BESame mucho

Un titolo un po’ sopra le righe per un post che affronta un tema di cui, invece, si parla spesso fra le righe.

Qualche giorno fa il Cnel e l’Istat hanno presentato Bes 2013, il primo rapporto sul Benessere equo e solidale. Dei 12 capitoli che compongono il rapporto propongo qui di seguito alcuni estratti da quello su Lavoro e conciliazione dei tempi di vita.

Il post è un po’ lungo, ma penso valga la pena leggerlo. Come al solito, non commento se non con l’uso dei grassetti:

Gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane del Paese, soprattutto nel campo del lavoro femminile e dei giovani. Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica.

Anche le diseguaglianze nell’accesso al lavoro (territoriali, generazionali e di cittadinanza) si sono ulteriormente accentuate con la crisi. Fa eccezione il divario occupazionale tra uomini e donne, perché la crisi ha colpito maggiormente le occupazioni maschili nell’edilizia e nel manifatturiero: ciò nonostante, il divario di genere resta tra i più elevati d’Europa.

E’ interessante, peraltro, notare come diversi sono gli elementi che determinano la soddisfazione per uomini e donne: per i primi il guadagno è l’aspetto che raccoglie più giudizi positivi, mentre le seconde sono più soddisfatte degli aspetti relazionali, dell’orario e della distanza casa-lavoro. Infatti, per le donne la qualità dell’occupazione non può ignorare le difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare sia in riduzione seppur lenta, la percentuale di donne con un sovraccarico di ore dedicate al lavoro (retribuito o meno) non diminuisce, così come non aumenta il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli. Le condizioni peggiori delle donne meridionali fanno supporre che ad alimentare l’insoddisfazione sia anche la carenza di servizi.

La partecipazione al lavoro e la misura della disoccupazione
Nel 2011, su 100 persone da 20 a 64 anni residenti in Italia, solo 61 risultano occupate, 2 in meno di quanto registrato nel 2008, dopo una cresita durata oltre un decennio. La differenza tra il tasso di occupazione dell’Italia e quello dell’Unione europea, che non si era ridotta neppure negli anni della congiuntura favorevole, si è ampliata con la crisi sino a raggiungere 7,4 punti percentuali. Questa radicata arretratezza si deve soprattutto alla scarsa occupazione delle donne italiane, il cui tasso di occupazione non raggiunge il 50%, cioè 12 punti percentuali sotto la media Ue27, e al Mezzogiorno, ove il tasso di occupazione non raggiunge il 48%, ben 21 punti meno della media europea.

Il mercato del lavoro per sesso, età e territorio
La caduta del tasso di occupazione maschile (che nel 2004 era pari alla media europea e dal 2008 è inferiore a essa di oltre 2 punti) ha fatto sì che il tradizionale svantaggio delle donne si sia attenuato, attestandosi sui 23 punti percentuali, un valore comunque molto alto.

Se il gender gap si è ridotto, sia pure in una fase di decisa contrazione dell’occupazione e di forte aumento della mancata partecipazione al lavoro, altre due ben radicate disuguaglianze nell’accesso al lavoro, quella territoriale e quella generazionale, si sono ulteriormente acuite negli anni recenti. La differenza tra il tasso di occupazione del Mezzogiorno e quello del Nord è andata aumentando da 18 punti percentuali nel 2004 a quasi 22 punti nel 2011, con un’accentuazione negli anni di crisi, sicché nel 2011 su 100 persone da 20 a 64 anni residenti nel Mezzogiorno neppure 48 lavorano (in Campania il tasso di occupazione totale raggiunge appena il 43%). Se consideriamo soltanto il tasso di occupazione femminile, il divario diventa abissale: poco più del 33% nel Mezzogiorno contro oltre il 60% nel Nord.

Rispetto al genere le diseguaglianze territoriali, decisamente elevate, non aumentano: nel 2011 si va da un tasso inferiore all’8% per gli uomini nel Nord a quasi il 42% per le donne nel Mezzogiorno.

La condizione occupazionale dei cittadini stranieri
La crisi economica ha acuito le diseguaglianze anche sotto un altro profilo, peggiorando la condizione occupazionale degli stranieri in misura maggiore di quella degli italiani. A causa della minore presenza di giovanissimi e di anziani, il tasso di occupazione degli stranieri residenti in Italia è sempre stato molto superiore a quello degli italiani: dal 2005 al 2008 lo scarto si è aggirato sui 9 punti percentuali. Nel 2011 la differenza si è ridotta a meno di 6 punti, ma soltanto per la forte caduta del tasso di occupazione dei maschi stranieri (da 87% a 81%), mentre quello delle donne straniere è aumentato di un punto (da 52% a 53%). Ciò si spiega con il fatto che la crisi ha colpito in modo molto acuto due settori, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ad alta intensità di lavoratori stranieri maschi, mentre non ha intaccato la domanda di lavoro domestico e di cura, ove sono concentrate le lavoratrici straniere.

(…) il tasso di mancata partecipazione delle donne straniere era superiore a quello delle donne italiane anche prima del 2009, non tanto per la carenza di domanda di lavoro domestico e di cura, quanto per la presenza di una rilevante fascia di donne straniere che sono disoccupate o, pur disponibili, non cercano attivamente un impiego per la difficoltà di conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari, a causa della mancanza di sostegni familiari per la cura dei propri figli.

La qualità del lavoro per sesso, età, territorio e nazionalità
Innanzitutto, le donne sperimentano una più elevata instabilità dell’occupazione, con una maggiore incidenza del lavoro a termine (nel 2011 era in tale condizione quasi il 21% delle donne contro meno del 18% dei maschi) e una minore probabilità di stabilizzazione del rapporto di lavoro nel corso di un anno (nel 2011 poco più del 18% contro oltre il 23% dei maschi).

Le donne sono più svantaggiate per quanto riguarda i bassi salari e la probabilità di svolgere un lavoro che, di regola, richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto: infatti, la percentuale di lavoratrici dipendenti che percepiscono una paga inferiore di due terzi rispetto al valore mediano è superiore di quasi 4 punti percentuali a quella dei lavoratori maschi e quella di laureate e diplomate sovra-istruite rispetto alla qualificazione del lavoro svolto è superiore di circa 2 punti a quella dei laureati e diplomati maschi. Nonostante la crisi, però, entrambe le diseguaglianze restano praticamente stabili negli ultimi anni.

La conciliazione con le attività di cura familiare
La qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare. (…) le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli.
Il livello di istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari: infatti, il gap rispetto alle donne senza figli si riduce progressivamente al crescere del titolo di studio.

(…) la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare svolto dalla coppia in cui entrambi siano occupati diminuisce dall’80% nel 1988-1989 a meno del 74% nel 2002-2003 e del 72% nel 2008-2009. Nelle coppie con figli l’indice di asimmetria è più elevato, ma si riduce in maggior misura nel corso degli anni.

Infine, una diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza di adeguati servizi possono provocare un sovraccarico di impegni lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e relazionali.

Nel Mezzogiorno la percentuale di donne “sovraccariche” è più elevata, tranne che per quelle senza carichi familiari (…).

La soddisfazione sul lavoro per età, sesso, territorio e nazionalità
Se la soddisfazione media di uomini e donne è simile, differenze di genere si riscontrano sulle singole dimensioni: gli uomini presentano una prevalenza di giudizi positivi per il guadagno, mentre le donne mostrano una maggiore soddisfazione per gli aspetti relazionali e per la possibilità di conciliare il lavoro con i tempi di vita (l’orario e la distanza casa-lavoro). Ciò potrebbe dipendere da differenti criteri di selezione iniziali nella scelta del lavoro, con una maggiore attenzione all’aspetto economico da parte della componente maschile e una verso l’avere tempo a disposizione per fronteggiare i maggiori carichi familiari da parte di quella femminile.

Coesione sociale, cosa dice il terzo rapporto su lavoro e maternità

Decido di scrivere questo post dopo l’8 marzo perché non dobbiamo avere parole sulla questione femminile solo nel giorno di festa (!). 

Le parole di oggi riguardano il terzo Rapporto sulla Coesione sociale, uscito lo scorso dicembre e curato da Inps, Istat e Ministero del lavoro e delle politiche sociali. In particolare, riprendo quello che il Rapporto dice a proposito di mercato del lavoro e conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia. All’indirizzo http://dati.coesione-sociale.it è disponibile il data warehouse contenente più di 700 indicatori – disaggregati per lo più a livello regionale – su demografia, lavoro, capitale umano, povertà, salute, politiche di protezione e assicurazione sociale, politiche attive sul mercato del lavoro.

I grassetti come al solito sono miei:

Mercato del lavoro

Nel secondo trimestre 2012 gli occupati sono 23 milioni 46mila, in calo dello 0,2% in confronto allo stesso trimestre del 2011 (-48 mila unità). La diminuzione riguarda esclusivamente la componente maschile. Il tasso di occupazione (15-64 anni), dopo la flessione del precedente trimestre, segnala un moderato calo tendenziale (-0,1 punti percentuali), attestandosi al 57,1%.

Sempre nel secondo trimestre 2012, il numero dei disoccupati è pari a 2 milioni 705 mila unità, con un aumento tendenziale su base annua del 38,9% (+758 mila unità). Il tasso di disoccupazione è al 10,5% (+2,7 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011), quello giovanile (15-24 anni) si attesta invece al 33,9%, raggiungendo il 48% se riferito alle giovani donne del Mezzogiorno. Diminuisce la popolazione che non cerca lavoro né è disponibile a lavorare. Il tasso di inattività si porta al 36,1%, in calo di 1,8 punti percentuali rispetto a un anno prima.

Nel 2010, gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni 303mila, il 13,4% dei lavoratori dipendenti. Si tratta in gran parte di giovani e donne. Gli occupati part-time sono invece 3 milioni 551mila, il 15,5% dell’occupazione complessiva. In quest’ultimo caso prevale nettamente la componente femminile.

Sempre nel 2011, la retribuzione mensile netta è di 1.300 euro per i lavoratori italiani e di 986 euro per gli stranieri. In media gli uomini italiani percepiscono una retribuzione più elevata (1.425 euro) rispetto alle italiane (1.143 euro); il divario retributivo di genere è più accentuato per la popolazione straniera, con gli uomini che percepiscono in media 1.134 euro e le donne soltanto 804 euro.

Nel 2010 rispetto all’anno precedente si rileva una leggera flessione del differenziale salariale donna/uomo dal 5,5% al 5,3%.

Conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia

Maternità

Nel 2011, i lavoratori dipendenti beneficiari di maternità obbligatoria sono circa 380mila. Fra le neo-mamme, il 91% ha un contratto a tempo indeterminato (e vive al Nord nel 57% dei casi), il 9% a tempo determinato (di cui il 50% concentrato nel Sud e Isole).

Nel 2011 ammontano a circa 296mila i lavoratori dipendenti che hanno usufruito di congedi parentali (astensione facoltativa). Di questi, il 93,6% ha un contratto a tempo indeterminato (nel Nord si concentra il 65% dei congedi parentali con contratti a tempo indeterminato). Fra i lavoratori che hanno goduto dei congedi parentali pur non avendo il posto fisso (6,4%), quasi i tre quarti (74%) sono concentrati al Sud e nelle Isole.

I congedi parentali sono ancora poco utilizzati dai padri, ne ha usufruito appena l’11% dei lavoratori dipendenti.

Permessi L. 104/1992 e prolungamento dei congedi parentali e congedi straordinari

Nel 2011 sono complessivamente 328 mila i beneficiari di prestazioni per lavoratori con handicap o per l’assistenza di persone con handicap nel settore privato, di cui il 51% maschi e il restante 49% femmine. Il 78% dei beneficiari usufruisce di permessi per familiari, il 12% di permessi personali e il restante 10% del prolungamento del congedo parentale o del congedo straordinario.

Asili nido

Nell’anno scolastico 2010/2011 risultano iscritti agli asili nido comunali 157.743 bambini di età tra zero e due anni, mentre altri 43.897 usufruiscono di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai Comuni, per un totale di 201.640 utenti.

Nel 2010 la spesa impegnata per gli asili nido da parte dei Comuni o, in alcuni casi, di altri enti territoriali delegati dai Comuni stessi, è di circa 1 miliardo e 227 milioni di euro, al netto delle quote pagate dalle famiglie.

Fra il 2004 e il 2010 la spesa corrente per asili nido, al netto della compartecipazione pagata dagli utenti, ha mostrato un incremento complessivo del 44,3%, che scende al 26,9% se calcolato a prezzi costanti. Nello stesso periodo è aumentato del 38% (oltre 55 mila unità) il numero di bambini iscritti agli asili nido comunali o sovvenzionati dai Comuni.

La percentuale di Comuni che offre il servizio di asilo nido, sotto forma di strutture comunali o di trasferimenti alle famiglie che usufruiscono di strutture private, ha registrato un progressivo incremento, dal 32,8% del 2003/2004 al 47,4% nel 2010/2011. I bambini tra zero e due anni che vivono in un Comune che offre il servizio sono passati dal 67 al 76,8% (indice di copertura territoriale). Entrambi gli indicatori, tuttavia, mostrano una lieve riduzione nell’ultimo anno.

Nonostante il graduale ampliamento dell’offerta pubblica, la quota di domanda soddisfatta è ancora limitata rispetto al potenziale bacino di utenza: gli utenti degli asili nido sono passati dal 9,0% dei residenti tra zero e due anni dell’anno scolastico 2003/2004 all’11,8% del 2010/2011.

Rimangono molto ampie le differenze territoriali: la percentuale di bambini che usufruisce di asili nido comunali o finanziati dai Comuni varia dal 3,3% al Sud (era il 3,4% l’anno precedente) al 16,8% al Nord-est (era il 16,4%); la percentuale di Comuni che garantiscono la presenza del servizio varia dal 20,8% al Sud (era il 21,2) al 78,2% al Nord-est (era il 77,3%).

Il tempo di Claudia

Il tempo, sul web, si misura in maniera molto diversa rispetto alla “vita reale”.

L’ha scritto qualche mese fa Claudia Vago, aka Tigella, sul suo blog.

Ho riletto più volte quel post perché il lavoro di Claudia mi ha sempre incuriosito. Così l’ho contattata e le ho proposto questa chiacchierata 2.0. Ho pensato che articolo37, il mio spazio dedicato a storie di donne e lavoro, potesse essere quello giusto per leggere la testimonianza di una donna che si definisce “cantastorie, per mestiere e per passione, incuriosita dalle tecnologie”.

Grazie a Claudia per aver accettato e buona lettura!

In articolo37 parlo di donne e lavoro. Mi parli dei tuoi lavori, di come quello principale convive con la tua social media curation?

Il mio lavoro principale ha a che fare con la Rete e i social network. In realtà non è molto diverso da quello che faccio quando racconto fatti del mondo attraverso lo sguardo degli utenti dei social media. Certo, questo significa passare moltissime ore davanti al computer o con smartphone o tablet in mano, finendo per lavorare un po’ ovunque, a qualsiasi ora e riuscendo difficilmente a staccare il tempo del lavoro da quello di vita.

Come donna e come professionista del web hai mai avuto difficoltà a conciliare il tempo del lavoro con quello della famiglia?

Come dicevo, è difficile. Specialmente lavorando come freelance e quindi, sostanzialmente, da casa è difficile separare i tempi, perché gli spazi sono gli stessi. Occorre molta autodisciplina per imporsi di staccare, di separare il lavoro dal resto delle attività, di lavorare solo in alcuni posti della casa… Ed ecco, sull’autodisciplina devo ancora lavorare molto!

In un tuo recente post hai scritto che hai bisogno di tempo dopo l’esperienza di #occupychicago, come se chiedessi alla rete e agli utenti che ti seguono di riprenderti un tempo che è tuo, più “off line”. Perché?

Nell’ultimo anno e mezzo ho lavorato incessantemente. Spesso ho fatto cose che non sarebbero definibili “lavoro”, dato che non mi hanno portato un reddito. Ciononostante le ho affrontate con la stessa passione, dedizione e senso di responsabilità con cui avrei affrontato un incarico di lavoro. L’esperienza a New York e Chicago, sulle tracce di Occupy Wall Street, è stata intensa e totale, al mio ritorno ho sentito il bisogno di staccare un po’ la spina del tempo reale imposto dalla Rete per lavorare sulle cose con un po’ più di tranquillità e respiro, rielaborare tutto quanto ho vissuto là in una forma più ampia di uno o più post. Ed è quello che sto cercando di fare, anche se in realtà la pausa che immaginavo è diversa da quello che sto facendo.

C’è qualcosa del tuo lavoro che porti nel web?

In realtà il mio lavoro è il web, è tutto lì. Però ci sono molte cose di me che cerco di portare nel mio lavoro online, come in qualsiasi altro contesto: la trasparenza, il senso di responsabilità, il perfezionismo…

Nell’ultimo anno hai curato a year in hashtag e poi #ioricordo sul G8 2001 a Genova. Sei stata “inviata della rete” a #occupychicago. Si è trattato di un esperimento decisamente nuovo nel nostro panorama mediatico. Perché pensi che la rete ti abbia affidato questo compito?

#ioricordo l’ho fatto con Aurora Ghini, mentre yearinhashtag è stato fatto anche con Aurora e Maximiliano Bianchi. Credo di aver conquistato la fiducia e la stima di molte persone per il lavoro fatto con passione e precisione per così tanto tempo.

Cosa pensi che si aspetteranno i tuoi follower ora che sei tornata ed hai tantissimo materiale da riordinare?

Non so cosa si aspettino le persone. So che io voglio produrre qualcosa di ben fatto e che lasci un segno, una sorta di Year in hashtag dedicato a Occupy Wall Street, che ne indaghi le linee principali e aiuti a farsi un’idea più precisa su che cos’è questo movimento e perché è importante anche per noi. Tenendo sempre presente che la cosa più importante è sapersi porre le domande giuste, prima ancora di cercare le risposte.

Cosa hai imparato dalla tua ultima esperienza?

A mettermi in gioco, a non partire con un’idea e cercare di conformare il mio lavoro a quell’idea ma essere disposta a rivedere ogni istante le premesse da cui mi muovo. A osservare e trasformare i miei occhi in quelli di una comunità che guarda attraverso quello che scrivo, le foto e i video che condivido. 

Hai avuto modo di confrontarti con i giornalisti che seguivano gli eventi per conto dei grandi network/testate? Ti è capitato di leggere sui media tradizionali quello che stavi vivendo? Che idea ti sei fatta di quei racconti e in cosa erano diversi dai tuoi aggiornamenti? Qui da noi si parla sempre della competizione web-giornali, come se fossero antagonisti e non strumenti che possono integrarsi.

Quando ero negli USA ho avuto modo di vedere come i media mainstream coprono il movimento Occupy Wall Street e devo dire che lo scollamento con la realtà che stavo vivendo era assolutamente netto ed evidente. In alcuni casi si trattava di palese malafede, ma anche quando non c’è una chiara intenzione di screditare il movimento succede spesso che venga descritto utilizzando categorie lontane dalla realtà, preconcetti nella mente di chi osserva. Una cosa che ho avuto modo di capire fin da subito arrivata a New York è che per capire OWS bisogna smettere di porsi le domande con cui abitualmente si interroga un movimento: chi sono? Cosa vogliono? Come lo vogliono ottenere? Avvicinarsi a OWS per cercare risposte a queste domande non può che portare fuori strada. Intendiamoci, è possibile trovare una risposta, ma non sta lì l’essenza di OWS che è un movimento radicalmente nuovo per forme e contenuti e necessita quindi di un nuovo vocabolario per poter essere descritto e raccontato.

Con gli occhi di Silvia

Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.

La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.

Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):

Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?

Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.

Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.

Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”,  ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.

Conciliare poi  il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.

La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?

La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.

Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.

L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?

Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.

Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?

Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.

Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…

NPDonne, Lisa Ziri racconta Nemoris

Questa mattina il barcamp Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” ha ospitato la testimonianza di Lisa Ziri, della start-up al femminile Nemoris, nata nel 2011, e ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Questo il racconto della sua esperienza.

Che cos’è Nemoris?

E’ la nostra startup tecnologica al femminile. A #Npdonne racconto la storia della sua nascita, dovuta al fallimento dell’azienda per cui lavoravamo io e la mia socia Silvia Parenti. Siamo una matematica e un ingegnere elettronico, eravamo nell’R&D e sviluppavamo software. Trentotto anni, mamme, donne, poche speranze di trovare il lavoro qualificato che cercavamo, abbiamo deciso di approfittare di tutto il tempo libero dato dalla cassa integrazione/contratto di solidarietà per esplorare se ci fosse la possibilità di fare qualcosa in proprio.

Mio marito è avvocato (uno dei pochi con un grande interesse per l’informatica :-)) e quindi mi sono trasferita da lui per capire come lavorava e se per caso ci fosse un qualche bisogno a cui i software attuali non rispondevano. In realtà ci siamo accorte che gli avvocati hanno grossi problemi nel gestire l’archiviazione digitale dei loro file. I sistemi presenti sul mercato erano dei gestionali che avevano molte funzionalità non utilizzate mentre mancava un sistema che permettesse davvero di risparmiare tempo e tenere le cartelle in ordine e trovare tutto anche a distanza di anni. Noi non avevamo una soluzione, allora abbiamo riallacciato i contatti con le università e cominciato a frequentare le comunità open source. Abbiamo studiato libri e nuovi linguaggi, cambiando totalmente prospettiva. Con la nostra idea ci siamo presentate ai progetti di sostegno alle imprese tecnologiche Spinner e We Tech Off e ci hanno confermato che l’intuizione era buona. Ci hanno dato molto in termine di formazione alla gestione di un impresa: noi il software lo sapevamo fare ma per fare una start-up ci vuole anche dell’altro.

Alla fine abbiamo realizzato un software, ilexis, che utilizza le tecniche del web semantico per archiviare automaticamente i file di tipo legale: in pratica i dati importanti vengono estratti dal file senza che l’utente abbia bisogno di reinserirli e le informazioni vengono archiviate semanticamente, permettendo poi delle ricerche di tipo semantico, che cercano cioè di capire l’ambito dell’informazione richiesta ed cercano i file non per semplici chiavi ma per significato. Abbiamo poi visto che questo tipo di motore può essere applicato a vari ambienti e ora stiamo realizzando personalizzazioni per diversi ambiti documentali.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Di avere e contribuire a creare dei role model per donne imprenditrici in campo tecnologico. Nei progetti di sostegno allo sviluppo di imprese innovative ci sono pochissime imprese con un’alta percentuale femminile e quasi nessuna con imprenditrici che siano anche mamme.

Mi racconti chi eri prima della tua svolta geek?

Sono sempre stata un po’ geek (mi definisco nerd con i tacchi, anche se ormai non li porto quasi più). Quando guardo The big bang theory rido come una pazza perché riconosco perfettamente me e i miei amici. Adoro la fantascienza, ho studiato matematica, lavoro nel mondo del software, sperimentato servizi web ancora in beta per curiosità, conosciuto mio marito napoletano facendo un gioco di narrazione su internet, creato legami tramite i social network, ho un blog, amo l’open source e ho molta fiducia che la tecnologia sia un aiuto notevole per costruire un mondo migliore.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Senza la rete non saremmo riusciti a fare Nemoris. Ci ha permesso di accedere alle comunità open source per trovare la soluzione puntuale al problema che cercavamo di risolvere, la maggior parte dei servizi che utilizziamo per lo sviluppo e la gestione dell’azienda sono in cloud, lavoriamo ognuno da casa propria collegandoci via skype, ci facciamo pubblicità sui social network.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Perché, sono separate? :-) Il mio lavoro è sia offline che online, ma anche la mia vita personale. Abbiamo scelto di fare di Nemoris un’azienda “leggera”, con una spiccata tendenza “ecocompatibile” perché è lo stile di vita che cerco di condurre nella vita di tutti i giorni. So che c’è molto il mito della startup “solo lavoro pazzo, niente vita personale”, ma io e la mia socia abbiamo deciso di avere un equilibrio con la vita privata, ad un certo punto stacchiamo per stare con la nostra famiglia o per andare in palestra e magari riprendiamo a lavorare la sera o il fine settimana. In estate andiamo al mare o in montagna e lavoriamo con il portatile e gli ereader per leggere documentazione anche sulla spiaggia. Lavoriamo continuamente, ma così riusciamo a prolungare il tempo della “villeggiatura lavorativa” per permettere ai nostri figli di stare più tempo a contatto con la natura in un ambiente più rilassato.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Direi! Intanto la conciliazione tra lavoro e famiglia è veramente molto più semplice dal punto di vista pratico, ti porti il lavoro dove vuoi. Questo non vuol dire che sia semplice dal punto di vista organizzativo. A volte rimpiango i tempi in cui tornavo magari tardi dal lavoro da dipendente, ma a quel punto staccavo del tutto. Qui è una ricerca continua di equilibrio, ma ne vale la pena. Naturalmente niente di questo funziona se tutto il lavoro domestico e della cura dei figli cade sulla donna, bisogna collaborare. Poi è importante per trovare altre persone che condividono la tua esperienza e il tuo stile di vita. Anche se nessuna delle tue conoscenze ha fondato una start-up nel tuo campo, magari in qualche altra parte del mondo è una cosa comune, ti puoi ispirare. E infine ti permette di partire da poco, trovare strumenti per cominciare un’attività a buon mercato. Poi si deve crescere, con tanto impegno, ma non è il lavoro che ci spaventa, vero?

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

 

Fattore D

Nell’aprile 2010 scrivevo il post  Non è un Paese per mamme, dove commentavo alcuni fatti di cronaca sul tema maternità utilizzando i dati dell’indagine multiscopo dell’Istat “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili”.

Ieri, mercoledì 28 dicembre, l’Istat ha pubblicato un report sulla conciliazione tra lavoro e famiglia nel 2010.

La notizia è che il 37% delle donne lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio (Repubblica ha pubblicato la notizia in homepage, ma bisognava andarsela proprio a cercare; il Corriere l’ha affidata alle pagine del blog femminile la 27ora).

Della ricerca (la trovate qui) voglio segnalare alcuni passaggi commentandoli, come mio solito, con l’uso dei grassetti. Leggendola, però, mi sono tornate in mente alcune considerazioni che Maurizio Ferrera ha fatto nel suo libro Fattore D, uscito nel 2008, ma ancora molto attuale, e che propongo a conclusione del post.

Le responsabilità di cura limitano la partecipazione delle donne al lavoro

In Italia la condizione di madre si associa a una minore presenza femminile sul mercato del lavoro: tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia.

Si osserva, inoltre, una marcata relazione inversa tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e numero di figli con meno di 15 anni. La percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Non meno importante risulta l’associazione tra numero di figli e inattività: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più.

Nel Mezzogiorno, dove già la partecipazione femminile al mercato del lavoro è molto contenuta, le responsabilità di cura dei figli hanno un effetto maggiore sull’occupazione femminile rispetto al Centro-Nord: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione. (…) Il desiderio di lavorare è più diffuso tra le madri inattive con figli in età prescolare (36,5%) e tra quelle con figli che frequentano la scuola elementare (29,6%).

Indisponibilità e costi elevati delle strutture tra i problemi più lamentati

Per il 6,3% degli uomini non occupati che hanno una qualche responsabilità di cura e l’11,6% delle donne nelle stesse condizioni l’impossibilità di lavorare deriva dalla indisponibilità di servizi sul territorio. Tale indisponibilità viene riferita più spesso come causa dell’impossibilità di lavorare da parte delle madri (14%) e da chi si occupa di adulti e anziani (15,5%) piuttosto che dalle donne che si prendono cura di bambini che non sono i figli coabitanti (7,3%). (…) Come per le madri occupate, anche per quelle che non lavorano, l’inadeguatezza dei servizi per la cura dei bambini è dovuta soprattutto al costo troppo elevato delle strutture e alla loro assenza sul territorio. In complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

Quattro donne su 10 interrompono il lavoro per prendersi cura dei figli

La nascita di un figlio comporta profondi stravolgimenti nell’organizzazione della vita familiare e lavorativa dei genitori. Sono 702 mila le madri occupate che hanno dichiarato di aver interrotto temporaneamente dopo la nascita del figlio più piccolo l’attività lavorativa per almeno un mese (il 37,5% delle occupate che hanno figli con meno di 8 anni). L’assenza temporanea dal lavoro riguarda, invece, solo una parte marginale di padri, cioè l’1,8% degli occupati con figli con meno di otto anni. Nel Centro-Nord ha interrotto temporaneamente l’attività lavorativa il 40% delle madri lavoratrici, contro il 27,4% di quelle residenti nell’Italia meridionale e insulare.

Il congedo parentale: uno strumento fruito ancora prevalentemente dalle madri

Tra i genitori di bambini di età inferiore a otto anni, che nel secondo trimestre del 2010 risultano avere un’occupazione, 205 mila padri e 847 mila madri hanno dichiarato di aver usufruito almeno una volta nel corso della vita del congedo parentale per prendersi cura del figlio più piccolo. Si tratta di una fruizione prevalentemente femminile: ne ha goduto, infatti, circa una donna ogni due (45,3%), e solamente il 6,9% degli uomini (Figura 12). Nonostante la normativa punti a favorire la fruizione dell’astensione facoltativa per maternità/paternità da parte dei padri, questa risulta confinata soprattutto ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, tra i quali circa uno ogni due dichiara di averne fruito. A livello territoriale risulta un più diffuso utilizzo del congedo parentale tra le occupate residenti nell’Italia centro-settentrionale (il 48,5% nel Nord e il 46,5% nel Centro, contro il 35,4% nel Mezzogiorno).

Nel suo libro Maurizio Ferrera, docente dell’Università di Milano, individua tre fattori che impediscono la crescita del nostro Paese:

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso, che impedisce all’Italia di tornare a crescere, a crescere bene. Come invertire la rotta? (…) Possiamo farcela anche noi, ma solo a patto di cambiare mentalità e procedere ad una incisiva ricalibratura del nostro welfare state e più in generale del nostro modello sociale.

Ci sono due passaggi sulla womenomics che mi sono molto piaciuti e che certi politici dovrebbero imparare a memoria, anzi dovremmo leggerglieli come se fossero un mantra:

Se una donna entra nel mercato occupazionale ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL. (…) Il primo, elementare nesso fra donne e crescita è proprio questo: una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro significa più occupati e dunque più PIL.

E poi ancora:

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Sembra un trucco, ma è così. (…) Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Facile, no?

#2eurox10leggi, a Natale puoi

L’11 novembre il blogging day (qui potete leggere i risultati e questo il mio post scritto per l’occasione), da qualche giorno la campagna per Natale. In mezzo l’evento che porterà questa scommessa nata, lo scorso 4 ottobre, su Twitter ad uscire dalla rete: sabato 17 dicembre, dalle ore 9.30, al Teatro Verga di Milano un incontro pubblico, un momento reale di condivisione e confronto sulle dieci leggi chieste dalle donne per le donne (e gli uomini).

#2europer10leggi consiste nell’acquistare una pagina di un quotidiano nazionale ove pubblicare le dieci richieste di legge che le donne italiane giudicano indifferibili e che vogliono sottoporre all’attenzione della politica.

Ad oggi sono state prenotate 1750 quote (ne servono ancora 10.750). A Natale puoi…

Nota a margine

Delle 10 leggi a me stanno molto a cuore quelle dedicate al lavoro delle donne, come dimostra questo blog. Ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. A pagare la crisi sono, soprattutto, le donne. Oggi è anche una giornata particolare: il 2 dicembre di 40 anni fa veniva approvata la legge 1044, quella istituiva degli asili nido in Italia. Voglio ricordarlo perché gli asili nido sono non solo un momento formativo importante per i nostri bambini, ma anche un tassello di quel welfare a sostegno delle famiglie senza il quale molte di noi farebbero una fatica enorme a conciliare i tempi del lavoro e quelli della propria vita.

Fuori mercato

Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.

Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).

Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):

La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…) 

In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.

L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.

Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.

Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.

L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.

Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).

In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.

In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.

La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.

Fatti più in là

Nei giorni che precedono l’8 marzo sui giornali e in tv è tutto un parlare di donne. Mi è capitato di leggerne tanti, alcuni li ho coservati, altri mi hanno fornito lo spunto per qualche post. Come questo di Monica D’Ascenzo uscito sul Sole24Ore proprio alla vigilia della festa della donna.

Ha ragione Monica, però, quando scrive: “Una settimana all’anno dedicata alle donne, però, non è sufficiente e lo si può leggere fra i numeri dell’ultima indagine Istat. L’occupazione femminile a gennaio è tornata sui livelli della primavera del 2006”.

L’ho contattata e questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ringrazio Monica per la disponibilità e per la cortesia.

Nel dicembre 2009 l’Istat ha pubblicato l’indagine multiscopo “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato  adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili” (ne ho parlato già qui). Le ultime pagine dell’indagine sono dedicate alle donne che lavorano, alle loro attese come madri e  alle criticità connesse ai percorsi professionali. Tra i dati che emergono e che ricorrono anche in statistiche e studi più recenti colpisce che l’arrivo di un figlio incida sulla stabilità occupazionale delle donne.

In particolare, dopo la maternità facciamo fatica a rientrare nel mondo del lavoro e, se precarie, abbiamo più difficoltà a mantenere l’occupazione o a stabilizzarci. 

In Italia le donne contano per il 60% dei laureati, inoltre le studentesse hanno in media voti più alti e si laureano più velocemente. Si ha riscontro di questo anche nei concorsi per l’accesso a professioni come l’avvocatura o la magistratura. Non c’è, invece, alcuna corrispondenza con la presenza delle donne a livelli manageriali nelle aziende, perché sopravvivono i tetti di cristallo difficili da sfondare. Il vero problema è che una donna su quattro rinuncia al proprio lavoro con la nascita del primo figlio perché in Italia mancano le strutture sociali che permettano di conciliare, senza eccessivi sacrifici,  la sfera familiare e quella professionale.

Qualche mese fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia per offrire a chi lavora più tempo ed energia per la famiglia (questa la  notizia in un articolo su Repubblica). In Italia si parla tanto di famiglia e di politiche per la famiglia, però temi come la conciliazione dei tempi sembrano non trovare spazio nell’agenda politica. Perché?  

L’8 marzo scorso le parti sociali e il ministero del Lavoro hanno siglato l’avviso comune che apre il percorso tecnico per introdurre, in tutti i livelli di contrattazione, forme di flessibilità family-friendly e di conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Orari rimodulati, lavoro a tempo parziale, forme di telelavoro, congedi parentali rimodulati e una gestione più attenta dei permessi sono solo alcune delle leve su cui potranno contare le parti per definire, entro i prossimi tre mesi, le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione. Il prossimo anno sarà fatta una verifica dello stato di attuazione. Ma i cambiamenti all’interno delle aziende restano ancora troppo lenti.

Tu scrivi di economia. Negli ultimi due anni il tema che tiene banco è la crisi. Può esserci una lettura al femminile della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? 

La crisi economica ha colpito duramente l’occupazione femminile scesa dal 47,2% al 46,4%. D’altra parte in Italia le donne contano per il 60% dei contratti “precari”, che sono i primi a essere tagliati in caso di crisi. Il risvolto positivo è stato che le donne hanno dimostrato di potersi reinventare meglio e più degli uomini. Non è un caso, infatti, se negli ultimi anni è aumentata l’iniziativa imprenditoriale femminile. Inoltre per gli uomini esiste una sorta di identificazione con il proprio lavoro, che li mette in crisi nel momento in cui la sfera professionale viene a mancare.

Nel tuo ultimo libro “Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei cda” fai il punto sulla questione quote rosa nei consigli di amministrazione. Il tema è tornato d’attualità con la proposta di legge di qualche mese fa che ha riacceso il dibattito. A che punto siamo in Italia?  

La proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca è attualmente all’esame della commissione finanze della Camera. Manca solo il via libera del Governo perché possa venire approvata in via legislativa, quindi senza passare al voto in aula. Se arrivasse il sì dell’esecutivo, prima della pausa estiva potrebbe diventare legge ed entro una decina d’anni avremmo un terzo dei cda delle società quotate composto da donne. 

Quel gran pezzo dell’Emilia

Più numerose, più longeve, più dedite alla famiglia e più istruite, ma lo stipendio è più basso e si fa più fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro. E’ la fotografia delle donne che vivono e lavorano in Emilia Romagna così come è stata scattata dal Servizio Controllo strategico e statistica della Regione.

Scrivo ancora della mia Regione (d’adozione), perché in occasione dell’8 marzo è stata presentata “Le donne in Emilia-Romagna“, una ricerca che prende in esame struttura demografica, salute e fecondità, occupazione, redditi e retribuzioni, istruzione, rappresentanza nelle posizioni decisionali.

Riporto i dati del volume in sintesi (come sempre i grassetti sono miei) che riguardano la sfera occupazionale, però se volete saperne di più, leggete qui:

L’occupazione e i redditi

Analizzando i dati sull’occupazione, emerge come in Emilia-Romagna la crescita registrata dal 1999 al 2009 sia da collegare sostanzialmente alla componente femminile: il saldo positivo registrato in quest’intervallo di tempo (213mila unità) è per quasi due terzi (130mila) ascrivibile alle donne. Un dato interessante: nel 2009 (anno della grande crisi), dopo un decennio di crescita costante, l’occupazione femminile ha raggiunto quota 864mila unità (44,2% dell’occupazione complessiva), registrando addirittura un aumento rispetto al 2008 di 4mila unità. Tutto questo in netta controtendenza rispetto alla componente maschile, che ha visto nel 2009 un saldo negativo di 28mila occupati.
Per quanto riguarda le persone in cerca di impiego, coerentemente con il calo occupazionale, si è registrato nel 2009 un aumento nella fascia maschile (48mila persone), ma anche di quella femminile (aumentata ancora di più: 50mila, nonostante l’incremento di occupazione). Emerge così una sorta di antinomia al femminile, dove in tempo di crisi crescono sia le occupate che le disoccupate. Un fatto che potrebbe essere spiegato con la ricerca di entrate aggiuntive per la famiglia da parte delle donne, per far fronte alla contrazione dei redditi maschili. Sulla “tenuta” dell’occupazione femminile può aver influito anche la disponibilità delle donne a cambiare l’orario di lavoro pur di mantenere l’impiego. Una “tenuta”, tuttavia, che si è verificata 2009 e non oltre: il primo trimestre del 2010 ha registrato il punto più basso tanto per l’occupazione maschile (-70mila unità rispetto al 2008) che per quella femminile (-51mila rispetto al 2009).
Rispetto alla situazione nazionale (46,4%) ed europea (media Ue 27 – 58,6%), l’Emilia-Romagna nel 2009 ha raggiunto un tasso di occupazione femminile (61,5%) notevolmente più elevato. Si è ancora lontani, tuttavia, dai livelli di alcuni Paesi del nord, come Danimarca (73,1%), Svezia (70,2%), Regno Unito (65%).

Part-time

In Emilia-Romagna, analogamente a quanto accade in Italia e negli altri paesi europei, l’occupazione part-time presenta una componente di genere molto marcata: è per l’88,9% femminile e il 24,8% delle occupate ha un lavoro a tempo parziale, contro a un 4,3% degli uomini (2009). Se da un lato il ricorso al part-time può essere visto come un’opportunità che favorisce l’entrata e la permanenza nel mercato del lavoro, dall’altro non bisogna trascurare il fatto che questa modalità di lavoro può ripercuotersi negativamente sui percorsi di carriera e sulla possibilità di indipendenza economica.

Retribuzioni

La differenza di genere segna la voce “stipendio”: pur scorporando dai dati l’effetto legato al part-time, le donne percepiscono una retribuzione netta mensile (escluse altre mensilità e voci accessorie non percepite regolarmente) più bassa di quella degli uomini. Complessivamente, le donne hanno uno stipendio medio mensile inferiore di 302 euro rispetto a quello dei colleghi uomini. Un differenza che sale a 509 euro per le dirigenti, a 391 per i quadri, scende a 261 per le impiegate per risalire a 318 per le operaie.

I tempi di lavoro all’interno della famiglia

Nonostante la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rimangono ancora forti divari nella distribuzione dei carichi di lavoro domestico tra donne e uomini. In Emilia-Romagna gli uomini dedicano in media 6 30’ ore settimanali al lavoro domestico contro le 25 delle donne (media nazionale 5 40’ – 27 30’). La conciliazione fra lavoro di cura e lavoro retribuito continua quindi a essere il problema più rilevante per le donne occupate, non soltanto in relazione alla crescita dei figli, ma – data la struttura per età dell’Emilia-Romagna – anche in rapporto all’accudimento degli anziani.