Fare storia del lavoro

Bologna ospita dal 12 al 14 dicembre il primo convegno della Società Italiana di Storia del Lavoro, evento promosso in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e il Dipartimento Storia Culture Civiltà, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Spi-Cgil.

Qui il programma. Segnalo, in particolare, per il punto di vista caro a questo blog Storicizzare la precarietà del lavoro: una prospettiva di genere di Eloisa Betti (Università di Bologna, ma su questo blog l’avevamo conosciuta per questo progetto).

 

 

Sebben che siamo donne

Foto gentilmente concessa dall'UDI Bologna

Foto gentilmente concessa dall’UDI Bologna

L’UDI Bologna promuove un progetto sulla storia del lavoro femminile del territorio.

“Riordinando l’archivio fotografico dell’Udi Bologna, istituito dall’associazione nel 1982 ed una delle fonti documentali più importanti per la storia delle donne a Bologna nel secondo dopoguerra  - racconta Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna ed una delle donne del gruppo di lavoro del progetto – abbiamo ritrovato numerose immagini di donne al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo avuto la sensazione di una perdita della memoria del lavoro femminile. Nella provincia di Bologna il ruolo delle donne nel lavoro è stato particolarmente significativo fin dall’immediato dopoguerra, il tasso di occupazione femminile nell’industria è stato a lungo il più alto d’Italia e le donne lavoravano in numerosi settori produttivi dall’agricoltura, all’industria al terziario. Tuttavia, la memoria di questa grande partecipazione e del contributo delle donne allo sviluppo economico del territorio è scarsamente presente nella memoria collettiva della cittadinanza e non è stata sufficientemente valorizzata dalla storiografia ufficiale. Nasce così l’idea di lanciare questa campagna di raccolta di foto a Bologna, ma soprattutto nei comuni della provincia. Per questo serve coinvolgere le donne del territorio: chiediamo foto di chi ha lavorato tra il 1945 e il 1982 perché diventino oggetto di studio dei lavori delle donne. Alla raccolta delle foto si affiancheranno delle video interviste ed un laboratorio di scrittura con Alba Piolanti perché le donne siano invogliate a raccontarsi”.

L’UDI Bologna è da tempo impegnata sul tema del lavoro femminile: nel 2011 il convegno svoltosi a Bologna in occasione del XV Congresso Nazionale UDI dal titolo “Libere di lavorare”, nel 2012 la mostra fotografica itinerante “Udi e il lavoro delle donne dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta” e nel 2013 la pubblicazione del volume collettaneo, curato da Fiorenza Tarozzi ed Eloisa Betti, “Le italiane a Bologna” che valorizza il ruolo delle donne bolognesi in 150 anni di storia unitaria. L’UDI di Bologna è, inoltre, co-promotrice del progetto di ricerca “Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni Cinquanta”.

Il gruppo di lavoro che si occuperà del progetto, e che ha reso possibile le iniziative del 2011 e 2012, è costituito dall’assegnista di ricerca dell’Università di Bologna Eloisa Betti e dall’archivista documentalista Elisa Giovannetti, co-responsabili dell’archivio UDI, Alba Piolanti, già insegnante e scrittrice esperta di memorie femminili, e Katia Graziosi, Presidente dell’UDI di Bologna.

Chi è interessata può contattare l’UDI al numero 051-236849 oppure inviare una mail a archivioudibo@gmail.com.

Strada facendo

 

foto-4Giovedì 29 novembre hanno scioperato di nuovo.
Sono le lavoratrici de La Perla, storico marchio bolognese dell’intimo che a ottobre ha dichiarato 309 esuberi.
La trattativa è in stallo. Al momento l’ipotesi è che gli esuberi scendano a 290.

Lunedì 29 ottobre ho sfilato con loro per le vie di Bologna in occasione di una manifestazione (qui l’articolo del Resto del Carlino e qui quello di Repubblica Bologna) che ha preceduto una assemblea pubblica aperta alle istituzioni.

Lungo la strada, da piazza XX Settembre al Teatro Galliera, dove si è tenuto l’incontro, ho parlato con alcune di loro.
Qui di seguito non troverete nomi, ma il racconto di chi sta lottando per la propria dignità di donna e lavoratrice.
Le iniziali dei nomi sono di fantasia, i grassetti invece sono miei.
Mi dice A: Sono stata macchinista per 27 anni. Ora sono in pensione. Conosciamo il prodotto nei dettagli, ma dopo cinque anni di precarietà c’è grande sconforto. Il saper fare in questa azienda vale e le lavoratrici non accettano di essere messe da parte. Hanno competenze che fanno grande questo marchio. E’ un’azienda fatta al 95% di donne. E’ un’azienda di donne per le donne, ma diretta dagli uomini.
Mi dice B: Ho 33 anni e lavoro in fabbrica da 10 anni. Con la proprietà italiana era tutto ok, ma gli americani vogliono solo fare affari. In fabbrica si sta bene. L’ho scelto io questo lavoro perché mi piace. Io non sono di Bologna. Quando sono arrivata, dopo due settimane già lavoravo. Sono tanti 309 esuberi. Può essere chiunque di noi.
Mi dice C: Tutte viviamo male la situazione. Prima c’era speranza anche facendo sacrifici. Non ci sono proposte nel piano industriale, ma solo tagli come quelli del Governo. Ho 37 anni e lavoro dal 2004. I rapporti tra colleghi sono buoni, ora però è una guerra tra poveri. Nella protesta si uniscono anche i reparti non operai. Se ci spacchiamo, rischiamo di fare la fine dell’Omsa.
Mi dice D: Ho 49 anni e lavoro da 21 anni. Sono impiegata. E’ stato il mio primo lavoro. La Perla è un posto dove si sta bene. Purtroppo non c’è chiarezza di obiettivi da parte dell’azienda. Siamo solo dei numeri per loro.
Mi dice E: Ho 49 anni e da 20 lavoro come impiegata. E’ un ambiente positivo. Rischiamo di perdere il lavoro senza possibilità di ricollocamento.

Intanto siamo arrivate al teatro.
La sala si riempie in poco tempo. Giacomo Stagni della Filtea Cgil, prima degli interventi istituzionali, ripercorre la storia dell’azienda e mette sul piatto i numeri della crisi:
Negli anni ’90 c’erano 1600 lavoratori. Nel 2007 GH Partners, un fondo di San Francisco, ha acquisito l’azienda. I lavoratori erano 1170 su 4 stabilimenti. Oggi sono 600 tra quelli al lavoro e quelli in cassa integrazione.
Non è il primo processo di ristrutturazione e prendiamo atto del fallimento degli altri processi. Sono previsti 309 licenziamenti che la città non si può permettere. Due anni fa il tasso di disoccupazione a Bologna era del 2-3%, oggi del 5-6%.
Con i numeri presentati l’azienda non lavora.

Poi parla Lorena, una dipendente:
Si vive malissimo, stiamo dando tutto. Ci sentiamo abbandonate. Facciamo questa lotta il più unite possibile perché non vogliamo la distruzione. Ci crediamo perché ci emoziona vedere i nostri capi indossati nei film.
Non sappiamo più che armi usare. Continuiamo a lavorare in questa situazione. Non abbandonateci.

Nota a margine
Sul ponte di via Galliera passano due signore. Si fermano. Una dice all’altra: Però per questo gruppino qua chiudere la strada.

Con gli occhi di Silvia

Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.

La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.

Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):

Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?

Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.

Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.

Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”,  ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.

Conciliare poi  il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.

La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?

La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.

Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.

L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?

Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.

Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?

Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.

Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…

Siska, una passione per i libri

Annalisa Uccheddu, una laurea in teatro, ha fatto della sua passione per i libri un lavoro, anzi un lavoro 2.0 visto che ha creato una casa editrice di e-book basata su progetti e contatti sviluppati online. Dall’editing allo scouting, fino alla vendita, è nata l’azienda Siska Editore.

Annalisa ha partecipato sabato 14 aprile al barcamp  Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?”. Ecco cosa ci ha raccontato qualche giorno prima di #Npdonne.

Mi parli brevemente del progetto che presenterai domani?

All’incontro di domani parlerò della mia casa editrice nativa digitale, Siska Editore, nata dalla passione per i libri per la lettura e dalla mia esperienza di blogger e dalla fiducia nelle potenzialità del digitale. Credo, infatti, che l’editoria digitale sia un ottimo strumento per diffondere la cultura, la lettura, per valorizzare nuovi autori e nuove storie. Inoltre, mi affascina la dinamicità del formato digitale che è in fase di continua evoluzione. La trasformazione da blogger a editore digitale è il risultato di un’alchimia tra il blog, i social e i “magici aiutanti” (amici vecchi e nuovi), della curiosità, della volontà di raccontarsi e di leggere gli altri. Le mie prime autrici sono blogger che seguivo. La ricerca degli autori e di “storie filosofe”, come amo chiamarle, continua ancora tra i blog, ma anche tra le proposte letterarie che arrivano in redazione.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Non vedo l’ora di ascoltare le esperienze delle altre, scoprire quanto mi ritroverò in esse e quanto potrò imparare da loro. Mi aspetto che sia un’esperienza di incontro e di scambio stimolante nell’immediato presente, da cui potrebbero partire collaborazioni future, di ascolto reciproco per cominciare. Se da un lato sarà un modo per conoscere altre donne “avventurose” come me dall’altro sarà occasione di confrontarmi sul mio progetto con i presenti e ogni occasione di feedback è sempre preziosa.

Chi eri prima della tua svolta geek (se questa è stata uno spartiacque nella tua vita professionale)?

Ho una formazione umanistica: liceo classico, Facoltà di Lettere e corso di Laurea in teatro, i libri sono sempre stati la mia passione. A 15 anni mi sono innamorata del pc e della tastiera, a 27 ho aperto un blog e a 28 sono partita con Siska Editore. Alla fine si è trattato di un cambiamento graduale, il digitale è diventato rapidamente parte integrante della mia vita, è vero. Però credo che ci sia stato uno spartiacque, ancora più forte di quello del blog, e che sia coinciso con la creazione dei prodotti digitali: gli ebook. Oltre al lavoro editoriale e di redazione, che è proprio di ogni editore, mi appassiona davvero tanto realizzare gli ebook, mettere mano negli html, nel css ecc… E quando c’è qualcosa che non torna? Chiedo aiuto a chi ne sa più di me e continuo ad imparare.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

La mia professione è interamente nata e cresciuta in rete, quindi direi che l’influenza è stata totale! Certo la maggior parte dei contenuti (storie, filastrocche e romanzi) nascono offline, ma è in rete che si sviluppano e che camminano con le loro gambe (e con quelle degli amici che le sostengono). Del resto noi stesse non siamo “dentro” la rete, ma con le nostre idee creative, i nostri contenuti,  il nostro dinamismo rendiamo la rete viva e reale; diventiamo rete noi stesse. La rete mi ha permesso di entrare in contatto (prima in forma di ascolto e poi di dialogo) con persone che mi hanno arricchita enormemente e di comprendere che era possibile trasformare l’idea iniziale di un blog di racconti in qualcosa di più: una casa editrice digitale.

Poi, trovo che le donne sappiano fare rete in maniera molto efficace e ultimamente ne ho riscontrato la prova lampante in un social dedicato esclusivamente alle donne. Si chiama di www.withandwithin.com e mi ha dato molte occasioni di dialogo e di crescita sia personali sia lavorative (tra cui molti preziosi feedback di lettrici e di blogger riguardo agli ebook che pubblico).

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Sicuramente tanto. Per cominciare, molte delle informazioni che raccolgo le condivido con le persone che conosco (che siano o meno attive quanto me in rete). Un esempio per tutti, come blogger ho imparato a conoscere ad apprezzare molte mamme blogger e ora che alcune care amiche sono in dolce attesa segnalo loro i blog e i post che fanno al caso loro. Ed è bello sentirsi utile anche così. E poi nella vita off line è diventato ancora più facile e naturale creare rete e lanciarsi in nuovi progetti.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc etc)?

Le tecnologie e la rete si combinano molto bene con la versatilità delle donne. Penso che le nuove tecnologie possano incidere enormemente sulla vita di una donna e in positivo. Certamente negli aspetti che sottolinei tu, ma soprattutto nella sostenibilità del lavoro, sia in termini di economia che di tempo. Nel lavoro da casa e su internet le possibilità per una donna di gestire le altre incombenze con più efficacia e serenità esistono realmente. Attenzione, però. C’è sempre il rischio – lo vivo in prima persona – di strafare anche in questo caso e di ritrovarsi sommerse da tutto e di più (casa, lavoro, varie ed eventuali). Le tecnologie, e la nostra abilità nel loro utilizzo, aiutano perché sono uno strumento di lavoro e di comunicazione potentissimo, e possono migliorare la qualità della nostra vita, ma non possono sostituire la collaborazione e il rispetto di cui ciascuna di noi ha bisogno da chi ci circonda. Detto questo, penso che i passi avanti che con le tecnologie riusciremo a compiere nel lavoro e nella vita quotidiana ci permetteranno di compierne altrettanti su altri versanti.

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37. Qui lo storify a cura di Francesca Sanzo.

Alice, la Reina delle torte 2.0

Alice Reina è attrice, storyteller e creativa. Grazie alla rete sviluppa idee per laboratori e spettacoli di teatro sociale. Crea decorazioni personalizzate per torte e ne racconta su Bologna In Torta.

Alice ha partecipato sabato 14 aprile al barcamp  Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?”. Ecco cosa ci ha raccontato qualche giorno prima di #Npdonne.

Mi parli brevemente del progetto che presenterai a #Npdonne?

Parlo di due delle mie start-up: Le CarteFavola e BolognaInTorta.
Le CarteFavola sono un prodotto editoriale di storytelling
( la mia principale attività ), un gioco a raccontare e raccontarsi creato per generare relazioni narrative tra adulti e bambini, tra bambini e bambini e tra adulti e adulti.
BolognaInTorta è il mio blog di cake design, attività che ho cominciato per “arrotondare” le mie entrate mensili unendo la mia passione della cucina ad un personal storytelling, ad un blog.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Mi aspetto di condividere esperienze e, perché no, di promuovere i miei progetti nel territorio, creando sinergie.

Chi eri prima della tua svolta geek?

E’ un mondo completamente nuovo per me. In realtà è da poco più di un anno che mi sono avvicinata alla comunicazione 2.0. Ho una formazione teatrale, mi sono laureata in DAMS teatro, ho un diploma da attrice ed un master in recitazione. Per anni ho percorso la via “canonica” degli attori: mi muovevo tra Milano e Roma facendo provini, spettacoli in varie compagnie in giro per l’Italia. Poi ho “scoperto” il teatro sociale” e la mia visione del teatro è cambiata: il teatro come mezzo e non come fine. Ho cominciato ad utilizzare le mie competenze nel campo del sociale, lavorando in centri anti violenza e conducendo laboratori con minori vittime di abusi e maltrattamenti.
Il mio approccio al web era molto limitato: mandavo le mail a chi conosco, usavo facebook come l’utente medio.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Poco più di un anno fa ho conosciuto Francesca Sanzo, la sua attività di blogger e mi sono detta: perchè non provare questa strada?
Non è stato facile, e a volte non lo è ancora: sono molto attaccata alla comunicazione diretta, ho studiato un media molto antico, il teatro.
Grazie a lei e Stefano Castelli di Studio Lost, ho cominciato ad imparare nuove strategie, ad applicare la mia formazione di “cantastorie” ad un media veloce e diretto come il web.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Il mio utilizzo del web è strettamente collegato alla mia attività off-line: la rete è una cassa di risonanza per promuovere le mie iniziative, i miei progetti. Ciò che porto di me, della mia vita è principalmente la parte professionale.
Cerco però di non essere troppo “professionale”, poichè uno dei miei obiettivi è proprio quello di promuovere il Teatro Sociale e lo storytelling, di coniugare un linguaggio nuovo con uno antico, avvicinando le persone, facendo in modo che riscoprano modalità di relazione e di aggregazione oggi, spesso, dimenticate, percepite come distanti.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Nel mio caso devo dire che, a piccoli passi, mi stanno aiutando. In primis mi hanno insegnato un approccio al lavoro più dinamico, propositivo e positivo. Inoltre, il fatto che gran parte degli strumenti web siano ormai abbastanza intuitivi e alla portata di tutti, rende il lavoro autonomo. Questo credo sia un punto di forza per le donne: sono convinta della capacità generatrice delle donne, in tutti i campi e ritengo che le nuove tecnologie possano essere uno strumento di autonomia, di auto-impresa e di stimolo di risorse assolutamente vincente.
L’importante, almeno dal mio punto di vista, è non chiudersi nella rete, ma mantenere un continuo contatto e scambio tra on e off line.

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37. Qui lo storify a cura di Francesca Sanzo.

NPDonne, Lisa Ziri racconta Nemoris

Questa mattina il barcamp Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” ha ospitato la testimonianza di Lisa Ziri, della start-up al femminile Nemoris, nata nel 2011, e ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Questo il racconto della sua esperienza.

Che cos’è Nemoris?

E’ la nostra startup tecnologica al femminile. A #Npdonne racconto la storia della sua nascita, dovuta al fallimento dell’azienda per cui lavoravamo io e la mia socia Silvia Parenti. Siamo una matematica e un ingegnere elettronico, eravamo nell’R&D e sviluppavamo software. Trentotto anni, mamme, donne, poche speranze di trovare il lavoro qualificato che cercavamo, abbiamo deciso di approfittare di tutto il tempo libero dato dalla cassa integrazione/contratto di solidarietà per esplorare se ci fosse la possibilità di fare qualcosa in proprio.

Mio marito è avvocato (uno dei pochi con un grande interesse per l’informatica :-)) e quindi mi sono trasferita da lui per capire come lavorava e se per caso ci fosse un qualche bisogno a cui i software attuali non rispondevano. In realtà ci siamo accorte che gli avvocati hanno grossi problemi nel gestire l’archiviazione digitale dei loro file. I sistemi presenti sul mercato erano dei gestionali che avevano molte funzionalità non utilizzate mentre mancava un sistema che permettesse davvero di risparmiare tempo e tenere le cartelle in ordine e trovare tutto anche a distanza di anni. Noi non avevamo una soluzione, allora abbiamo riallacciato i contatti con le università e cominciato a frequentare le comunità open source. Abbiamo studiato libri e nuovi linguaggi, cambiando totalmente prospettiva. Con la nostra idea ci siamo presentate ai progetti di sostegno alle imprese tecnologiche Spinner e We Tech Off e ci hanno confermato che l’intuizione era buona. Ci hanno dato molto in termine di formazione alla gestione di un impresa: noi il software lo sapevamo fare ma per fare una start-up ci vuole anche dell’altro.

Alla fine abbiamo realizzato un software, ilexis, che utilizza le tecniche del web semantico per archiviare automaticamente i file di tipo legale: in pratica i dati importanti vengono estratti dal file senza che l’utente abbia bisogno di reinserirli e le informazioni vengono archiviate semanticamente, permettendo poi delle ricerche di tipo semantico, che cercano cioè di capire l’ambito dell’informazione richiesta ed cercano i file non per semplici chiavi ma per significato. Abbiamo poi visto che questo tipo di motore può essere applicato a vari ambienti e ora stiamo realizzando personalizzazioni per diversi ambiti documentali.

Cosa ti aspetti dall’esperienza di #Npdonne?

Di avere e contribuire a creare dei role model per donne imprenditrici in campo tecnologico. Nei progetti di sostegno allo sviluppo di imprese innovative ci sono pochissime imprese con un’alta percentuale femminile e quasi nessuna con imprenditrici che siano anche mamme.

Mi racconti chi eri prima della tua svolta geek?

Sono sempre stata un po’ geek (mi definisco nerd con i tacchi, anche se ormai non li porto quasi più). Quando guardo The big bang theory rido come una pazza perché riconosco perfettamente me e i miei amici. Adoro la fantascienza, ho studiato matematica, lavoro nel mondo del software, sperimentato servizi web ancora in beta per curiosità, conosciuto mio marito napoletano facendo un gioco di narrazione su internet, creato legami tramite i social network, ho un blog, amo l’open source e ho molta fiducia che la tecnologia sia un aiuto notevole per costruire un mondo migliore.

Come ha influito la rete sulla tua attuale affermazione professionale?

Senza la rete non saremmo riusciti a fare Nemoris. Ci ha permesso di accedere alle comunità open source per trovare la soluzione puntuale al problema che cercavamo di risolvere, la maggior parte dei servizi che utilizziamo per lo sviluppo e la gestione dell’azienda sono in cloud, lavoriamo ognuno da casa propria collegandoci via skype, ci facciamo pubblicità sui social network.

Cosa porti della tua vita off line in quella on line?

Perché, sono separate? :-) Il mio lavoro è sia offline che online, ma anche la mia vita personale. Abbiamo scelto di fare di Nemoris un’azienda “leggera”, con una spiccata tendenza “ecocompatibile” perché è lo stile di vita che cerco di condurre nella vita di tutti i giorni. So che c’è molto il mito della startup “solo lavoro pazzo, niente vita personale”, ma io e la mia socia abbiamo deciso di avere un equilibrio con la vita privata, ad un certo punto stacchiamo per stare con la nostra famiglia o per andare in palestra e magari riprendiamo a lavorare la sera o il fine settimana. In estate andiamo al mare o in montagna e lavoriamo con il portatile e gli ereader per leggere documentazione anche sulla spiaggia. Lavoriamo continuamente, ma così riusciamo a prolungare il tempo della “villeggiatura lavorativa” per permettere ai nostri figli di stare più tempo a contatto con la natura in un ambiente più rilassato.

Quanto pensi che le nuove tecnologie possano incidere sul lavoro delle donne (in termini di miglioramento, nuove professionalità, conoscenze, etc, etc)?

Direi! Intanto la conciliazione tra lavoro e famiglia è veramente molto più semplice dal punto di vista pratico, ti porti il lavoro dove vuoi. Questo non vuol dire che sia semplice dal punto di vista organizzativo. A volte rimpiango i tempi in cui tornavo magari tardi dal lavoro da dipendente, ma a quel punto staccavo del tutto. Qui è una ricerca continua di equilibrio, ma ne vale la pena. Naturalmente niente di questo funziona se tutto il lavoro domestico e della cura dei figli cade sulla donna, bisogna collaborare. Poi è importante per trovare altre persone che condividono la tua esperienza e il tuo stile di vita. Anche se nessuna delle tue conoscenze ha fondato una start-up nel tuo campo, magari in qualche altra parte del mondo è una cosa comune, ti puoi ispirare. E infine ti permette di partire da poco, trovare strumenti per cominciare un’attività a buon mercato. Poi si deve crescere, con tanto impegno, ma non è il lavoro che ci spaventa, vero?

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

 

NPDonne, sabato 14 aprile appuntamento al Quartiere Saragozza

Le nuove professioni delle donne torna con un nuovo appuntamento. Dopo l’evento di ottobre alle Officine Minganti, è il Quartiere Saragozza, nell’ambito del progetto No digital divide curato dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, ad ospitare l’evento dedicato al lavoro, alle donne e alle nuove tecnologie.
Le nuove professioni delle donne: in che modo internet incide sulla società lavorativa?” è il titolo del barcamp che si terrà sabato 14 aprile, dalle ore 10 alle ore 13.30, in via Pietralata 60. L’iniziativa intende fornire ai cittadini, in particolare donne, informazioni, strumenti e competenze utili ad affacciarsi ad una dimensione lavorativa digitale. Le testimonianze  di donne che hanno rivoluzionato la propria vita lavorativa grazie a internet, dimostreranno in che modo il web incide fortemente sulla società lavorativa contemporanea.

Le nuove professioni delle donne è una iniziativa promossa dall’associazione Girl Geek Dinners Bologna, dai blog francescasanzo.net e Articolo37.

Gli hashtag per seguire su Twitter l’iniziativa sono #NPDonne e #NoDigitalDivide. E’ possibile iscriversi come camper (partecipante) o speaker per fare un intervento (speech) all’indirizzo http://npdonne.eventbrite.com/. Info: staff@girlgeekdinnersbologna.com.

Iperbole, una Rete per la città

A Bologna dire Iperbole o parlare di web al femminile è come dire Leda Guidi.
Leda è la “mamma digitale”  per molte della nostra generazione che hanno iniziato a lavorare a Bologna col e/o nel web già da diversi anni.
Leda apre gli speech de “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma oggi  alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).

La ringrazio per questa bella intervista e per tutto quello che mi ha insegnato in questi anni.

Il tuo percorso professionale non nasce nell’ambito delle nuove tecnologie. Ci racconti la tua esperienza?

Il mio percorso professionale “non flessibile” – prima solo una entusiasmante esperienza alla neonata Galleria d’Arte Moderna dove ho imparato moltissimo sulla educazione/sensibilità al contemporaneo e sull’attenzione ai linguaggi – è cominciato come operatrice culturale/bibliotecaria “del territorio”. Una categoria interpretativa, quella del territorio, tornata vitale con la rete e con il concetto di glocal, a contaminare mondo e città/paese. Una attività sul campo, sulla prima linea della innovazione sociale, in un centro culturale polivalente della “bassa bolognese”. E’ stata una vera e propria immersione nella conoscenza, nell’uso e nella divulgazione di strumenti, supporti, canali, mezzi per la comunicazione. Conoscenza prodotta non solo dal centro (la città) verso la periferia (i Comuni della provincia) ma anche dalla creatività locale, dalla dimensione metropolitana.

Le tecnologie informatiche erano utilizzate prevalentemente per la gestione automatica del patrimonio librario e informativo e non si erano ancora incontrate/ibridate con altri media e – soprattutto – con internet. La mia esperienza è continuata nella comunicazione istituzionale, all’ufficio stampa della Provincia di Bologna e successivamente del Comune di Bologna, dove mi sono occupata di informazione verso i cittadini, i media, di attività giornalistica e anche di collaborazione diretta con l’allora Sindaco, Renzo Imbeni. Era l’inizio degli anni ’90, quando si cominciava a parlare di informazione come diritto di cittadinanza, a sperimentare pratiche di trasparenza, accesso, dialogo e ascolto. Parole chiave nel processo di rinnovamento della pubblica amministrazione. L’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico di Piazza Maggiore come struttura dedicata alla comunicazione bidirezionale è di quegli anni.

In quel contesto aperto al nuovo si è manifestato un nuovo ambito di interazione, un nuovo universo dei possibili: internet. Quindi il mio incontro con le tecnologie – o meglio, con la rete – è avvenuto davvero molto tempo fa, nel 1993/4 e, devo dire, in modo abbastanza naturale, anche se potrebbe sembrare una contraddizione riferendoci a tempi in cui una formazione umanistica come la mia non era davvero il viatico professionale più adatto e accettato in un settore gestito da tecnici e informatici, prevalentemente, come si sa, uomini. Forse questo incontro è stato quasi naturale – certamente non traumatico! –  perché (ma è un’ipotesi a posteriori) culturalmente preparato e reso più facile dalla frequentazione dei media “classici” (dai video al cinema, dalla fotografia ai libri) e dalla curiosità per le tecnologie “riproduttive” dei mondi artificiali (?) da queste generati maturate fin dagli anni ’70.

Credo che la dimensione progettuale ed evolutiva della rete  - allora ancora 1.0! –  come paradigma concettuale e come modello relazionale, e la confusa percezione da parte mia di una porta aperta su di un mondo nuovo mi abbiano spinto a superare anche l’oggettivo “lack of skills”, il mio personale digital divide ante litteram e a cominciare, con gli altri stimolanti compagni di strada,  l’avventura della rete civica. I primi indirizzi di posta elettronica del Comune di Bologna sono stati quelli dello staff Iperbole, nel settore Comunicazione.

Iperbole è la rete civica del Comune di Bologna. Esistono statistiche di genere sugli iperboliani?

Vengono rilevate le percentuali di iscrizione alla rete civica dalla sua nascita: la proporzione degli utenti è ancora all’incirca di 70 a 30 “a favore” dell’utenza maschile, ma sono statistiche da coniugare con quelle relative alle connessioni mobili sicuramente diverse ma non ancora rilevate, per ragioni tecnico-organizzative, e per ovviare alle quali ci stiamo attrezzando. Da quando abbiamo lanciato la rete gratuita “senza fili” – Iperbole Wireless – i collegamenti non sono più riservati solo ai residenti, gli Iperboliani, e agli enti e organismi pubblici e no profit del territorio, ma sono distribuiti anche agli studenti e al personale dell’Ateneo. Questi sono visti dal Comune come cittadini a tutti gli effetti per il periodo che studiano, abitano, frequentano Bologna.

E’ fondato pensare che il rapporto percentuale sia diverso – più “femminile” – anche perché la fruizione della rete attraverso i device personali mobili (laptop, tablet, smartphone…) è in aumento esponenziale e moltiplica le occasioni di collegamento. Quanto poi all’utilizzo delle postazioni pubbliche free allo sportello Iperbole presso l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico di Piazza Maggiore, da molti anni ormai, la percentuale degli utilizzatori/trici è quasi equamente suddivisa tra i generi. Probabilmente la felice localizzazione e la facile accessibilità delle postazioni – unite alla disponibilità di altri servizi di front office per la comunità – sono fattori che hanno contribuito a questo risultato. Altro dato riguardo a Iperbole, credo interessante da evidenziare e che potrebbe essere spunto per una riflessione “di genere”, è che le persone che lavorano e che hanno lavorato in questi anni alla rete civica e al suo sito/portale web sono state e sono in grande numero donne, ragazze.

Dipendenti comunali e collaboratrici esterne, figure con competenze diverse, provenienti da esperienze varie e generalmente non con una formazione specifica tecnico-informatica. Allo sportello Iperbole e al back office, progettuale e redazionale, si è da sempre registrata una prevalenza di personale femminile: i risultati attuali sono stati ottenuti grazie all’impegno, alla caparbietà e all’investimento, anche emotivo, di donne e ragazze con capacità di mescolare competenze comunicative e umanistiche con abilità tecniche. Certo analisi “di genere” più approfondite, anche qualitative, ci piacerebbe farle (risorse permettendo!) magari anche con il supporto tecnico e conoscitivo di Università e di associazioni/organismi che si occupano specificamente di tematiche di genere.

In che modo Iperbole si è inserita – nel corso degli anni – nel tessuto di genere della città? Avete collaborato con associazioni e/o altri su progetti di genere?

La collaborazione con l’Associazione Orlando e il Server Donne, oltre che una adesione culturale/professionale personale, è “storica”: siamo nati come servizi alla città quasi contemporaneamente, con obiettivi diversi per specificità, ma sinergici e dialoganti. Grande consonanza con le amiche e colleghe – compagne di strada – sui temi dei diritti, delle pari opportunità di accesso alla rete, del rispetto e della valorizzazione delle differenze di usi, bisogni, linguaggi e universi simbolici, modi di abitare/utilizzare la rete e le tecnologie.

Sono molte poi le donne, all’interno di reti sociali, pubbliche amministrazioni, università, centri di ricerca, ecc., che lavorano soprattutto sulla relazione, sulle comunità, sul fare rete a tutti i livelli. Abbiamo collaborato con il PROGETTO DONNA –  Centro Studi per la Ricerca e Sviluppo delle Pari Opportunità, anche nell’ambito di un Progetto Europeo dedicato all’uso della rete da parte delle persone anziane, in particolare le donne. E, comunque,la rete civica è stata sempre aperta alle sollecitazioni delle organizzazioni che si sono proposte come interlocutrici, partner, portatrici di idee e progetti da condividere. Voglio ricordare un progetto particolarmente significativo, credo, per la sua innovatività promosso qualche anno fa dalla Regione Emilia-Romagna, nell’ambito del Piano Telematico, riguardante un’analisi dal punto di vista di “genere” dei contenuti (informazioni, servizi, ecc.) – semantica, architetturale, comunicativa –  dei portali delle amministrazioni pubbliche regionali. Il lavoro è stato svolto sul campo dall’Associazione Orlando in collaborazione con noi di Iperbole e con la responsabile del portale web del Comune di Ferrara che ci siamo offerte come cavie per un carotaggio sui rispettivi web istituzionali. I risultati complessivi dell’indagine sono stati per certi versi inattesi e meritevoli di una riflessione: in particolare sotto il profilo della correttezza di genere, sulle modalità di progettazione e di sviluppo di un sito pubblico che deve tenere conto delle diversità di aspettative, bisogni, usi… Ne sono nate delle Linee Guida per la progettazione dei siti web pubblici che meritano di essere conosciute e applicate. Un suggerimento di lettura per tutte noi!

E poi c’è stato l’incontro, ultimo in ordine di tempo ma per me davvero stimolante, con le Girl Geek Dinner di Bologna, ragazze che hanno incontrato le tecnologie molto giovani, una generazione diversa dalla mia, e che hanno con essa una relazione molto più spontanea, integrata nella quotidianità in modo naturale, fluido. Mi piace la loro voglia e capacità di mobilitarsi per l’inclusione digitale, per la diffusione di una conoscenza della rete in grado di declinarsi sui bisogni e i desideri delle donne, per fugare la “paura della rete” e contrastare chi la genera per limitare diritti, parità, libertà individuali e collettive.

L’iniziativa di oggi è occasione per parlare insieme ad altre donne, esperte e professioniste del settore, sulle opportunità che le tecnologie ci offrono in termini di  lavoro, relazioni, nuove professioni, discriminazione di genere, supporto e amicizie. Che cosa è cambiato da quando hai iniziato a muovere i primi passi nelle nuove tecnologie?

In questi anni di evoluzione della rete civica e di costruzione di rapporti con colleghe/i a livello nazionale e internazionale, come responsabile di Iperbole ho incontrato molte donne che facevano e fanno lavori simili al mio e con le quali si sono consolidati rapporti, non solo professionali ma anche elettivi, amicali, a livello “globale”. I cambiamenti in sedici, diciassette anni sono stati profondi a tutti i livelli, negli usi che si sono differenziati per i supporti a disposizione (non solo personal computer ma device mobili, tv digitale…) e per i contesti in cui vengono agiti (non più solo casa/lavoro/scuola); ma soprattutto, come ho detto, i cambiamenti, veicolati dalle pratiche, sono stati nell’immaginario comune e nel simbolico della relazione tra donne e tecnologie.

Si può dire che un altro “genere” di tecnologia si sta facendo strada attraverso percorsi professionali e di vita, magari non lineari ma sempre più sicuri. Certo non bisogna nascondersi che il gender divide e il dominio maschile nella produzione di senso in rete sono ostacoli oggettivi al libero dispiegarsi del “femminile” in internet (ormai l’ubi consistam prevalente delle tecnologie in generale). Ma gli spazi, anche quelli virtuali, vanno popolati con le nostre parole e le nostre narrazioni, così – anche se sempre troppo lentamente – si cambiano e si riequilibrano i rapporti di potere. E poi non va dimenticato, dal punto di vista socio-economico, che nuove e vecchie marginalizzazioni sono spesso una ulteriore aggravante dei divide digitali…

Il tuo è anche un punto di vista privilegiato. Spesso si parla della pubblica amministrazione come di un ambiente poco 2.0. Come pensi, invece, che stia cambiando il rapporto? La Pa può agire da facilitatore?

La pubblica amministrazione ha un ruolo fondamentale nel contrasto dei gender divide, di tutti i divide, sempre più di competenze e conoscenze non puramente tecniche, ma più culturali in senso lato. Politiche e azioni di alfabetizzazione, formazione, di empowerment professionale, di promozione di spazi di incontro, dialogo, scambio – fisici e virtuali – coniugate con la facilitazione all’accesso in banda larga, anche wireless sono necessarie per l’innovazione, non sono un’opzione: difficile tutto ciò da realizzare in tempi di crisi e di budget da tagliare in modo drastico.

L’approccio 2.0 poi non è semplice da promuovere nella PA, per natura complessa, verticale e poco interattiva. Anche se il Comune è da sempre impegnato sui temi dell’accesso alla rete, dell’e-inclusion, del wireless pubblico e dei nuovi diritti digitali. In particolare open government, trasparenza e open data quali piattaforme per lo sviluppo dell’innovazione e strumento di governance della e nella comunità sono i temi che stanno alla base del disegno di Bologna futura come smart city, social e aperta al contributo creativo dei cittadini.

La definizione della “città intelligente” sarà parte fondamentale dell’AGENDA DIGITALE PER BOLOGNA; gli cui obiettivi saranno individuati secondo una metodologia multistakeholder, declinata in rete e sul territorio. Iperbole 2020, la rete civica di domani, diventa un ecosistema sociale e comunitario che farà del crowsourcing e dei contenuti generati dagli utenti un perno delle politiche pubbliche della nuova Amministrazione.

Vivere e lavorare sotto le Due Torri

Settantanove domande per conoscere chi lavora in provincia di Bologna. E’ l’indagine che ha lanciato l’IRES – Istituto Ricerche Economico Sociali della Cgil Emilia Romagna sulle condizioni di lavoro e di vita nella nostra provincia.

Il questionario è anonimo e si può compilare cliccando qui.  

L’indagine non ha un’ottica di genere, come quella del MeDec presentata qualche settimana fa (questo il post scritto per l’occasione), ma alcune domande riguardano i servizi di welfare offerti alle famiglie (ad es. gli asili nido) e la conciliazione dei tempi vita-lavoro.

Che ne dite, diamo una mano?