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Il pane, le rose e molto di più

Noi credevamo

(…) La finiamo qui, senza aggiungere il conteggio di quante donne hanno approfittato della rivoluzione risorgimentale per alzare anche la bandiera della “loro” libertà, ma soprattutto per “fare” l’Italia con le idee, il contributo personale, le azioni. Ricordiamo solo che nel 1861 in Italia circolava un centinaio di riviste e rivistine femminili. Gran parte delle prime notti erano stupri. Se una restava vedova ed era incinta, si ritrovava la tutela di un “curatore del ventre” perché la legge la riteneva inaffidabile per natura. Se studiava la ritenevano strana e, comunque, le vietavano le cattedre e il potere. Se condivideva le lotte del lavoro, i sindacati la mettevano davanti a tutti perché si presumeva che il regio esercito non avrebbe sparato sulle donne. Chiesero il voto (e la Repubblica romana lo aveva accolto nella sua Costituzione): lo ebbero dopo la seconda guerra mondiale. La storia, infatti, non ricorda mai che non è fatta solo dai maschi.

Queste parole sono di Giancarla Codrignani e sono tratte dall’articolo “150 anni: anche noi credevamo…”, scritto nel marzo 2011 e poi pubblicato nel suo libro “Stiano pure scomode, signore” (Editrice Cooperativa Libera Stampa – 2011).

Questo è l’#8marzoperme.

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Professione Barbie

Più fashion di Linkedin, più rosa di un grigio tailleur da “uoma” anni ’80, più cotonata di una parrucchiera della Riviera. Adesso è Barbie ad introdurci nel mondo del lavoro.

Si chiama “Barbie I can be”ed è una raccolta a fascicoli della Hobbie & Work, lanciata da qualche giorno, che si ispira ad una serie di bambole prodotte dalla Mattel (qui la collezione) e che già imperversa negli spot pubblicitari in tv.

Nel primo numero Barbie è una veterinaria e, alla fine del fascicolo (il primo numero è consultabile on line), la lettrice che avrà seguito i consigli della bambola otterrà anche il diploma. Ogni uscita, per non farsi mancare proprio niente, è accompagnata da vestiti e accessori che identificano il mestiere.

Scorrendo il piano dell’opera (24 numeri per la gioia del portafoglio di mamma e papà), scopro che Barbie insegnerà a diventare ballerina classica, attrice e baby sitter (questi i mestieri dei successivi tre numeri) e poi ancora pizzaiola (molto meglio la Loren de L’oro di Napoli, però), pasticcera, biologa marina, pediatra, agente segreto, calciatrice, telegiornalista (ma perché una giornalista della carta stampata vale meno?), surfista, veterinaria di un safari, pop star, pediatra, ingegnere, poliziotta e pilota d’aereo, solo per citare alcuni mestieri.

A professioni classiche (e probabilmente più concrete nella vita reale) se ne affiancano alcune frutto di un immaginario televisivo (la bagnina si ispira a quella resa celebre da Pamela Anderson) che ha condizionato la nostra infanzia e continua a farlo con i nostri figli.

Segno dei tempi: Barbie non fa la maestra (la scure della Gelmini si è abbattuta anche sulle sue aspirazioni pedagogiche) e nemmeno la miss (molto quotata negli anni ’80).

Non c’è traccia, per ora, di una Barbie ministro o deputato. Per quello può bastare anche fare l’attrice o la modella.

Nota a margine

Di Barbie avevo già scritto qui.

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La centralinista

Leoncillo, La centralinista (1949) - Museo delle Ceramiche di Faenza - Foto tratta da Exibart.com

A volte le immagini parlano più delle parole.
Questa volta non racconto una storia di ordinaria discriminazione sul lavoro ai danni di una donna.
Questa volta mi affido alle opere di artisti che, nel dopoguerra, hanno raccontato il lavoro.E’ una piovosa domenica di maggio. Sono a Ravenna a visitare la mostra “L’Italia s’è desta 1945-1953“.

Comincio a girare nelle sale del Mart e mi imbatto in un primo quadro che parla di lavoro. E’ “Miniera” di Giulio Turcato (1949). Poi “Interno di fabbrica” diEmilio Vedova e “La centralinista” di Leoncillo, entrambe opere del 1949.
A quel punto torno indietro e comincio a pensare di costruirmi un itinerario dedicato a questo tema, una sorta di mostra nella mostra. Continuo a girare tra le sale e noto che non c’è solo l’opera di Leoncillo che parla del lavoro delle donne. Ce ne sono altre, che si collocano sempre a cavallo tra gli anni ’40 e ’50: “Le mondine in risaia” di Aldo Borgonzoni, “Cucitrice” di Domenico Cantatore, “Pittrice” di Pompilio Mandelli, “Le lavandaie” di Ennio Morlotti.
E’ l’opera di Leoncillo che mi incuriosisce più delle altre: la donna è un tutt’uno con la sua postazione, la sua vita legata ad un filo, quello del telefono.
 
Nota a margine
Quando si dice il caso. Sono trascorse alcune settimane da quando ho visitato la mostra. Ho scritto il post solo ieri sera, proprio il giorno in cui ho letto che il 17 giugno a Roma c’è un convegno del Nidil-Cgil sulla qualità del lavoro nei call center.
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Fatti più in là

Nei giorni che precedono l’8 marzo sui giornali e in tv è tutto un parlare di donne. Mi è capitato di leggerne tanti, alcuni li ho coservati, altri mi hanno fornito lo spunto per qualche post. Come questo di Monica D’Ascenzo uscito sul Sole24Ore proprio alla vigilia della festa della donna.

Ha ragione Monica, però, quando scrive: “Una settimana all’anno dedicata alle donne, però, non è sufficiente e lo si può leggere fra i numeri dell’ultima indagine Istat. L’occupazione femminile a gennaio è tornata sui livelli della primavera del 2006”.

L’ho contattata e questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Ringrazio Monica per la disponibilità e per la cortesia.

Nel dicembre 2009 l’Istat ha pubblicato l’indagine multiscopo “Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato  adulto e le criticità nei percorsi di vita femminili” (ne ho parlato già qui). Le ultime pagine dell’indagine sono dedicate alle donne che lavorano, alle loro attese come madri e  alle criticità connesse ai percorsi professionali. Tra i dati che emergono e che ricorrono anche in statistiche e studi più recenti colpisce che l’arrivo di un figlio incida sulla stabilità occupazionale delle donne.

In particolare, dopo la maternità facciamo fatica a rientrare nel mondo del lavoro e, se precarie, abbiamo più difficoltà a mantenere l’occupazione o a stabilizzarci. 

In Italia le donne contano per il 60% dei laureati, inoltre le studentesse hanno in media voti più alti e si laureano più velocemente. Si ha riscontro di questo anche nei concorsi per l’accesso a professioni come l’avvocatura o la magistratura. Non c’è, invece, alcuna corrispondenza con la presenza delle donne a livelli manageriali nelle aziende, perché sopravvivono i tetti di cristallo difficili da sfondare. Il vero problema è che una donna su quattro rinuncia al proprio lavoro con la nascita del primo figlio perché in Italia mancano le strutture sociali che permettano di conciliare, senza eccessivi sacrifici,  la sfera familiare e quella professionale.

Qualche mese fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia per offrire a chi lavora più tempo ed energia per la famiglia (questa la  notizia in un articolo su Repubblica). In Italia si parla tanto di famiglia e di politiche per la famiglia, però temi come la conciliazione dei tempi sembrano non trovare spazio nell’agenda politica. Perché?  

L’8 marzo scorso le parti sociali e il ministero del Lavoro hanno siglato l’avviso comune che apre il percorso tecnico per introdurre, in tutti i livelli di contrattazione, forme di flessibilità family-friendly e di conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Orari rimodulati, lavoro a tempo parziale, forme di telelavoro, congedi parentali rimodulati e una gestione più attenta dei permessi sono solo alcune delle leve su cui potranno contare le parti per definire, entro i prossimi tre mesi, le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione. Il prossimo anno sarà fatta una verifica dello stato di attuazione. Ma i cambiamenti all’interno delle aziende restano ancora troppo lenti.

Tu scrivi di economia. Negli ultimi due anni il tema che tiene banco è la crisi. Può esserci una lettura al femminile della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? 

La crisi economica ha colpito duramente l’occupazione femminile scesa dal 47,2% al 46,4%. D’altra parte in Italia le donne contano per il 60% dei contratti “precari”, che sono i primi a essere tagliati in caso di crisi. Il risvolto positivo è stato che le donne hanno dimostrato di potersi reinventare meglio e più degli uomini. Non è un caso, infatti, se negli ultimi anni è aumentata l’iniziativa imprenditoriale femminile. Inoltre per gli uomini esiste una sorta di identificazione con il proprio lavoro, che li mette in crisi nel momento in cui la sfera professionale viene a mancare.

Nel tuo ultimo libro “Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei cda” fai il punto sulla questione quote rosa nei consigli di amministrazione. Il tema è tornato d’attualità con la proposta di legge di qualche mese fa che ha riacceso il dibattito. A che punto siamo in Italia?  

La proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca è attualmente all’esame della commissione finanze della Camera. Manca solo il via libera del Governo perché possa venire approvata in via legislativa, quindi senza passare al voto in aula. Se arrivasse il sì dell’esecutivo, prima della pausa estiva potrebbe diventare legge ed entro una decina d’anni avremmo un terzo dei cda delle società quotate composto da donne. 

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Il meraviglioso mondo di Pat

Ho cominciato a lavorare da piccola, come i sette nani, ma invece di diamanti estraevo fumetti, battute, scherzi.

Non è la battuta di una delle sue vignette, ma è quello che Pat Carra racconta a proposito del suo esordio. Dalla sua matita sono nate storie di donne per giornali, libri e mostre, tanto che ama dire di sé che si sente spesso “l’ambasciatrice ironica della lotta delle donne per la libertà”.

Perché parlo di Pat Carra in questo blog?

Perché la sua ultima fatica Annunci di lavoro, edito da Ediesse, raccoglie più di 100 annunci di lavoro, sotto forma di vignette umoristiche.

Naturalmente, sono donne le protagoniste del volumetto: cuoche e manager, suore e filosofe, signore pigre e signore ansiose, ragazze perplesse o depresse, avvocate e rapinatrici, ambiziose e disadattate – come racconta Pat – tutte cercano nuovi percorsi nella foresta disincantata del mondo del lavoro e danno un senso imprevisto alle parole di tutti i giorni.

Il libro è anche una mostra, ma per saperne di più è meglio leggere qui.

Ogni tanto ci meritiamo anche un sorriso!!! Grazie, Pat.

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