Due pesi e due misure

E’ proprio uno strano Paese il nostro.

Due giorni fa la Camera ha approvato in via definitiva la legge sulle quote rosa con rallegramenti a destra e a sinistra (bipartisan, dicono quelli più snob), oggi una azienda in provincia di Milano, la Ma-Vib di Inzago, ha licenziato 12 operaie e nessun uomo perché “così possono stare a casa curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio”.

Nel pomeriggio l’associazione Donne Pensanti  ha lanciato una mail bombing contro la Ma-Vib (info@mavib.com) ricordando le parole dell’articolo 37 della nostra Costituzione:

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

E’ proprio uno strano Paese il nostro.

Fuori mercato

Non un prodotto uscito di produzione, ma le donne che, diventate mamme, abbandonano il posto di lavoro. Fuori mercato, appunto. Perché scarseggiano i servizi socio-educativi per la prima infanzia, perché gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia sono poco diffusi.

Lo dice “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità“, un volume dell’Isfol curato da Francesca Bergamante (qui l’intervista alla curatrice che spiega i risultati del lavoro).

Attraverso l’osservazione dei diversi modelli di welfare, le 164 pagine della ricerca (che si può scaricare qui) ricompongono le varie chiavi di lettura della relazione lavoro e maternità. Questi alcuni dati ripresi dal comunicato stampa dell’Istituto (i grassetti sono miei):

La propensione da parte delle donne ad uscire dal mercato del lavoro in corrispondenza della nascita dei figli caratterizza il nostro Paese ma varia profondamente da regione a regione. (…) 

In Italia solo il 12,7% di bambini riesce ad accedere alla rete pubblica dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, ma in alcune regioni questa percentuale raggiunge il 28%.

L’occupazione delle madri è fortemente condizionata dalla disponibilità di strumenti di conciliazione che consentano una gestione flessibile degli orari di lavoro, opportunità che in Italia risulta ancora poco diffusa. Un fondamentale aiuto giunge quindi dai nonni, che offrono spesso il massimo di garanzia nelle cure, soprattutto quando un bambino si ammala.

Per il 37% delle donne la decisione di avere figli dipende dalla disponibilità di familiari non conviventi nell’accudimento dei bambini e generalmente si tratta appunto dei nonni.

Nell’attesa che l’offerta di posti in asili nido riesca a soddisfare le richieste, le famiglie ricorrono alla disponibilità dei nonni quotidianamente nel 27,5 % dei casi, a cui si aggiunge un ricorso quantomeno settimanale per un ulteriore 46%.

L’indagine Isfol conferma che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia potrebbe incentivare le donne a fare più figli, con un conseguente aumento della fecondità in Italia, che ad oggi non riesce a garantire un adeguato ricambio generazionale. Le donne che vivono in contesti in cui sono presenti strutture per l’infanzia hanno il 2,5% in più di probabilità di fare figli.

Nelle Regioni che hanno specifici ed articolati servizi per l’infanzia il tasso di occupazione femminile si colloca sui livelli indicati dalla Strategia europea per l’Occupazione: in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige supera addirittura il 60% (contro il 46% della media nazionale).

In alcune regioni le domande di accesso agli asili nido sono inferiori rispetto alla loro capienza. Ad esempio in Trentino-Alto Adige su 100 domande ne vengono accolte altrettante e rimangono 11 posti disponibili. In altre è invece evidente lo scarto fra disponibilità e richieste: in Campania su 100 domande ne vengono accolte solo 58. Scarto che va considerato comunque parziale, perchè non tiene conto di quella quota di famiglie che direttamente rinuncia a presentare domanda di accesso, in quanto scoraggiata dalla limitatezza dei posti disponibili.

In definitiva, gli asili nido prima e la scuola dell’infanzia a seguire appaiono indispensabili per garantire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le donne che usufruiscono di questi servizi li ritengono una precisa scelta educativa, oltre a rappresentare un fondamentale luogo di socializzazione tra pari, anche in considerazione della forte presenza di figli unici.

La percentuale di lavoratrici che manda il proprio figlio all’asilo nido, esprime elevati livelli di soddisfazione (oltre il 70% è molto soddisfatto), sia riguardo alle opportunità di gioco e stimolazione offerte al bambino sia rispetto all’approccio educativo proposto dalla struttura.

La centralinista

Leoncillo, La centralinista (1949) - Museo delle Ceramiche di Faenza - Foto tratta da Exibart.com

A volte le immagini parlano più delle parole.
Questa volta non racconto una storia di ordinaria discriminazione sul lavoro ai danni di una donna.
Questa volta mi affido alle opere di artisti che, nel dopoguerra, hanno raccontato il lavoro.E’ una piovosa domenica di maggio. Sono a Ravenna a visitare la mostra “L’Italia s’è desta 1945-1953“.

Comincio a girare nelle sale del Mart e mi imbatto in un primo quadro che parla di lavoro. E’ “Miniera” di Giulio Turcato (1949). Poi “Interno di fabbrica” diEmilio Vedova e “La centralinista” di Leoncillo, entrambe opere del 1949.
A quel punto torno indietro e comincio a pensare di costruirmi un itinerario dedicato a questo tema, una sorta di mostra nella mostra. Continuo a girare tra le sale e noto che non c’è solo l’opera di Leoncillo che parla del lavoro delle donne. Ce ne sono altre, che si collocano sempre a cavallo tra gli anni ’40 e ’50: “Le mondine in risaia” di Aldo Borgonzoni, “Cucitrice” di Domenico Cantatore, “Pittrice” di Pompilio Mandelli, “Le lavandaie” di Ennio Morlotti.
E’ l’opera di Leoncillo che mi incuriosisce più delle altre: la donna è un tutt’uno con la sua postazione, la sua vita legata ad un filo, quello del telefono.
 
Nota a margine
Quando si dice il caso. Sono trascorse alcune settimane da quando ho visitato la mostra. Ho scritto il post solo ieri sera, proprio il giorno in cui ho letto che il 17 giugno a Roma c’è un convegno del Nidil-Cgil sulla qualità del lavoro nei call center.