articolo37

Il pane, le rose e molto di più

Una donna in carriera

Avevo giurato a me stessa che non avrei scritto nemmeno una parola sull’affaire bunga bunga, poi stamattina, leggendo il Corriere della Sera, mi sono imbattuta in questa dichiarazione.
Come faccio a non scrivere, come posso ancora tacere su una questione che va ben oltre la politica?
Le parole di questa ragazza non sono altro che un tragico specchio dei tempi.

L’articolo di Ferrarella e Guastella si può leggere qui.
Non commento, se non con l’uso dei grassetti:

«Rischio di restare con la laurea e un calcio nel sedere»

La vita delle ragazze da bunga bunga, del resto, è esposta alla volubilità del premier. «Quando ha voglia ci chiama, quando non ha voglia non ci chiama», sospira una ragazza che da Berlusconi dice di «essere stata raccomandata all’università in Calabria». E che alla Minetti, in una telefonata simile a una seduta di psicoterapia, ruotante attorno alla frustrata richiesta al premier di avere in regalo «uno stabile a Milano da poter vendere», espone i suoi crucci: «Tu bene o male hai il tuo lavoro, guadagni tot… (12 mila euro al mese di stipendio da consigliera regionale lombarda, ndr), non te lo leva nessuno. A me, se non mi mette, che cavolo faccio? Sto in Comune per altri 5 anni a guadagnare 600 euro? E quante cose possono capitare in 2 anni? Lui può sparire… può succedergli qualcosa… sta cambiando il governo… Se mi dice di aspettare, gli dico che ho aspettato 5 anni (…) Ma basta! Ma che, siamo sceme, ma bisogna farglielo capire a ’sto uomo ehh, cioè ma poi per dirti, Fini lo fa con la moglie eh… capito, o con le fidanzate o con le amanti…». Le buste con 2 mila euro a volta o i regali volanti non arginano più la disillusione dei prosaici obiettivi della ragazza: «Basta! Poi sì, per l’amor del cielo, (Berlusconi, ndr) ci sta costruendo una carriera, però bisogna vedere se poi va in porto ’sta carriera! E se non va in porto? Rimango con la laurea e un calcio nel sedere come tanti altri ragazzi…».

Nota a margine
Valla a spiegare la carriera a quella donna su due che non ha lavoro e non lo cerca (così ci dice oggi l’Istat).

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E’ la stampa, bellezza!

La lunga testimonianza di oggi è di una donna, giornalista pubblicista, che, dopo la maternità, è stata costretta a scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Per me la storia di Elle (è l’iniziale del suo nome) è importante perché restituisce anche uno spaccato del lavoro giornalistico in Italia: sottopagato, precario e sfruttato.

Ringrazio Elle per avermi raccontato la sua storia. Non commento il testo, se non con l’uso dei grassetti:

Ciao Mara, ti devo dire la verità. Ho difficoltà a raccontare la mia storia, c’è ancora rabbia, amarezza e delusione per tutto quello che mi è accaduto, ma, soprattutto odio fare la vittima, perché in fondo, io, dal baratro, sono riuscita a risalire.

Sono una giornalista pubblicista, vivo nel profondo sud dove, per entrare nel settore della comunicazione e poter conquistare il famigerato tesserino dell’ordine, devi scendere a compromessi vergognosi. Subito dopo la mia laurea in lettere, conseguita con il sogno di diventare insegnante, ho ceduto alla proposta di lavorare per una emittente privata della mia città. Dopo qualche remora (la tv e l’esposizione in video mi terrorizzavano), ho pensato di cogliere al volo quest’opportunità lavorativa, che, nel 1997, consisteva in 400mila lire, in cambio, un contratto di collaborazione continuativa. Non avevo compreso però che nel tempo e soprattutto per quella cifra, avrei dovuto lavorare per tutta la giornata.

Dopo qualche anno di sofferenza perché non riuscivo ad ottenere il tesserino, arriva il salto di qualità. Un’altra emittente, molto più nota, mi promette un contratto a tempo indeterminato. Emozionatissima, mi lancio in questa avventura. Altra delusione, stipendio da fame e lavoro a nero per almeno altri tre anni, sempre h24, perché, secondo la logica aziendale, una vera giornalista deve essere sempre presente e a disposizione del direttore, a prescindere da tutto e da tutti. Ho accettato la linea editoriale, single e con difficoltà economiche, non potevo permettermi di buttare all’aria quell’opportunità lavorativa. Nel 2004, mi viene offerto, anzi imposto, di trasferirmi in un’altra città poco distante. Ma sì, mi dico, nonostante l’imposizione, difficile da ingoiare, cerco di vederci qualcosa di positivo, e inizio felice del fatto che finalmente l’editore parla di contratto…il mio sogno. Mi sono buttata a capofitto nella realizzazione di questa sede, nell’avventura del satellitare e, a dire la verità, il cambio città inizialmente mi fa stare bene e mi offre nuovi stimoli. La sede, nel frattempo, si amplia, dopo un paio di anni in cui non esistevano festività e dopo che a mala pena durante il giorno riuscivo a fami una doccia e rientrare in ufficio fino alla mezzanotte, arrivano i rinforzi, altri colleghi e la speranza di fare qualche turno più umano da sopportare. Mi sbagliavo, la mole lavorativa resta pesantissima, il palinsesto si arricchisce di programmi ed ovviamente è impossibile abbandonare l’ufficio prima della mezzanotte.

Nel febbraio 2006 arriva la svolta: il contratto di 750 euro lordi, il tesserino di pubblicista ed un fidanzato. Farà sorridere, ma da quel momento la presenza di questa persona sarà determinante per la rottura definitiva con l’azienda. Si scatena una sorta di guerra, fatta di riunioni con rimproveri in quanto, il mio fidanzato (ora marito) viene considerato un elemento di disturbo, colui che ha trasformato il modo d’essere, facendomi diventare maleducata e irrispettosa. Mi viene chiesto di rientrare nella sede della mia città, rifiuto ed arrivo anche a comunicare di licenziarmi. Mi sembrava assurda questa richiesta, arrivata, guarda caso, proprio mentre sto traslocando in una nuova casa col mio compagno.

Dopo qualche mese, presa dai preparativi del matrimonio, scopro di aspettare un bambino. Avevo 37 anni quando è accaduto, scoppiavo dalla gioia perché per un bel po’ di anni ho pensato che per questo mestiere fatto molto speso di vagabondaggi, non avrei mai avuto questa possibilità. Sono stata costretta ad abbandonare il lavoro e ad andare in maternità anticipata, da subito ho iniziato ad avere disturbi seri. Oddio, inizialmente ho lavorato, ma, nonostante i miei problemi fisici, i turni erano lo stesso massacranti. Decido, su suggerimento del mio ginecologo di inviare un certificato che attesta i problemi di questa gravidanza e in cui viene espressa la necessità di farmi svolgere lavoro di ufficio.

La risposta dell’azienda non si fa attendere: dopo qualche giorno arriva una diretta elettorale, il mio compito è quello di realizzare in toto (nei contenuti e nei titoli) i tg della giornata. Inizio il turno alle 6.30 di mattina e finisco dopo la mezzanotte, ininterrottamente, senza pausa. Il giorno dopo, di turno, da sola, comincio a non sentirmi bene, avverto l’azienda, mi rispondono che non ci possono fare niente, il tg deve essere trasmesso. Vado in maternità anticipata.

Ad otto mesi dalla nascita del mio piccolo, scopro di essere nuovamente incinta, lo comunico, la risposta dell’editore è che sta pensando seriamente di non assumere più donne. Del resto, mi sottolinea il direttivo intero, una giornalista deve fare una scelta nella vita, famiglia o lavoro. Una filosofia , questa, che li porterà a rifiutarmi il part time. Cosa faccio? Non ho molte alternative, vivo in una città che non è mia, con i familiari lontani da me, gestisco tutto da sola, forse anche il part time sarebbe stato ridicolo, perché con quella somma non averi coperto le spese dell’asilo o baby sitter per entrambi i figli. E poi, il pensiero di rientrare e lavorare affianco a colleghi con i quali non esistevano più rapporti, mi faceva stare male, anche fisicamente. Decido di dimettermi.

Oggi sono riuscita a dare un taglio netto al passato, a scrollarmi di dosso i sensi di colpa, perché, quando si scatena un meccanismo simile a quello vissuto da me, alla fine ti ammali, ti maceri dentro, inizi a pensare che è tutta colpa tua se si è scatenato questo putiferio, e se nessuno ha avuto comprensione per te, a partire dai colleghi. Sarà pur vero che in qualche maniera avrò contribuito a scatenare tutto questo astio, ma credo, anzi, ne sono convinta, nessuno, neanche il peggior lavoratore dovrebbe essere trattato in questo modo. Ancora oggi racconto controvoglia quest’avventura, anzi, sai cosa penso? Mi sembra che la stessa parola che mi viene in mente, mobbing, sia stata mobbizzata.

Ho dato un taglio netto al passato e nonostante mi renda conto che le difficoltà sono tante, visto che in casa non navighiamo nell’oro, mi sento bene. Ho riconquistato la mia dignità e finalmente, dopo tanto tribolare, faccio quello che più mi piace. Ho messo su un semplice portale, l’ho realizzato completamente da sola e ne vado orgogliosissima. Lo curo come se fosse un terzo figlio. Certo, non è ancora fonte di guadagno, scrivo di notte, quando i bimbi mi danno un po’ di tregua, ma quando ho letto il primo articolo che un quotidiano ha dedicato a questo nuovo servizio ideato da me..che soddisfazione!!!

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A tempo (quasi) scaduto

Questa è la prima testimonianza raccolta da Articolo37.

Qualche giorno fa ho ricevuto la mail di una donna che ha voluto raccontarmi la sua dolorosa esperienza professionale.
E’ una mail scandita, anzi interrotta abbastanza di frequente dai puntini di sospensione. Non certo un vezzo stilistico, ma è come se quella punteggiatura l’abbia aiutata ad esprimere meglio la sua ansia, la sua disperazione.

Libera (nome di fantasia), nata al Sud, si trasferisce in una città del ricco Nord-Est. Qui lavora nel privato, ma dopo sei anni lascia il lavoro a causa di alcune incomprensioni con la ditta.
Torna nella sua regione d’origine ed accede alle selezioni per un contratto a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione.

Scrive Libera:
Scendo giù per la disperazione. (…) Riesco ad ottenere questo straordinario posto presso (…) che dista da casa mia circa 250 km. Risultato: tutte le mattine, pur di lavorare sveglia alle ore  5, viaggio in pullman e via tutti i giorni andata e ritorno. Inizio a lavorare subito tra migliaia di pratiche incomplete, un archivio completamente in disordine. Insomma mi do da fare. Con sgomento, tutte le mattine mi tocca sentire le lamentele del grande capo….il quale ci ha messo circa due mesi per apprezzarmi!! I primi due mesi venivo discriminata perché non ero una di loro. Ho sofferto tanto, mi trattavano come una cameriera…ma era tanta la voglia di ottenere il “sogno di un posto fisso” che accettavo tutto. Poi alla fine li ho conquistati quasi tutti! Certo, come si fa a non apprezzare una donna che arriva sempre, ogni giorno, 15 minuti in anticipo, e va via sempre dopo? Notare che gli straordinari non erano previsti!

Poi l’amara sorpresa:
Il 30 luglio, un giorno prima della scadenza del contratto, ricevo una telefonata. “Il suo contratto non è stato confermato, tanti saluti”.
Che sgomento!!! Mi ero ammazzata di fatica. Avevo aiutato seriamente quell’ufficio. Risultato? Sono disocuppata e sono tornata al Nord da mia madre che deve anche mantenere me. Che tristezza. Non vedo futuro. Di tutti i curricula che ho inviato mi hanno contattato solo per lavori di telemarketing. Senza uno stipendio fisso: se vendi…guadagni. Che sgomento, che tristezza!!! Che devo fare? Sono una donna…senza futuro? Magari potrei vincere al lotto. Addirittura sto ancora aspettando i famosi ammortizzatori sociali, il patto di attivazione di euro 1300. Ma arriveranno mai? Esiste davvero questo tipo di aiuto? Nessuno sa nulla. Io ho spedito tutto nei tempi previsti, ma nessuno sa nulla. Per 1300 euro…disperazione. Spesso vorrei scappare. Per la disperazione mi sento persa.

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E continuavano a chiamarle fannullone

Sul Corriere Salute di domenica 9 gennaio leggo: “Camici bianchi nel pubblico: poche donne e rischio esodo” (i grassetti sono miei):
Le donne medico rappresentano il 38 per cento del totale, quota che sale al 90 tra i part-time e al 57 tra i medici a tempo determinato. Quante di loro sono primario? Solo il 13 per cento. E bisogna fare un’ altra sottolineatura, ma anagrafica. Il Conto annuale ci dice che i medici pubblici fra i 30 e i 39 anni, maschi e femmine, sono poco più di 13 mila. La maggior parte sta nella fascia tra i 50 e i 59 anni. Pronti per il grande esodo, denunciato anche in una ricerca recente del sindacato Anaao. Entro il 2015, ne andranno in pensione 45 mila, senza che le università riescano a garantirne il rimpiazzo prima di un altro decennio.
L’articolo prende in esame alcuni dati della Ragioneria di Stato. Così mi sono incuriosita e sono andata a spulciare il Conto Annuale, che raccoglie i dati sulla consistenza e i costi del personale della Pubblica Amministrazione. Leggendolo ho scoperto che (i grassetti sono sempre miei):
La presenza femminile è aumentata in tutti i comparti nell’arco del triennio, oltrepassando il 55% del totale. Gli unici comparti in cui si registra un leggero arretramento sono la Presidenza del Consiglio, l’AFAM e i Vigili del Fuoco.
L’incremento in termini percentuali è dovuto sia al maggior numero di assunzioni sia al minor numero di cessazioni rispetto agli uomini.
Nell’anno 2009, nel complesso del pubblico impiego, la componente femminile ha rappresentato ben il 63% delle nuove assunzioni e solo la metà delle cessazioni.
Le donne continuano a crescere (almeno in termini percentuali) nei settori dove sono già largamente preminenti (Scuola e Servizio Sanitario Nazionale), consolidando anche la maggioranza raggiunta lo scorso anno nella carriera Prefettizia (52%).
Ulteriori rapidi passi verso la parità sono stati compiuti anche in altri comparti dove la presenza femminile è tradizionalmente minoritaria quali la Magistratura, gli Enti di ricerca e l’Università.
Pur essendo ancora molto circoscritta, nella carriera Diplomatica si è avuto un apprezzabile incremento della presenza femminile, che risulta in crescita anche nei settori di più recente apertura quali i Corpi di Polizia e le Forze Armate.

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Aggiungi un posto al nido

In questi giorni sto leggendo “La cultura degli italiani” (Editori Laterza, 2010), una conversazione di Tullio De Mauro con il giornalista Francesco Ebani sullo stato di salute della nostra cultura.

Una lettura piacevolissima, dove ricorre molto spesso, come ovvio che sia visto che a parlare è un ex Ministro della Pubblica Istruzione, il tema della scuola e dell’apprendimento. Nelle prime pagine De Mauro parla di come nell’Italia degli anni ’60 ci si rese conto dell’importanza della scuola dell’infanzia (i grassetti sono miei):

Si capì che la mancanza di scuole pre-elementari era uno scoglio fondamentale per un paese che volesse navigare nel mondo moderno, staccandosi dagli ancoraggi del mondo contadino.

Più avanti sostiene:

La domanda sociale è forte, legata sia a fattori estranei alla scuola, come il lavoro di entrambi i genitori, sia all’utilità per i bambini di socializzare.

Poi il caso vuole che sul Sole 24 Ore di lunedì 3 gennaio esca l’articolo di Cristiano GoriAll’asilo si gioca con un futuro incerto“, che invito a leggere. Nella seconda parte del pezzo si legge (i grassetti sono sempre miei):

In Italia, la discussione pubblica sui nidi viene abitualmente affrontata nel dibattito su famiglia e ruolo della donna. Un dibattito peculiare – ad esempio, i benefici dell’asilo per il suo vero utente, il bambino, non sono mai considerati – e dai tratti ricorrenti.
I toni sono sovente concitati e i ragionamenti astratti, si discute il generico modello di società che si desidera e si trascurano gli interventi effettivamente realizzati; dunque, aspri confronti in merito all’utilità dei nidi per la società italiana e scarso interesse a capire, per esempio, se l’attuazione del piano nidi sia effettivamente servita alle famiglie in carne ed ossa.

E poi ancora:

I servizi alla prima infanzia richiedono al bilancio pubblico uno sforzo marginale e producono effetti positivi su aspetti decisivi per il futuro dell’Italia: la capacità di apprendimento delle nuove generazioni, l’occupazione femminile, le opportunità per chi proviene da contesti svantaggiati. Negli altri paesi europei il loro rafforzamento costituisce un obiettivo condiviso dai diversi schieramenti politici, di cui il governo centrale si è assunto la responsabilità. Da noi, se nulla cambierà, l’obiettivo dei prossimi anni sarà evitare di indietreggiare rispetto a oggi.
Esiste anche un’altra possibilità. Il 2011 potrebbe vedere la battaglia ideologica sulla famiglia prendersi un meritato riposo e gli sforzi convergere verso il concreto rafforzamento di un’utile infrastruttura sociale, cioè i nidi.

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Salvate il soldato V

Oggi Repubblica on line (è il solo quotidiano a farlo) riporta questa notizia:

Denuncia di una giovane caporale: “Esclusa da concorso perché incinta”.

V.F, una giovane caporal maggiore dell’Esercito, ha denunciato di essere stata esclusa dal concorso per l’assunzione a tempo indeterminato perché incinta. Ora il provvedimento è stato impugnato davanti al Tar del Lazio.

Una storia di ordinaria maternità all’italiana.

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Un anno in dieci articoli

Nell’anno che si è da poco concluso i giornali si sono occupati del tema donne e lavoro quasi esclusivamente per raccontare storie di mobbing, parlare di tassi di disoccupazione, precariato e trattamenti economici discriminanti.

In questi mesi ho raccolto numerosi articoli sul tema per una mia ricerca e in questo post voglio segnalare, a partire da quello che ho scritto in un altro mio blog, i dieci articoli per me più significativi sperando che il 2011 ci riservi qualche buona notizia:

Caso Boleso-Red Bull

Rapporto della Banca d’Italia

Rapporto del Ministero del Tesoro sul welfare

I dati Ocse sull’occupazione femminile

Chiara Saraceno e le donne a caccia del lavoro

Quote rosa e Pubblica Amministrazione

Il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum

La lettera di Costanza Fanelli a Emma Marcegaglia

Le mamme part time di Stefania Bauce’

Onorevoli mamme

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Articolo37

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Costituzione Italiana, articolo 37

Così recita la nostra Carta costituzionale, ma nei fatti le donne sono discriminate sul lavoro. Per il salario, per le possibilità di carriera e spesso sono anche vittime di mobbing (soprattutto se mamme).

Perché questo blog? Per raccogliere testimonianze, per raccontare storie, per non abbassare la guardia.

Articolo37 non è certo una voce nuova sul tema. Ho pensato a lungo prima di pubblicarlo.

L’idea del titolo nasce da una conversazione via mail della scorsa estate con altre donne attente a questo argomento. Poi ho iniziato a scrivere qualche racconto (che spero di pubblicare qui), ma a un certo punto mi sono fermata e ho pensato al blog, quale strumento di comunicazione e informazione più veloce e diretto.

Da sole non si vincono le battaglie. Se facciamo rete usando la Rete, possiamo condividere esperienze, pensieri e progetti.

Mara Cinquepalmi

maracinque@gmail.com

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La fabbrica delle donne

Qualche giorno fa il Corriere della Sera ha pubblicato questo articolo di Isabella Bossi Fedrigotti.

Si parla di Cina, fabbrica e donne.

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