articolo37

Il pane, le rose e molto di più

Con gli occhi di Silvia

Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.

La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.

Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):

Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?

Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.

Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.

Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”,  ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.

Conciliare poi  il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.

La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?

La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.

Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.

L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?

Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.

Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?

Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.

Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…

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NPDonne, Lisa Ziri racconta Nemoris

Questa mattina il barcamp Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” ha ospitato la testimonianza di Lisa Ziri, della start-up al femminile Nemoris, nata nel 2011, e ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Questo il racconto della sua esperienza.

Che cos’è Nemoris?

E’ la nostra startup tecnologica al femminile. A #Npdonne racconto la storia della sua nascita, dovuta al fallimento dell’azienda per cui lavoravamo io e la mia socia Silvia Parenti. Siamo una matematica e un ingegnere elettronico, eravamo nell’R&D e sviluppavamo software. Trentotto anni, mamme, donne, poche speranze di trovare il lavoro qualificato che cercavamo, abbiamo deciso di approfittare di tutto il tempo libero dato dalla cassa integrazione/contratto di solidarietà per esplorare se ci fosse la possibilità di fare qualcosa in proprio.

Mio marito è avvocato (uno dei pochi con un grande interesse per l’informatica :-) ) e quindi mi sono trasferita da lui per capire come lavorava e se per caso ci fosse un qualche bisogno a cui i software attuali non rispondevano. In realtà ci siamo accorte che gli avvocati hanno grossi problemi nel gestire l’archiviazione digitale dei loro file. I sistemi presenti sul mercato erano dei gestionali che avevano molte funzionalità non utilizzate mentre mancava un sistema che permettesse davvero di risparmiare tempo e tenere le cartelle in ordine e trovare tutto anche a distanza di anni. Noi non avevamo una soluzione, allora abbiamo riallacciato i contatti con le università e cominciato a frequentare le comunità open source. Abbiamo studiato libri e nuovi linguaggi, cambiando totalmente prospettiva. Con la nostra idea ci siamo presentate ai progetti di sostegno alle imprese tecnologiche Spinner e We Tech Off e ci hanno confermato che l’intuizione era buona. Ci hanno dato molto in termine di formazione alla gestione di un impresa: noi il software lo sapevamo fare ma per fare una start-up ci vuole anche dell’altro.

Alla fine abbiamo realizzato un software, ilexis, che utilizza le tecniche del web semantico per archiviare automaticamente i file di tipo legale: in pratica i dati importanti vengono estratti dal file senza che l’utente abbia bisogno di reinserirli e le informazioni vengono archiviate semanticamente, permettendo poi delle ricerche di tipo semantico, che cercano cioè di capire l’ambito dell’informazione richiesta ed cercano i file non per semplici chiavi ma per significato. Abbiamo poi visto che questo tipo di motore può essere applicato a vari ambienti e ora stiamo realizzando personalizzazioni per diversi ambiti documentali.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Di avere e contribuire a creare dei role model per donne imprenditrici in campo tecnologico. Nei progetti di sostegno allo sviluppo di imprese innovative ci sono pochissime imprese con un’alta percentuale femminile e quasi nessuna con imprenditrici che siano anche mamme.

Mi racconti chi eri prima della tua svolta geek?

Sono sempre stata un po’ geek (mi definisco nerd con i tacchi, anche se ormai non li porto quasi più). Quando guardo The big bang theory rido come una pazza perché riconosco perfettamente me e i miei amici. Adoro la fantascienza, ho studiato matematica, lavoro nel mondo del software, sperimentato servizi web ancora in beta per curiosità, conosciuto mio marito napoletano facendo un gioco di narrazione su internet, creato legami tramite i social network, ho un blog, amo l’open source e ho molta fiducia che la tecnologia sia un aiuto notevole per costruire un mondo migliore.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Senza la rete non saremmo riusciti a fare Nemoris. Ci ha permesso di accedere alle comunità open source per trovare la soluzione puntuale al problema che cercavamo di risolvere, la maggior parte dei servizi che utilizziamo per lo sviluppo e la gestione dell’azienda sono in cloud, lavoriamo ognuno da casa propria collegandoci via skype, ci facciamo pubblicità sui social network.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Perché, sono separate? :-) Il mio lavoro è sia offline che online, ma anche la mia vita personale. Abbiamo scelto di fare di Nemoris un’azienda “leggera”, con una spiccata tendenza “ecocompatibile” perché è lo stile di vita che cerco di condurre nella vita di tutti i giorni. So che c’è molto il mito della startup “solo lavoro pazzo, niente vita personale”, ma io e la mia socia abbiamo deciso di avere un equilibrio con la vita privata, ad un certo punto stacchiamo per stare con la nostra famiglia o per andare in palestra e magari riprendiamo a lavorare la sera o il fine settimana. In estate andiamo al mare o in montagna e lavoriamo con il portatile e gli ereader per leggere documentazione anche sulla spiaggia. Lavoriamo continuamente, ma così riusciamo a prolungare il tempo della “villeggiatura lavorativa” per permettere ai nostri figli di stare più tempo a contatto con la natura in un ambiente più rilassato.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Direi! Intanto la conciliazione tra lavoro e famiglia è veramente molto più semplice dal punto di vista pratico, ti porti il lavoro dove vuoi. Questo non vuol dire che sia semplice dal punto di vista organizzativo. A volte rimpiango i tempi in cui tornavo magari tardi dal lavoro da dipendente, ma a quel punto staccavo del tutto. Qui è una ricerca continua di equilibrio, ma ne vale la pena. Naturalmente niente di questo funziona se tutto il lavoro domestico e della cura dei figli cade sulla donna, bisogna collaborare. Poi è importante per trovare altre persone che condividono la tua esperienza e il tuo stile di vita. Anche se nessuna delle tue conoscenze ha fondato una start-up nel tuo campo, magari in qualche altra parte del mondo è una cosa comune, ti puoi ispirare. E infine ti permette di partire da poco, trovare strumenti per cominciare un’attività a buon mercato. Poi si deve crescere, con tanto impegno, ma non è il lavoro che ci spaventa, vero?

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

 

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Fattore D

Nell’aprile 2010 scrivevo il post  Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.

Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.

La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).

Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.

Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.

Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.

Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).

Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati

Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli

La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.

Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri

Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).

Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.

Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:

Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.

E poi ancora:

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Facile, no?

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#2eurox10leggi, a Natale puoi

L’11 novembre il blogging day (qui potete leggere i risultati e questo il mio post scritto per l’occasione), da qualche giorno la campagna per Natale. In mezzo l’evento che porterà questa scommessa nata, lo scorso 4 ottobre, su Twitter ad uscire dalla rete: sabato 17 dicembre, dalle ore 9.30, al Teatro Verga di Milano un incontro pubblico, un momento reale di condivisione e confronto sulle dieci leggi chieste dalle donne per le donne (e gli uomini).

#2europer10leggi consiste nell’acquistare una pagina di un quotidiano nazionale ove pubblicare le dieci richieste di legge che le donne italiane giudicano indifferibili e che vogliono sottoporre all’attenzione della politica.

Ad oggi sono state prenotate 1750 quote (ne servono ancora 10.750). A Natale puoi…

Nota a margine

Delle 10 leggi a me stanno molto a cuore quelle dedicate al lavoro delle donne, come dimostra questo blog. Ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. A pagare la crisi sono, soprattutto, le donne. Oggi è anche una giornata particolare: il 2 dicembre di 40 anni fa veniva approvata la legge 1044, quella istituiva degli asili nido in Italia. Voglio ricordarlo perché gli asili nido sono non solo un momento formativo importante per i nostri bambini, ma anche un tassello di quel welfare a sostegno delle famiglie senza il quale molte di noi farebbero una fatica enorme a conciliare i tempi del lavoro e quelli della propria vita.

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Fuori mercato

Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.

Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).

Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):

La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…) 

In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.

L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.

Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.

Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.

L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.

Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).

In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.

In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.

La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.

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Fatti più in là

Nei giorni che precedono l’8 marzo sui giornali e in tv è tutto un parlare di donne. Mi è capitato di leggerne tanti, alcuni li ho coservati, altri mi hanno fornito lo spunto per qualche post. Come questo di Monica D’Ascenzo uscito sul Sole24Ore proprio alla vigilia della festa della donna.

Ha ragione Monica, però, quando scrive: “Una settimana all’anno dedicata alle donne, però, non è sufficiente e lo si può leggere fra i numeri dell’ultima indagine Istat. L’occupazione femminile a gennaio è tornata sui livelli della primavera del 2006”.

L’ho contattata e questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ringrazio Monica per la disponibilità e per la cortesia.

Nel dicembre 2009 l’Istat ha pubblicato l’indagine multiscopo “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato  adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili” (ne ho parlato già qui). Le ultime pagine dell’indagine sono dedicate alle donne che lavorano, alle loro attese come madri e  alle criticità connesse ai percorsi professionali. Tra i dati che emergono e che ricorrono anche in statistiche e studi più recenti colpisce che l’arrivo di un figlio incida sulla stabilità occupazionale delle donne.

In particolare, dopo la maternità facciamo fatica a rientrare nel mondo del lavoro e, se precarie, abbiamo più difficoltà a mantenere l’occupazione o a stabilizzarci. 

In Italia le donne contano per il 60% dei laureati, inoltre le studentesse hanno in media voti più alti e si laureano più velocemente. Si ha riscontro di questo anche nei concorsi per l’accesso a professioni come l’avvocatura o la magistratura. Non c’è, invece, alcuna corrispondenza con la presenza delle donne a livelli manageriali nelle aziende, perché sopravvivono i tetti di cristallo difficili da sfondare. Il vero problema è che una donna su quattro rinuncia al proprio lavoro con la nascita del primo figlio perché in Italia mancano le strutture sociali che permettano di conciliare, senza eccessivi sacrifici,  la sfera familiare e quella professionale.

Qualche mese fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia per offrire a chi lavora più tempo ed energia per la famiglia (questa la  notizia in un articolo su Repubblica). In Italia si parla tanto di famiglia e di politiche per la famiglia, però temi come la conciliazione dei tempi sembrano non trovare spazio nell’agenda politica. Perché?  

L’8 marzo scorso le parti sociali e il ministero del Lavoro hanno siglato l’avviso comune che apre il percorso tecnico per introdurre, in tutti i livelli di contrattazione, forme di flessibilità family-friendly e di conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Orari rimodulati, lavoro a tempo parziale, forme di telelavoro, congedi parentali rimodulati e una gestione più attenta dei permessi sono solo alcune delle leve su cui potranno contare le parti per definire, entro i prossimi tre mesi, le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione. Il prossimo anno sarà fatta una verifica dello stato di attuazione. Ma i cambiamenti all’interno delle aziende restano ancora troppo lenti.

Tu scrivi di economia. Negli ultimi due anni il tema che tiene banco è la crisi. Può esserci una lettura al femminile della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? 

La crisi economica ha colpito duramente l’occupazione femminile scesa dal 47,2% al 46,4%. D’altra parte in Italia le donne contano per il 60% dei contratti “precari”, che sono i primi a essere tagliati in caso di crisi. Il risvolto positivo è stato che le donne hanno dimostrato di potersi reinventare meglio e più degli uomini. Non è un caso, infatti, se negli ultimi anni è aumentata l’iniziativa imprenditoriale femminile. Inoltre per gli uomini esiste una sorta di identificazione con il proprio lavoro, che li mette in crisi nel momento in cui la sfera professionale viene a mancare.

Nel tuo ultimo libro “Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei cda” fai il punto sulla questione quote rosa nei consigli di amministrazione. Il tema è tornato d’attualità con la proposta di legge di qualche mese fa che ha riacceso il dibattito. A che punto siamo in Italia?  

La proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca è attualmente all’esame della commissione finanze della Camera. Manca solo il via libera del Governo perché possa venire approvata in via legislativa, quindi senza passare al voto in aula. Se arrivasse il sì dell’esecutivo, prima della pausa estiva potrebbe diventare legge ed entro una decina d’anni avremmo un terzo dei cda delle società quotate composto da donne. 

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Quel gran pezzo dell’Emilia

Più numerose, più longeve, più dedite alla famiglia e più istruite, ma lo stipendio è più basso e si fa più fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro. E’ la fotografia delle donne che vivono e lavorano in Emilia Romagna così come è stata scattata dal Servizio Controllo strategico e statistica della Regione.

Scrivo ancora della mia Regione (d’adozione), perché in occasione dell’8 marzo è stata presentata “Le donne in Emilia-Romagna“, una ricerca che prende in esame struttura demografica, salute e fecondità, occupazione, redditi e retribuzioni, istruzione, rappresentanza nelle posizioni decisionali.

Riporto i dati del volume in sintesi (come sempre i grassetti sono miei) che riguardano la sfera occupazionale, però se volete saperne di più, leggete qui:

L’occupazione e i redditi

Analizzando i dati sull’occupazione, emerge come in Emilia-Romagna la crescita registrata dal 1999 al 2009 sia da collegare sostanzialmente alla componente femminile: il saldo positivo registrato in quest’intervallo di tempo (213mila unità) è per quasi due terzi (130mila) ascrivibile alle donne. Un dato interessante: nel 2009 (anno della grande crisi), dopo un decennio di crescita costante, l’occupazione femminile ha raggiunto quota 864mila unità (44,2% dell’occupazione complessiva), registrando addirittura un aumento rispetto al 2008 di 4mila unità. Tutto questo in netta controtendenza rispetto alla componente maschile, che ha visto nel 2009 un saldo negativo di 28mila occupati.
Per quanto riguarda le persone in cerca di impiego, coerentemente con il calo occupazionale, si è registrato nel 2009 un aumento nella fascia maschile (48mila persone), ma anche di quella femminile (aumentata ancora di più: 50mila, nonostante l’incremento di occupazione). Emerge così una sorta di antinomia al femminile, dove in tempo di crisi crescono sia le occupate che le disoccupate. Un fatto che potrebbe essere spiegato con la ricerca di entrate aggiuntive per la famiglia da parte delle donne, per far fronte alla contrazione dei redditi maschili. Sulla “tenuta” dell’occupazione femminile può aver influito anche la disponibilità delle donne a cambiare l’orario di lavoro pur di mantenere l’impiego. Una “tenuta”, tuttavia, che si è verificata 2009 e non oltre: il primo trimestre del 2010 ha registrato il punto più basso tanto per l’occupazione maschile (-70mila unità rispetto al 2008) che per quella femminile (-51mila rispetto al 2009).
Rispetto alla situazione nazionale (46,4%) ed europea (media Ue 27 – 58,6%), l’Emilia-Romagna nel 2009 ha raggiunto un tasso di occupazione femminile (61,5%) notevolmente più elevato. Si è ancora lontani, tuttavia, dai livelli di alcuni Paesi del nord, come Danimarca (73,1%), Svezia (70,2%), Regno Unito (65%).

Part-time

In Emilia-Romagna, analogamente a quanto accade in Italia e negli altri paesi europei, l’occupazione part-time presenta una componente di genere molto marcata: è per l’88,9% femminile e il 24,8% delle occupate ha un lavoro a tempo parziale, contro a un 4,3% degli uomini (2009). Se da un lato il ricorso al part-time può essere visto come un’opportunità che favorisce l’entrata e la permanenza nel mercato del lavoro, dall’altro non bisogna trascurare il fatto che questa modalità di lavoro può ripercuotersi negativamente sui percorsi di carriera e sulla possibilità di indipendenza economica.

Retribuzioni

La differenza di genere segna la voce “stipendio”: pur scorporando dai dati l’effetto legato al part-time, le donne percepiscono una retribuzione netta mensile (escluse altre mensilità e voci accessorie non percepite regolarmente) più bassa di quella degli uomini. Complessivamente, le donne hanno uno stipendio medio mensile inferiore di 302 euro rispetto a quello dei colleghi uomini. Un differenza che sale a 509 euro per le dirigenti, a 391 per i quadri, scende a 261 per le impiegate per risalire a 318 per le operaie.

I tempi di lavoro all’interno della famiglia

Nonostante la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rimangono ancora forti divari nella distribuzione dei carichi di lavoro domestico tra donne e uomini. In Emilia-Romagna gli uomini dedicano in media 6 30’ ore settimanali al lavoro domestico contro le 25 delle donne (media nazionale 5 40’ – 27 30’). La conciliazione fra lavoro di cura e lavoro retribuito continua quindi a essere il problema più rilevante per le donne occupate, non soltanto in relazione alla crescita dei figli, ma – data la struttura per età dell’Emilia-Romagna – anche in rapporto all’accudimento degli anziani.

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