Fare storia del lavoro

Bologna ospita dal 12 al 14 dicembre il primo convegno della Società Italiana di Storia del Lavoro, evento promosso in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e il Dipartimento Storia Culture Civiltà, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Spi-Cgil.

Qui il programma. Segnalo, in particolare, per il punto di vista caro a questo blog Storicizzare la precarietà del lavoro: una prospettiva di genere di Eloisa Betti (Università di Bologna, ma su questo blog l’avevamo conosciuta per questo progetto).

 

 

Ma chi me lo fa fare

Si chiamano Antonella, Sabrina, Anna, Katia, Amalia. Sono state aggredite, minacciate, insultate. Sono giornaliste e sono tra i 195 casi di minaccia che nel 2012 hanno coinvolto 324 giornalisti come rilevato da «Ma chi me lo fa fare?» Storie di giornalisti minacciati.

Il progetto, curato dai colleghi Isacco Chiaf, Andrea Fama, Jacopo Ottaviani, patrocinato dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e con il sostegno di Fondazione Ahref, ha elaborato i dati dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione attraverso le tecniche e i linguaggi dei nuovi media digitali.

In particolare, sono disponibili una mappa interattiva che geolocalizza i casi di minaccia ed una timeline di Facebook per condividere diversi formati multimediali attraverso i quali ricostruire le vicende prese in esame.

Tutti i dati alla base del progetto sono rilasciati in formato aperto. Questo mi ha permesso di fare una ulteriore elaborazione da un punto di vista di genere: quante sono le giornaliste minacciate?

Dal foglio csv che raccoglie i casi di minaccia sono 39 le donne coinvolte. Da questa selezione ho escluso i casi in cui sono intere redazioni o troupe ad essere minacciate, quindi al momento non sono riuscita a disaggregare il dato di genere. Penso, però, che questo possa essere un primo spunto di riflessione.

BESame mucho

Un titolo un po’ sopra le righe per un post che affronta un tema di cui, invece, si parla spesso fra le righe.

Qualche giorno fa il Cnel e l’Istat hanno presentato Bes 2013, il primo rapporto sul Benessere equo e solidale. Dei 12 capitoli che compongono il rapporto propongo qui di seguito alcuni estratti da quello su Lavoro e conciliazione dei tempi di vita.

Il post è un po’ lungo, ma penso valga la pena leggerlo. Come al solito, non commento se non con l’uso dei grassetti:

Gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane del Paese, soprattutto nel campo del lavoro femminile e dei giovani. Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica.

Anche le diseguaglianze nell’accesso al lavoro (territoriali, generazionali e di cittadinanza) si sono ulteriormente accentuate con la crisi. Fa eccezione il divario occupazionale tra uomini e donne, perché la crisi ha colpito maggiormente le occupazioni maschili nell’edilizia e nel manifatturiero: ciò nonostante, il divario di genere resta tra i più elevati d’Europa.

E’ interessante, peraltro, notare come diversi sono gli elementi che determinano la soddisfazione per uomini e donne: per i primi il guadagno è l’aspetto che raccoglie più giudizi positivi, mentre le seconde sono più soddisfatte degli aspetti relazionali, dell’orario e della distanza casa-lavoro. Infatti, per le donne la qualità dell’occupazione non può ignorare le difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare sia in riduzione seppur lenta, la percentuale di donne con un sovraccarico di ore dedicate al lavoro (retribuito o meno) non diminuisce, così come non aumenta il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli. Le condizioni peggiori delle donne meridionali fanno supporre che ad alimentare l’insoddisfazione sia anche la carenza di servizi.

La partecipazione al lavoro e la misura della disoccupazione
Nel 2011, su 100 persone da 20 a 64 anni residenti in Italia, solo 61 risultano occupate, 2 in meno di quanto registrato nel 2008, dopo una cresita durata oltre un decennio. La differenza tra il tasso di occupazione dell’Italia e quello dell’Unione europea, che non si era ridotta neppure negli anni della congiuntura favorevole, si è ampliata con la crisi sino a raggiungere 7,4 punti percentuali. Questa radicata arretratezza si deve soprattutto alla scarsa occupazione delle donne italiane, il cui tasso di occupazione non raggiunge il 50%, cioè 12 punti percentuali sotto la media Ue27, e al Mezzogiorno, ove il tasso di occupazione non raggiunge il 48%, ben 21 punti meno della media europea.

Il mercato del lavoro per sesso, età e territorio
La caduta del tasso di occupazione maschile (che nel 2004 era pari alla media europea e dal 2008 è inferiore a essa di oltre 2 punti) ha fatto sì che il tradizionale svantaggio delle donne si sia attenuato, attestandosi sui 23 punti percentuali, un valore comunque molto alto.

Se il gender gap si è ridotto, sia pure in una fase di decisa contrazione dell’occupazione e di forte aumento della mancata partecipazione al lavoro, altre due ben radicate disuguaglianze nell’accesso al lavoro, quella territoriale e quella generazionale, si sono ulteriormente acuite negli anni recenti. La differenza tra il tasso di occupazione del Mezzogiorno e quello del Nord è andata aumentando da 18 punti percentuali nel 2004 a quasi 22 punti nel 2011, con un’accentuazione negli anni di crisi, sicché nel 2011 su 100 persone da 20 a 64 anni residenti nel Mezzogiorno neppure 48 lavorano (in Campania il tasso di occupazione totale raggiunge appena il 43%). Se consideriamo soltanto il tasso di occupazione femminile, il divario diventa abissale: poco più del 33% nel Mezzogiorno contro oltre il 60% nel Nord.

Rispetto al genere le diseguaglianze territoriali, decisamente elevate, non aumentano: nel 2011 si va da un tasso inferiore all’8% per gli uomini nel Nord a quasi il 42% per le donne nel Mezzogiorno.

La condizione occupazionale dei cittadini stranieri
La crisi economica ha acuito le diseguaglianze anche sotto un altro profilo, peggiorando la condizione occupazionale degli stranieri in misura maggiore di quella degli italiani. A causa della minore presenza di giovanissimi e di anziani, il tasso di occupazione degli stranieri residenti in Italia è sempre stato molto superiore a quello degli italiani: dal 2005 al 2008 lo scarto si è aggirato sui 9 punti percentuali. Nel 2011 la differenza si è ridotta a meno di 6 punti, ma soltanto per la forte caduta del tasso di occupazione dei maschi stranieri (da 87% a 81%), mentre quello delle donne straniere è aumentato di un punto (da 52% a 53%). Ciò si spiega con il fatto che la crisi ha colpito in modo molto acuto due settori, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ad alta intensità di lavoratori stranieri maschi, mentre non ha intaccato la domanda di lavoro domestico e di cura, ove sono concentrate le lavoratrici straniere.

(…) il tasso di mancata partecipazione delle donne straniere era superiore a quello delle donne italiane anche prima del 2009, non tanto per la carenza di domanda di lavoro domestico e di cura, quanto per la presenza di una rilevante fascia di donne straniere che sono disoccupate o, pur disponibili, non cercano attivamente un impiego per la difficoltà di conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari, a causa della mancanza di sostegni familiari per la cura dei propri figli.

La qualità del lavoro per sesso, età, territorio e nazionalità
Innanzitutto, le donne sperimentano una più elevata instabilità dell’occupazione, con una maggiore incidenza del lavoro a termine (nel 2011 era in tale condizione quasi il 21% delle donne contro meno del 18% dei maschi) e una minore probabilità di stabilizzazione del rapporto di lavoro nel corso di un anno (nel 2011 poco più del 18% contro oltre il 23% dei maschi).

Le donne sono più svantaggiate per quanto riguarda i bassi salari e la probabilità di svolgere un lavoro che, di regola, richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto: infatti, la percentuale di lavoratrici dipendenti che percepiscono una paga inferiore di due terzi rispetto al valore mediano è superiore di quasi 4 punti percentuali a quella dei lavoratori maschi e quella di laureate e diplomate sovra-istruite rispetto alla qualificazione del lavoro svolto è superiore di circa 2 punti a quella dei laureati e diplomati maschi. Nonostante la crisi, però, entrambe le diseguaglianze restano praticamente stabili negli ultimi anni.

La conciliazione con le attività di cura familiare
La qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare. (…) le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli.
Il livello di istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari: infatti, il gap rispetto alle donne senza figli si riduce progressivamente al crescere del titolo di studio.

(…) la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare svolto dalla coppia in cui entrambi siano occupati diminuisce dall’80% nel 1988-1989 a meno del 74% nel 2002-2003 e del 72% nel 2008-2009. Nelle coppie con figli l’indice di asimmetria è più elevato, ma si riduce in maggior misura nel corso degli anni.

Infine, una diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza di adeguati servizi possono provocare un sovraccarico di impegni lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e relazionali.

Nel Mezzogiorno la percentuale di donne “sovraccariche” è più elevata, tranne che per quelle senza carichi familiari (…).

La soddisfazione sul lavoro per età, sesso, territorio e nazionalità
Se la soddisfazione media di uomini e donne è simile, differenze di genere si riscontrano sulle singole dimensioni: gli uomini presentano una prevalenza di giudizi positivi per il guadagno, mentre le donne mostrano una maggiore soddisfazione per gli aspetti relazionali e per la possibilità di conciliare il lavoro con i tempi di vita (l’orario e la distanza casa-lavoro). Ciò potrebbe dipendere da differenti criteri di selezione iniziali nella scelta del lavoro, con una maggiore attenzione all’aspetto economico da parte della componente maschile e una verso l’avere tempo a disposizione per fronteggiare i maggiori carichi familiari da parte di quella femminile.

Sebben che siamo donne

Foto gentilmente concessa dall'UDI Bologna

Foto gentilmente concessa dall’UDI Bologna

L’UDI Bologna promuove un progetto sulla storia del lavoro femminile del territorio.

“Riordinando l’archivio fotografico dell’Udi Bologna, istituito dall’associazione nel 1982 ed una delle fonti documentali più importanti per la storia delle donne a Bologna nel secondo dopoguerra  - racconta Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna ed una delle donne del gruppo di lavoro del progetto – abbiamo ritrovato numerose immagini di donne al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo avuto la sensazione di una perdita della memoria del lavoro femminile. Nella provincia di Bologna il ruolo delle donne nel lavoro è stato particolarmente significativo fin dall’immediato dopoguerra, il tasso di occupazione femminile nell’industria è stato a lungo il più alto d’Italia e le donne lavoravano in numerosi settori produttivi dall’agricoltura, all’industria al terziario. Tuttavia, la memoria di questa grande partecipazione e del contributo delle donne allo sviluppo economico del territorio è scarsamente presente nella memoria collettiva della cittadinanza e non è stata sufficientemente valorizzata dalla storiografia ufficiale. Nasce così l’idea di lanciare questa campagna di raccolta di foto a Bologna, ma soprattutto nei comuni della provincia. Per questo serve coinvolgere le donne del territorio: chiediamo foto di chi ha lavorato tra il 1945 e il 1982 perché diventino oggetto di studio dei lavori delle donne. Alla raccolta delle foto si affiancheranno delle video interviste ed un laboratorio di scrittura con Alba Piolanti perché le donne siano invogliate a raccontarsi”.

L’UDI Bologna è da tempo impegnata sul tema del lavoro femminile: nel 2011 il convegno svoltosi a Bologna in occasione del XV Congresso Nazionale UDI dal titolo “Libere di lavorare”, nel 2012 la mostra fotografica itinerante “Udi e il lavoro delle donne dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta” e nel 2013 la pubblicazione del volume collettaneo, curato da Fiorenza Tarozzi ed Eloisa Betti, “Le italiane a Bologna” che valorizza il ruolo delle donne bolognesi in 150 anni di storia unitaria. L’UDI di Bologna è, inoltre, co-promotrice del progetto di ricerca “Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni Cinquanta”.

Il gruppo di lavoro che si occuperà del progetto, e che ha reso possibile le iniziative del 2011 e 2012, è costituito dall’assegnista di ricerca dell’Università di Bologna Eloisa Betti e dall’archivista documentalista Elisa Giovannetti, co-responsabili dell’archivio UDI, Alba Piolanti, già insegnante e scrittrice esperta di memorie femminili, e Katia Graziosi, Presidente dell’UDI di Bologna.

Chi è interessata può contattare l’UDI al numero 051-236849 oppure inviare una mail a archivioudibo@gmail.com.

Coesione sociale, cosa dice il terzo rapporto su lavoro e maternità

Decido di scrivere questo post dopo l’8 marzo perché non dobbiamo avere parole sulla questione femminile solo nel giorno di festa (!). 

Le parole di oggi riguardano il terzo Rapporto sulla Coesione sociale, uscito lo scorso dicembre e curato da Inps, Istat e Ministero del lavoro e delle politiche sociali. In particolare, riprendo quello che il Rapporto dice a proposito di mercato del lavoro e conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia. All’indirizzo http://dati.coesione-sociale.it è disponibile il data warehouse contenente più di 700 indicatori – disaggregati per lo più a livello regionale – su demografia, lavoro, capitale umano, povertà, salute, politiche di protezione e assicurazione sociale, politiche attive sul mercato del lavoro.

I grassetti come al solito sono miei:

Mercato del lavoro

Nel secondo trimestre 2012 gli occupati sono 23 milioni 46mila, in calo dello 0,2% in confronto allo stesso trimestre del 2011 (-48 mila unità). La diminuzione riguarda esclusivamente la componente maschile. Il tasso di occupazione (15-64 anni), dopo la flessione del precedente trimestre, segnala un moderato calo tendenziale (-0,1 punti percentuali), attestandosi al 57,1%.

Sempre nel secondo trimestre 2012, il numero dei disoccupati è pari a 2 milioni 705 mila unità, con un aumento tendenziale su base annua del 38,9% (+758 mila unità). Il tasso di disoccupazione è al 10,5% (+2,7 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011), quello giovanile (15-24 anni) si attesta invece al 33,9%, raggiungendo il 48% se riferito alle giovani donne del Mezzogiorno. Diminuisce la popolazione che non cerca lavoro né è disponibile a lavorare. Il tasso di inattività si porta al 36,1%, in calo di 1,8 punti percentuali rispetto a un anno prima.

Nel 2010, gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni 303mila, il 13,4% dei lavoratori dipendenti. Si tratta in gran parte di giovani e donne. Gli occupati part-time sono invece 3 milioni 551mila, il 15,5% dell’occupazione complessiva. In quest’ultimo caso prevale nettamente la componente femminile.

Sempre nel 2011, la retribuzione mensile netta è di 1.300 euro per i lavoratori italiani e di 986 euro per gli stranieri. In media gli uomini italiani percepiscono una retribuzione più elevata (1.425 euro) rispetto alle italiane (1.143 euro); il divario retributivo di genere è più accentuato per la popolazione straniera, con gli uomini che percepiscono in media 1.134 euro e le donne soltanto 804 euro.

Nel 2010 rispetto all’anno precedente si rileva una leggera flessione del differenziale salariale donna/uomo dal 5,5% al 5,3%.

Conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia

Maternità

Nel 2011, i lavoratori dipendenti beneficiari di maternità obbligatoria sono circa 380mila. Fra le neo-mamme, il 91% ha un contratto a tempo indeterminato (e vive al Nord nel 57% dei casi), il 9% a tempo determinato (di cui il 50% concentrato nel Sud e Isole).

Nel 2011 ammontano a circa 296mila i lavoratori dipendenti che hanno usufruito di congedi parentali (astensione facoltativa). Di questi, il 93,6% ha un contratto a tempo indeterminato (nel Nord si concentra il 65% dei congedi parentali con contratti a tempo indeterminato). Fra i lavoratori che hanno goduto dei congedi parentali pur non avendo il posto fisso (6,4%), quasi i tre quarti (74%) sono concentrati al Sud e nelle Isole.

I congedi parentali sono ancora poco utilizzati dai padri, ne ha usufruito appena l’11% dei lavoratori dipendenti.

Permessi L. 104/1992 e prolungamento dei congedi parentali e congedi straordinari

Nel 2011 sono complessivamente 328 mila i beneficiari di prestazioni per lavoratori con handicap o per l’assistenza di persone con handicap nel settore privato, di cui il 51% maschi e il restante 49% femmine. Il 78% dei beneficiari usufruisce di permessi per familiari, il 12% di permessi personali e il restante 10% del prolungamento del congedo parentale o del congedo straordinario.

Asili nido

Nell’anno scolastico 2010/2011 risultano iscritti agli asili nido comunali 157.743 bambini di età tra zero e due anni, mentre altri 43.897 usufruiscono di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai Comuni, per un totale di 201.640 utenti.

Nel 2010 la spesa impegnata per gli asili nido da parte dei Comuni o, in alcuni casi, di altri enti territoriali delegati dai Comuni stessi, è di circa 1 miliardo e 227 milioni di euro, al netto delle quote pagate dalle famiglie.

Fra il 2004 e il 2010 la spesa corrente per asili nido, al netto della compartecipazione pagata dagli utenti, ha mostrato un incremento complessivo del 44,3%, che scende al 26,9% se calcolato a prezzi costanti. Nello stesso periodo è aumentato del 38% (oltre 55 mila unità) il numero di bambini iscritti agli asili nido comunali o sovvenzionati dai Comuni.

La percentuale di Comuni che offre il servizio di asilo nido, sotto forma di strutture comunali o di trasferimenti alle famiglie che usufruiscono di strutture private, ha registrato un progressivo incremento, dal 32,8% del 2003/2004 al 47,4% nel 2010/2011. I bambini tra zero e due anni che vivono in un Comune che offre il servizio sono passati dal 67 al 76,8% (indice di copertura territoriale). Entrambi gli indicatori, tuttavia, mostrano una lieve riduzione nell’ultimo anno.

Nonostante il graduale ampliamento dell’offerta pubblica, la quota di domanda soddisfatta è ancora limitata rispetto al potenziale bacino di utenza: gli utenti degli asili nido sono passati dal 9,0% dei residenti tra zero e due anni dell’anno scolastico 2003/2004 all’11,8% del 2010/2011.

Rimangono molto ampie le differenze territoriali: la percentuale di bambini che usufruisce di asili nido comunali o finanziati dai Comuni varia dal 3,3% al Sud (era il 3,4% l’anno precedente) al 16,8% al Nord-est (era il 16,4%); la percentuale di Comuni che garantiscono la presenza del servizio varia dal 20,8% al Sud (era il 21,2) al 78,2% al Nord-est (era il 77,3%).

Strada facendo

 

foto-4Giovedì 29 novembre hanno scioperato di nuovo.
Sono le lavoratrici de La Perla, storico marchio bolognese dell’intimo che a ottobre ha dichiarato 309 esuberi.
La trattativa è in stallo. Al momento l’ipotesi è che gli esuberi scendano a 290.

Lunedì 29 ottobre ho sfilato con loro per le vie di Bologna in occasione di una manifestazione (qui l’articolo del Resto del Carlino e qui quello di Repubblica Bologna) che ha preceduto una assemblea pubblica aperta alle istituzioni.

Lungo la strada, da piazza XX Settembre al Teatro Galliera, dove si è tenuto l’incontro, ho parlato con alcune di loro.
Qui di seguito non troverete nomi, ma il racconto di chi sta lottando per la propria dignità di donna e lavoratrice.
Le iniziali dei nomi sono di fantasia, i grassetti invece sono miei.
Mi dice A: Sono stata macchinista per 27 anni. Ora sono in pensione. Conosciamo il prodotto nei dettagli, ma dopo cinque anni di precarietà c’è grande sconforto. Il saper fare in questa azienda vale e le lavoratrici non accettano di essere messe da parte. Hanno competenze che fanno grande questo marchio. E’ un’azienda fatta al 95% di donne. E’ un’azienda di donne per le donne, ma diretta dagli uomini.
Mi dice B: Ho 33 anni e lavoro in fabbrica da 10 anni. Con la proprietà italiana era tutto ok, ma gli americani vogliono solo fare affari. In fabbrica si sta bene. L’ho scelto io questo lavoro perché mi piace. Io non sono di Bologna. Quando sono arrivata, dopo due settimane già lavoravo. Sono tanti 309 esuberi. Può essere chiunque di noi.
Mi dice C: Tutte viviamo male la situazione. Prima c’era speranza anche facendo sacrifici. Non ci sono proposte nel piano industriale, ma solo tagli come quelli del Governo. Ho 37 anni e lavoro dal 2004. I rapporti tra colleghi sono buoni, ora però è una guerra tra poveri. Nella protesta si uniscono anche i reparti non operai. Se ci spacchiamo, rischiamo di fare la fine dell’Omsa.
Mi dice D: Ho 49 anni e lavoro da 21 anni. Sono impiegata. E’ stato il mio primo lavoro. La Perla è un posto dove si sta bene. Purtroppo non c’è chiarezza di obiettivi da parte dell’azienda. Siamo solo dei numeri per loro.
Mi dice E: Ho 49 anni e da 20 lavoro come impiegata. E’ un ambiente positivo. Rischiamo di perdere il lavoro senza possibilità di ricollocamento.

Intanto siamo arrivate al teatro.
La sala si riempie in poco tempo. Giacomo Stagni della Filtea Cgil, prima degli interventi istituzionali, ripercorre la storia dell’azienda e mette sul piatto i numeri della crisi:
Negli anni ’90 c’erano 1600 lavoratori. Nel 2007 GH Partners, un fondo di San Francisco, ha acquisito l’azienda. I lavoratori erano 1170 su 4 stabilimenti. Oggi sono 600 tra quelli al lavoro e quelli in cassa integrazione.
Non è il primo processo di ristrutturazione e prendiamo atto del fallimento degli altri processi. Sono previsti 309 licenziamenti che la città non si può permettere. Due anni fa il tasso di disoccupazione a Bologna era del 2-3%, oggi del 5-6%.
Con i numeri presentati l’azienda non lavora.

Poi parla Lorena, una dipendente:
Si vive malissimo, stiamo dando tutto. Ci sentiamo abbandonate. Facciamo questa lotta il più unite possibile perché non vogliamo la distruzione. Ci crediamo perché ci emoziona vedere i nostri capi indossati nei film.
Non sappiamo più che armi usare. Continuiamo a lavorare in questa situazione. Non abbandonateci.

Nota a margine
Sul ponte di via Galliera passano due signore. Si fermano. Una dice all’altra: Però per questo gruppino qua chiudere la strada.

A Milano le donne hanno un Piano

C come coworking, cobaby e community. A Milano, fra qualche settimane, nasce Piano C, uno spazio di lavoro nuovo, fra i primi in Italia.

Piano C d’Orsenigo, spazio pilota del progetto piano C, è il luogo per lavorare, formarsi, incontrare, risolvere, mettere in comune. Possono iscriversi le donne e gli uomini (solo con bambini al seguito).

Piano C è anche un’associazione nonprofit con l’obiettivo di partecipare alla creazione di una nuova organizzazione del lavoro, più a misura di vita.

Articolo37 ha chiesto a Riccarda Zezza, una delle co-fondatrici di Piano C, di raccontare questa esperienza. Proprio nei giorni in cui ho contattato Riccarda (grazie a Stefania Boleso), il Consiglio Comunale di Bologna ha approvato un ordine del giorno sul co-working in spazi pubblici come sostegno al lavoro e come mezzo anticrisi. Una buona notizia che speriamo possa trovare presto un seguito.

Come è nata l’idea di Piano C?

Conoscevo il coworking e conoscevo le sfide di una donna (magari anche mamma) che lavora, sia in termini di trasformare la propria diversità in valore attorno a un tavolo da riunione che in termini di equilibrio di tempi. Ma non avevo mai messo insieme le due cose. La lampadina si è accesa sentendo una conoscente parlare di “coworking con baby parking” (ne esistono già alcuni nel mondo).

Adesso il baby parking, che noi chiamiamo cobaby, è solo uno degli ingredienti che vorremmo provocassero un cambiamento radicale nella qualità della vita delle donne che lavorano (e più in là, ma non tanto, anche degli uomini) e di conseguenza nell’intera economia. Cambiare le regole serve infatti a recuperare talenti sprecati, innovazione inutilizzata, risorse inespresse.

Mi piace molto che nel progetto siano coivolti anche gli uomini, che possono anche iscriversi se hanno bimbi al seguito. Chi sono gli “inventori” e, in particolare, i coworker, i partner, l’associazione e il team di piano C?

Oggi ho capito, lo dicevo a una delle socie, che “ci serve una barca più grande”.
Perché il progetto, nella sua semplicità, ha spalancato un universo di bisogni.

Le (future) coworker che ci scrivono chiedendoci informazioni sono libere professioniste, imprenditrici, medici, dipendenti in congedo di maternità, mediatrici professionali, esperte di comunicazione, associazioni, formatrici… Le socie fondatrici dell’associazione piano C (anima nonprofit del progetto) sono professioniste d’azienda, sociologhe, giornaliste, avvocati…

E il team siamo per ora io, amministratrice delegata, Raffaele, preziosissimo community manager, e Silvia, cobaby manager. Una start up non può permettersi molto di più. Per fortuna ci sono i partner: organizzazioni, professionisti e associazioni con idee simili alla nostra, che ci aiuteranno a rispondere ai bisogni della community e a fare di questo progetto un’esperienza di qualità.

Ci sono altre esperienze simili in Italia?

No, non con questo accento forte sui servizi e sulla community, anche se so che alcuni coworking stanno arricchendo la parte servizi, a volte anche con baby parking e spesa a domicilio.

Pensate di esportare in altre città questa esperienza?

Sì, perché altrimenti non provochiamo nessun cambiamento reale. Un solo spazio può servire da laboratorio dove sperimentare. Una volta trovata la formula (il “formato”), dobbiamo moltiplicarla all’infinito: noi insieme ad altre/i che la pensano allo stesso modo.

Quante adesioni avete già raccolto?

Quasi 40 e abbiamo lanciato il sito solo da una settimana. Ogni potenziale coworker va poi incontrato di persona per capire insieme se le aspettative sono in linea: il coworking è un modo di lavorare diverso e va spiegato, così come ogni coworker va conosciuto e capito. Di questo passo chiuderemo le iscrizioni prima di aprire lo spazio (a novembre)…

Cosa vi aspettate da piano C?

Una scintilla. La dimostrazione che lavorare diversamente si può, e che esiste la Felicità Produttiva. E poi il contagio.

Omsa, che storie!

Un libro ed un documentario. Il passato ed il presente di una fabbrica, la Omsa di Faenza, vivono nelle pagine e nelle immagini di questi due prodotti editoriali che, nati con esigenze diverse, stanno viaggiando insieme per raccontare la storia delle operaie di ieri e di oggi.

Omsa, che donne, curato dal Coordinamento donne SPI del comprensorio faentino e della Lega SPI CGIL di Faenza con il coordinamento di Anna Maria Pedretti  della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, è il libro che raccoglie le testimonianze delle donne che lavorarono all’Omsa tra gli anni ’50 e ’60.

Licenziata è il documentario di Lisa Tormena, Matteo Lolletti e Michelangelo Pasini, girato nel 2011, che narra la vicenda dell’Omsa attraverso il teatro di strada, scelto da un gruppo di operaie in cassa integrazione per raccontare la propria storia di rabbia e delusione.

Lunedì 27 agosto ho presentato il libro ed il dvd nella libreria della Festa provinciale dell’Unità di Bologna. A fine serata Selene Cilluffo di Radio Città Fujiko ha intervistato me, i registi Lisa Tormena e Matteo Lolletti e la curatrice del libro Anna Maria Pedretti. Qui potete ascoltare la chiacchierata dove parliamo della vicenda Omsa, della memoria, del lavoro delle donne e anche di questo blog!

Il tempo di Claudia

Il tempo, sul web, si misura in maniera molto diversa rispetto alla “vita reale”.

L’ha scritto qualche mese fa Claudia Vago, aka Tigella, sul suo blog.

Ho riletto più volte quel post perché il lavoro di Claudia mi ha sempre incuriosito. Così l’ho contattata e le ho proposto questa chiacchierata 2.0. Ho pensato che articolo37, il mio spazio dedicato a storie di donne e lavoro, potesse essere quello giusto per leggere la testimonianza di una donna che si definisce “cantastorie, per mestiere e per passione, incuriosita dalle tecnologie”.

Grazie a Claudia per aver accettato e buona lettura!

In articolo37 parlo di donne e lavoro. Mi parli dei tuoi lavori, di come quello principale convive con la tua social media curation?

Il mio lavoro principale ha a che fare con la Rete e i social network. In realtà non è molto diverso da quello che faccio quando racconto fatti del mondo attraverso lo sguardo degli utenti dei social media. Certo, questo significa passare moltissime ore davanti al computer o con smartphone o tablet in mano, finendo per lavorare un po’ ovunque, a qualsiasi ora e riuscendo difficilmente a staccare il tempo del lavoro da quello di vita.

Come donna e come professionista del web hai mai avuto difficoltà a conciliare il tempo del lavoro con quello della famiglia?

Come dicevo, è difficile. Specialmente lavorando come freelance e quindi, sostanzialmente, da casa è difficile separare i tempi, perché gli spazi sono gli stessi. Occorre molta autodisciplina per imporsi di staccare, di separare il lavoro dal resto delle attività, di lavorare solo in alcuni posti della casa… Ed ecco, sull’autodisciplina devo ancora lavorare molto!

In un tuo recente post hai scritto che hai bisogno di tempo dopo l’esperienza di #occupychicago, come se chiedessi alla rete e agli utenti che ti seguono di riprenderti un tempo che è tuo, più “off line”. Perché?

Nell’ultimo anno e mezzo ho lavorato incessantemente. Spesso ho fatto cose che non sarebbero definibili “lavoro”, dato che non mi hanno portato un reddito. Ciononostante le ho affrontate con la stessa passione, dedizione e senso di responsabilità con cui avrei affrontato un incarico di lavoro. L’esperienza a New York e Chicago, sulle tracce di Occupy Wall Street, è stata intensa e totale, al mio ritorno ho sentito il bisogno di staccare un po’ la spina del tempo reale imposto dalla Rete per lavorare sulle cose con un po’ più di tranquillità e respiro, rielaborare tutto quanto ho vissuto là in una forma più ampia di uno o più post. Ed è quello che sto cercando di fare, anche se in realtà la pausa che immaginavo è diversa da quello che sto facendo.

C’è qualcosa del tuo lavoro che porti nel web?

In realtà il mio lavoro è il web, è tutto lì. Però ci sono molte cose di me che cerco di portare nel mio lavoro online, come in qualsiasi altro contesto: la trasparenza, il senso di responsabilità, il perfezionismo…

Nell’ultimo anno hai curato a year in hashtag e poi #ioricordo sul G8 2001 a Genova. Sei stata “inviata della rete” a #occupychicago. Si è trattato di un esperimento decisamente nuovo nel nostro panorama mediatico. Perché pensi che la rete ti abbia affidato questo compito?

#ioricordo l’ho fatto con Aurora Ghini, mentre yearinhashtag è stato fatto anche con Aurora e Maximiliano Bianchi. Credo di aver conquistato la fiducia e la stima di molte persone per il lavoro fatto con passione e precisione per così tanto tempo.

Cosa pensi che si aspetteranno i tuoi follower ora che sei tornata ed hai tantissimo materiale da riordinare?

Non so cosa si aspettino le persone. So che io voglio produrre qualcosa di ben fatto e che lasci un segno, una sorta di Year in hashtag dedicato a Occupy Wall Street, che ne indaghi le linee principali e aiuti a farsi un’idea più precisa su che cos’è questo movimento e perché è importante anche per noi. Tenendo sempre presente che la cosa più importante è sapersi porre le domande giuste, prima ancora di cercare le risposte.

Cosa hai imparato dalla tua ultima esperienza?

A mettermi in gioco, a non partire con un’idea e cercare di conformare il mio lavoro a quell’idea ma essere disposta a rivedere ogni istante le premesse da cui mi muovo. A osservare e trasformare i miei occhi in quelli di una comunità che guarda attraverso quello che scrivo, le foto e i video che condivido. 

Hai avuto modo di confrontarti con i giornalisti che seguivano gli eventi per conto dei grandi network/testate? Ti è capitato di leggere sui media tradizionali quello che stavi vivendo? Che idea ti sei fatta di quei racconti e in cosa erano diversi dai tuoi aggiornamenti? Qui da noi si parla sempre della competizione web-giornali, come se fossero antagonisti e non strumenti che possono integrarsi.

Quando ero negli USA ho avuto modo di vedere come i media mainstream coprono il movimento Occupy Wall Street e devo dire che lo scollamento con la realtà che stavo vivendo era assolutamente netto ed evidente. In alcuni casi si trattava di palese malafede, ma anche quando non c’è una chiara intenzione di screditare il movimento succede spesso che venga descritto utilizzando categorie lontane dalla realtà, preconcetti nella mente di chi osserva. Una cosa che ho avuto modo di capire fin da subito arrivata a New York è che per capire OWS bisogna smettere di porsi le domande con cui abitualmente si interroga un movimento: chi sono? Cosa vogliono? Come lo vogliono ottenere? Avvicinarsi a OWS per cercare risposte a queste domande non può che portare fuori strada. Intendiamoci, è possibile trovare una risposta, ma non sta lì l’essenza di OWS che è un movimento radicalmente nuovo per forme e contenuti e necessita quindi di un nuovo vocabolario per poter essere descritto e raccontato.

100per100mamma

Questo post nasce da una foto che ho visto su Instagram. L’ha pubblicata qualche giorno fa 100per100mamma e si intravedono queste parole: Nel prendere atto delle dimissioni da lei comunicate…

Allora mi sono incuriosita e ho chiesto a Cristiana, che in rete è 100per100mamma, di raccontare ad Articolo37 la sua storia di donna, mamma e lavoratrice.

Ecco cosa mi ha scritto (i grassetti sono, come al solito, miei):

Nella mia vita lo spartiacque è stata la nascita della mia prima figlia, Sofia. Fino a quel momento ero una persona ambiziosa sul lavoro, che pensava che avrebbe fatto carriera e avrebbe avuto  successo nel mondo della pubblicità che aveva scelto dai tempi dell’università come suo obiettivo. Per anni ho lavorato in una famosa agenzia pubblicitaria e 12 – 13 ore di lavoro al giorno erano la normalità. Poi un’offerta di lavoro in banca, nella comunicazione, mi ha fatto cambiare in parte direzione. All’epoca ero appena sposata e ho pensato che quello fosse il lavoro perfetto per una futura mamma che voleva anche occuparsi della sua famiglia in prima persona.

Poi, ho vissuto 12 mesi unici a casa in maternità e le mie certezze hanno subito un primo scossone. E con il rientro in ufficio ho avuto la certezza che niente sarebbe più stato come prima. Demansionata fino ad occuparmi della rilevazione delle presenze dei miei colleghi, messa sotto pressione per le scelte poco in linea con il mio contratto di apprendistato, ostacolata in tutte le richieste che facevo.

Ma non mi ponevo molte domande: nei cuori di mio marito e mio c’era già un secondo bambino e il trattamento sul lavoro era l’ultimo dei miei pensieri. Un anno dopo il mio rientro sono rimasta a casa per la seconda volta e mi sono goduta Sofia e Cecilia per 14 splendidi mesi. Durante questa seconda maternità è iniziato il gioco del mio blog, che pian piano è diventato la mia passione più grande. Grazie alle mie bambine ho scoperto anche il mondo delle mamme che producono artigianalmente prodotti per bambini e me ne sono innamorata.

Il rientro in ufficio è stato terribile. Io ero cambiata e ogni giorno mi scontravo con la rigidità e l’inflessibilità di un mondo miope e maschilista. La mia richiesta di part-time è stata respinta nonostante le mie lacrime e l’oggettiva impossibilità da parte mia a trovare un’organizzazione familiare sostenibile. Questa è stata la goccia. Fino a quel momento pensavo che sarei rimasta bancaria a vita – anche se ormai non mi riconoscevo in quel robot che ogni mattina sprecava 8 preziosissime ore a far finta di lavorare, a sopravvivere a un impiego nel quale non poteva mettere nulla di proprio né dare un minimo valore aggiunto. E le idee hanno preso forma. Invece che abbandonarmi alla rassegnazione, questa situazione di crisi mi ha dato lo stimolo per capire che avrei potuto far diventare le mie passioni un lavoro. Ed è nata Cento per cento mamma! I puntini della mia formazione, delle mie attitudini  e delle mie esperienze professionali e di vita si sono uniti nella mia mente in un disegno ben chiaro.

Ora mancava il coraggio. Il coraggio di lasciare il certo per l’incerto. Ma avevo dalla mia la consapevolezza che quello sarebbe stato il lavoro che volevo fare e che sarei riuscita a gestire casa, lavoro e famiglia in modo più semplice e “umano” per tutti.

Per il mio 31° compleanno mi sono regalata 100% Mamma, lo shop online di articoli realizzati a mano dalle mamme per bambini e mamme e, un mese e mezzo dopo, abbiamo fatto la scelta di vita: ho dato le dimissioni. Dal 14 giugno sarò un’imprenditrice a tutti gli effetti. E sono molto felice. E’ stata una scelta sofferta e l’incertezza del futuro mi impaurisce, ma so che uscire dal sistema è per me il modo migliore per sentirmi realizzata nel mio lavoro potendo al tempo stesso essere presente per la mia famiglia.

Chiudo con la reazione di Sofia, quattrenne, al mio annuncio “lavorerò da casa”: “Mamma, è il regalo più bello che potessi farmi!”

Quando si dice il destino. Ho pubblicato da circa un’ora questo post quando sul Corriere della Sera leggo che l’Italia è al secondo posto Ocse le imprese gestite da donne. Chissà che non porti fortuna anche a Cristiana.