbriche. Come si colloca Maude in questo contesto?

Maude è un movimento di donne lavoratrici dello spettacolo ed è nato proprio durante la più vasta mobilitazione contro i tagli alla cultura che c’è stata nell’ultima parte del 2010. Ci siamo ritrovate nelle assemblee, nelle manifestazioni ed è saltato agli occhi di tutte noi che, anche all’interno del nostro settore, la rappresentanza era sempre quasi esclusivamente maschile. Questa osservazione più che a delle recriminazioni ci ha stimolato delle riflessioni. Se, negli ultimi venti anni si è affermata in Italia una cultura che ha così svilito l’immagine femminile forse la responsabilità è anche nostra, ovvero di chi produce cultura. E noi come lavoratrici dello spettacolo vogliamo assumercela questa responsabilità, vogliamo portare avanti un profondo lavoro culturale, proprio perché crediamo che la cultura sia l’identità di un polo, di una nazione.

In questo senso pensiamo quanto più le donne riescono ad entrare nella produzione culturale, tanto più si riuscirà a creare una cultura più ricca, più sfaccettata e soprattutto un’immagine femminile più veritiera.

Per quanto riguarda poi la questione della delocalizzazione è fin troppo evidente quanto questo fenomeno rischi di tagliar fuori dal mondo del lavoro sempre più donne, costrette a fare scelte dolorosissime tra vita privata e vita lavorativa. Scelte che,  in una moderna società democratica che dovrebbe offrire pari opportunità a tutti, non dovrebbero ricadere sul singolo individuo.

Come è nata l’idea del documentario e del libro?

L’idea del documentario e del libro nasce dalla stessa motivazione che sta alla base di Maude, ovvero proporre attraverso il nostro lavoro un’immagine reale, ricca e plurale delle donne italiane. Il fatto che l’invito a raccontarsi sia rivolto a tutte le donne e non solo a chi già per lavoro scrive viene dal desiderio di guardarsi intorno a 360 gradi, ma non solo è anche un invito implicito alla riflessione. Raccontarsi è uno degli strumenti più profondi per conoscersi.

Abbiamo iniziato a ricevere qualche storia, ma ancora poche. Vorrei ribadire che non bisogna preoccuparsi della forma o pensare che la propria storia non sia interessante. Quello che ci piacerebbe fare è simile ad una gigantesca fotografia di gruppo di tutte le donne italiane, un’immagine simile a quella che abbiamo visto nelle nostre piazze il 13 febbraio per le manifestazioni di Se non ora quando.

Non è un caso infatti che stiamo raccogliendo immagini da molte città, non solo italiane, di quelle manifestazioni per poterle poi inserire nel documentario.

Parlando, invece, delle sue esperienze professionali, il suo primo lungometraggio “Te lo leggo negli occhi” indaga il rapporto madre-figlia, quindi una storia al femminile.

Nel mio film ho provato ad indagare il complesso rapporto madre/figlia attraverso tre generazioni, dalla madre- nonna che si avvicina ai 60 anni, sua figlia e la sua nipotina di circa 8 anni. Quello che mi interessava indagare è il processo della costruzione dell’identità attraverso l’affinità o le distanze che ognuna di noi crea con il modello femminile proposto da sua madre.

Parafrasando quel titolo, cosa legge o cosa pensa che leggerà negli occhi delle donne che si racconteranno a Maude?

Mentre giravo dei primi piani a piazza del popolo a Roma il 13 febbraio, vedevo occhi commossi, occhi stanchi, occhi nascosti dietro occhiali da sole, ma quello che forse si può leggere più in profondità negli occhi delle donne oggi è l’immagine della ricostruzione. Io credo che lo spettacolo delle macerie ormai sia evidente, e ho la sensazione che molte donne si siano già rimboccate le maniche e stiano lavorando alla ricostruzione.